MOGWAI – HARDCORE WILL NEVER DIE, BUT YOU WILL (2011)

I Mogwai sono senz’altro la band Post Rock più famosa in assoluto, oltre ad essere commercialmente apprezzata anche dai non amanti del genere. Per chi non lo sapesse, questo formidabile quintetto scozzese attualmente composto da Stuart Braithwaite (chitarra e voce), Dominic Aitchison (basso), Martin Bulloch (batteria), John Cummings (chitarra) e Barry Burns (chitarra, tastiera e voce), è proprio uno dei gruppi fondatori del suddetto movimento.

Il loro disco d’esordio Young Team, viene considerato da molti come il Nevermind o il In The Court Of Crimson King del Post Rock, in altre parole la pietra miliare del genere.

Tant’è che furono tra i primi a capire l’importanza, per il nascente ed embrionale Rock alternativo, del primitivo prototipo Spiderland degli Slint, universalmente ed unanimemente considerati i “nonni” della categoria Post/Math Rock (ed a cui i Mogwai hanno sempre affermato di ispirarsi).

Era già con l’uscita di Mr. Beast nel 2006 e, successivamente, con  The Hawk Is Howling (2008), che i ragazzi di Glasgow stavano cercando di abbandonare l’impostazione Post/Noise degli esordi, per un sound più diretto e tradizionale, con brani meno lunghi e dilatati ed un uso maggiore del cantato e dell’elettronica (cosa che li accomuna, come abbiamo avuto modo di ribadire nelle precedenti recensioni, con altri mostri sacri del Rock Alternativo come Radiohead, 65daysofstatic, Pineapple Thief, Tortoise...).

E questo Hardcore Will Never Die, But You Will ne è l’emblema: a torto o a ragione, sta proprio a noi ascoltatori deciderlo. Devo ammettere che, normalmente, sono contrario allo “snaturamento” di un genere musicale che  trovo già appagante, ma in questo caso sono stato positivamente ed immediatamente colpito dalla semplice linearità del disco, veramente ben fatto e di rapidissimo impatto (cosa che nel passato non sempre gli è riuscita, anche se non lo considero un difetto, anzi…).

Tra le 10 tracce che compongono l’album, spiccano senz’altro l’abrasiva opener White Noise, senz’altro la più vicina al vecchio Mogwai-sound; la ruvida e chitarristica Rano Pano (molto somigliante come stile a Batcat del 2008); il Tortoise-style di Mexican Grand Prix, vero e proprio tributo alla new-wave anni 80, così come la simile George Square Thatcher Death Party; le “elettriche” Death Rays e San Pedro sono la prova del cambiamento in atto, vista la rapidità di assimilazione da parte dell’ascoltatore e la breve durata; How to Be a Werewolf e la finale You’re Lionel Richie (con quel curioso inserto iniziale in italiano che, al mio primo ascolto, pensavo fosse lo scherzo di qualche buontempone della rete!) sono i brani migliori di questo riuscitissimo lavoro (non a caso sono i pezzi più lunghi!).

Per concludere, Hardcore Will Never Die, But You Will rappresenta la svolta nel nuovo Mogwai-sound e sicuramente si propone come uno dei migliori dischi del 2011, oltre che della loro meravigliosa discografia.

Consigliato a tutti, anche a chi non ama le atmosfere Post Rock che, detto tra noi, non è che c’entrino poi molto con quest’album!

LONG DISTANCE CALLING – LONG DISTANCE CALLING (2011)

Generalmente quando si parla di musica tedesca vengono subito in mente due generi diversissimi tra loro: l’elettronica (non a caso, base portante del movimento musicale teutonico anni 60/70 denominato Krautrock) ed il metal.

In quest’ultimo caso però sarebbe più corretto parlare di Post Metal (variante “heavy” del Post Rock), dove i teutonici Long Distance Calling negli ultimi anni la stanno facendo da padroni, raggiungendo (se non addirittura superando) mostri sacri come i Pelican, i loro connazionali This Will Destroy You, i Russian Circles ed in parte anche i Tool, anche se il paragone più calzante che mi viene in mente, è quello con gli straordinari americani ISIS.

La band, originaria di Munster, è composta da Dave Jordan e Florian Füntmann alle chitarre, Jan Hoffmann al basso, Janosch Rathmer alla batteria e Reimut Van Bonn ai sintetizzatori e tutto ciò che occorre per creare “l’ambient”.

Per dare un’idea del tipo di musica eseguito dai L.D.C., possiamo etichettarli come un sapiente incrocio tra le sonorità heavy dei gruppi sopra citati e le atmosfere dilatate e rilassanti degli Explosions In The Sky (è da poco uscito il loro ultimo album Take Care, Take Care, Take Care: forse il loro miglior lavoro, sicuramente un disco da prendere senza indugi se vi piace il genere, ma ne parleremo approfonditamente nella prossima recensione) e Mogwai (anche per loro un felicissimo ritorno con il meraviglioso Hardcore Will Never Die, But You Will: a presto la recensione anche del loro disco!).

Si tratta per lo più di brani strumentali, tranne rarissimi episodi di cantato eseguiti da ospiti eccellenti, come Peter Dolving dei The Haunted in Built Without Hands (Satellite Bay del 2007), Jonas Renkse dei Katatonia in The Nearing Grave (Avoid The Light del 2009) e John Bush degli Anthrax in Middleville (Long Distance Calling 2011).

Si parte subito alla grande con l’ipnotica ritmica dell’opener Into The Back Wide Open, proseguendo sulla stessa falsariga con la “vivace”  The Figrin D’an Boogie, le “camaleontiche” ed imprevedibili  Invisible Giants e Time Bends, il granitico e ruvido stuolo di chitarre di Arecibo (Long Distance Calling), la già citata Middleville, fino all’apoteosi finale di Beyond The Void, lungo ma eccelso brano, vero e proprio coacervo di tutto lo scibile musicale dei Long Distance Calling, che va a suggellare quello che si candida a miglior disco Post Rock dell’anno.

Se così fosse (anche se, soprattutto quest’anno, la concorrenza è molto forte), sarebbe il giusto premio per questa giovane e promettente band tedesca che migliora di disco in disco, riuscendo sempre nell’intento di stupire positivamente i suoi sempre più numerosi fans (e non solo loro!).

Superconsigliato agli amanti del Post Rock chitarristico alla Mogwai, Tool, Isis, And So I Watch You From Afar (nuova band di Belfast molto, molto promettente: a breve la recensione del loro ultimo album Gangs), Pelican, Russian Circles e compagnia bella.

Ad ogni modo un ascolto lo raccomando comunque a tutti: sentiremo ancora parlare di loro, sicuramente!

GRAILS – DEEP POLITICS (2011)

Negli ultimi 10/15 anni, c’è stato un gran fiorire di band Alternative/Indie Rock a Portland, nell’Oregon: basti pensare a Decemberists, Dandy Warhols, Gossip, M. Ward (Matthew Stephen Ward)

Ma un gruppo in particolare si sta imponendo sulla scena del Post Rock strumentale: i semi-sconosciuti, ma altrettanto fenomenali, Grails, formati da Zak Riles (acoustic guitars), Emil Amos (drums, guitars, piano, synthesizer), Alex John Hall (electric guitars, mellotron, synthesizer) e William Slater (bass, piano, synthesizer). In Deep Politics si avvalgono anche del contributo di Ash Black Bufflo (synthesizer) e Timba Harris (string arrangements).

Sono attivi già dal 1999, (anche se il loro debut album, The Burden Of Hope, è del 2003) e la loro carriera è un continuo crescendo di successi (per quanto per le cosiddette formazioni “underground”, sia sempre un pò arduo parlare di successo!), specialmente con i gioiellini Burning Off Impurities (2007), Take Refuge In Clean Living (2008) e le raccolte di EP Black Tar Prophecies vol. I, II, III (2006) e vol. IV (2010).

Avendoli già apprezzati in passato (li seguo con molta attenzione dai tempi di Black Tar Prophecies), posso affermare che ci troviamo al cospetto di quello che forse è il loro miglior lavoro: Deep Politics è un disco complesso, non facilmente etichettabile (vi troviamo un pò di tutto: dal Post Rock al folk, dalla musica orientaleggiante alla Psychedelia acustica fino allo Space Rock), etereo (grazie alle sue atmosfere mistico/spirituali), ma più di ogni altra cosa elegante, con queste lunghe “cavalcate acustiche” intrise di arpeggi dalla forte emotività, che danno all’ascoltatore attento la percezione di trovarsi di fronte ad un piccolo capolavoro (la stessa magica sensazione che ho provato tempo fa con i Samsara Blues Experiment).

L’album parte con la mistico/orientaleggiante Future Primitive, per passare poi alla “Morriconiana” All The Colors Of The Dark, finanche al Trip Hop di Corridors Of Power; la title track Deep Politics e Daughters of Bilits invece, sono dei veri e propri tributi alle melodie in stile Black Heart Procession, mentre nel finale troviamo le “floydianeAlmost Grew My Hair ed I Led Three Lives oltre la conclusiva ed incantevole ballata acustica Deep Snow, degno epilogo di questo meraviglioso lavoro.

Probabile candidato ad album dell’anno 2011 (almeno questa è l’opinione del sottoscritto), di certo è un gran disco che vale la pena ascoltare, non solo per gli amanti del genere Post Rock strumentale (anche se lo collocherei più nell’ambito Psychedelic/Space Rock).

Consigliatissimo da Zio Alfred, in particolare con l’ausilio di un paio di buone cuffie per non perdersi le sue suggestive quanto incantevoli atmosfere.

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