La Calcografia di Fontana di Trevi si prepara per Bernini

di Francesco Rotatori

14559OP148AU23095Non si sa bene ancora la data, ma prestissimo aprirà nel piano terra del Palazzo della Calcografia di Roma, la costruzione su cui è addossata la splendida Fontana di Trevi tuttora in restauro, una mostra che ospiterà, tra gli altri, disegni del grande maestro Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) indiscusso campione artistico della Roma barocca.

Inserendosi sulla scia di Palazzo Barberini, che propone al pubblico la mostra Il Laboratorio del genio – Bernini disegnatore dall’11 marzo al 24 maggio, la Calcografia ha spolverato i suoi archivi e ha tirato fuori una serie di disegni preparatori per un’incisione di tema sacro dell’artista napoletano di nascita ma romano di adozione. A capo della sua imponente bottega, Gian Lorenzo seguiva da vicino tutte le fasi di progettazione: disegnava e ridisegnava la stessa scena, costruendone con grande cura i particolari, inarcando i corpi e le anatomie, soffermandosi su ogni personaggio presente in modo da caratterizzarlo al meglio. A volte tuttavia sorge il dubbio di quanto l’opera possa essere veramente di mano del maestro, perché quando si parla di botteghe così piene e affaccendate, come anche quella di Raffaello, può capitare che un foglio venga semplicemente vergato dal magister e poi ripassato dagli allievi, o che magari questi ultimi realizzino in toto lo schizzo ricopiandone uno del maestro come attività di studio, cercando addirittura di riprenderne lo stile per appropriarsene il più possibile.

Probabilmente è di mano autografa l’Autoritratto in matita rossa e nera e che potrebbe addirittura rivaleggiare, vista la miglior conservazione, con quello dell’Ashmolean Museum di Oxford ora esposto a Palazzo Barberini, che è circolato per il mondo come unico e originale autoritratto dell’artista. Gli storici tuttora dibattono su quale dei due sia il vero originale e quale la copia, o se magari possano essere considerati entrambi frutto della copiosa mano del migliore artefice del barocco nella città dei Papi. La maggiore differenza che si riscontra è che il foglio di Oxford è stato tagliato successivamente alla sua realizzazione, in un formato più convenevole per la vendita, rispetto all’altro che respira di certo in modo più libero.

E’ un invito, dunque, quello che qui si muove a riscoprire un passato che purtroppo abbiamo dimenticato, o che spesso non sappiamo osservare. Così come sarebbe bello che le scuole conducessero gli studenti a guardare e studiare dal vivo disegni e stampe degli artisti che hanno fatto la nostra gloria, dal momento che l’Istituto Calcografico mette volentieri in mostra i suoi splendidi tesori a chi ha occhio e volontà per saperne cogliere la rarità.

Ultima settimana per gli arazzi medicei al Quirinale: dal 12 aprile “Il Principe dei sogni” vola a Milano

di Francesco Rotatori

principe-sogni_4“Or Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio della sua vecchiaia; e gli fece una veste lunga fino ai piedi.
Ma i suoi fratelli, vedendo che il loro padre lo amava più di tutti gli altri fratelli, presero ad odiarlo e non gli potevano parlare in modo amichevole”.

Così inizia il racconto della Genesi che ha come protagonista Giuseppe, colui che da Dio fu investito della capacità di saper interpretare i sogni di chiunque gli si rivolgesse. Venduto per invidia dai suoi stessi fratelli a dei mercanti Madianiti, schiavo in Egitto di Potifar, ufficiale del Faraone, fu imprigionato perché accusato di averne violentato la moglie. Le sue doti gli consentirono di salvare miracolosamente l’Egitto dai sette anni di carestia che un sogno ricorrente del Faraone aveva predetto e di rincontrare i fratelli e il padre.

Per raccontare questa fantastica ed edificante storia con cui poter abbellire la Sala dei Duecento di Palazzo Vecchio, Cosimo I si era rivolto all’inquieto Pontormo, i cui cartoni non si erano tuttavia dimostrati soddisfacenti per il duca fiorentino. A lui venne affiancato allora il giovanissimo Bronzino, ritrattista di corte, e Francesco Salviati. Realizzati dunque i cartoni preparatori tra il 1545 e il 1553, furono inviati dopo il consenso del duca nelle Fiandre, di dove ritornarono mesi dopo. Confluirono nella collezione Savoia, che decisero di dividerli tra i loro palazzi alla fine dell’Ottocento.

Fortunatamente, dopo dieci anni di minuziosi restauri, il Salone dei Corazzieri del Quirinale ha accolto da febbraio l’intera schiera, che dal 12 aprile lascerà Roma alla volta di Milano, dove soggiornerà fino ad agosto. Rimane perciò un’ultima settimana a coloro i quali non hanno ancora avuto la possibilità di visionare questi splendidi tessuti, alcuni dei quali hanno riacquistato la loro gamma cromatica originale.

Tra questi spicca Giuseppe fugge dalla moglie di Putifarre, in cui la composizione si riempie di complesse figure che non solo si avvinghiano magistralmente all’interno della cornice decorativa che ingloba la scena, ma anche nei finti dipinti monocromi delle vele nel soffitto della stanza da letto, nelle statue dorate che abbelliscono l’arredo, nelle grottesche coloratissime che sono riportate con gusto erudito sulle pareti. Si notino poi la trasparenza dei veli, soprattutto della veste rossa di Giuseppe, che nella sua aggraziata fuga pare investito da una ventata laterale che gli incolla sul petto e sul ventre la stoffa, facendone uscire fuori i muscoli scalpitanti.

Mostre: Dopo 150 anni riuniti Arazzi Medicei per ExpoO ancora il gioco del susseguirsi dei piani in Giuseppe spiega il sogno del Faraone delle vacche grasse e magre in cui l’artista ha scelto di registrare vari livelli della narrazione che si aprono a scatola l’uno sull’altro, l’ultimo dei quali è il sogno stesso del sovrano che appare al di là della finestra centrale da cui siamo attratti per contrasto cromatico con il porpora delle vesti e per l’attrazione che suscita in noi questo caleidoscopio di interventi decorativi.

E infine l’Incontro di Giuseppe con Giacobbe in Egitto dove la potente volumetria delle stoffe dei due protagonisti in primo piano emerge da una scena ricca di accavallamenti cromatici e figure ritratte in pose graziosamente tortuose, quasi a incastrare tra loro il maggior numero di personaggi possibile.

Se poi si aggiunge alla rarità dell’evento la gratuità dello stesso e l’ottima disposizione degli arazzi con tanto di passo biblico posto a illustrazione dell’immagine, l’invito a visionare quest’esposizione prima che si sposti per altri lidi diventa quasi un obbligo.

Ai Musei Capitolini gli ultimi folli giorni dell’Impero

di Francesco Rotatori

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_2“Niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere”. scrive Marco Aurelio nei suoi pensieri A se stesso. Chissà se l’imperatore filosofo avrebbe pensato lo stesso se di lì a qualche anno avesse osservato dall’alto la situazione in cui versava il suo grande impero. Da Commodo (180 d.C.) in poi la carica di imperatore si associò sempre di più a una figura tirannica e dispotica, a un lusso sfrenato e all’impossibilità di saper governare un territorio oramai disomogeneo e ricco di tendenze diversificate.

Il secolo d’oro dell’impero si era improvvisamente chiuso con la decadenza dei commerci e una grave crisi agricola a cui seguì l’inflazione. La situazione politica era degenerata di giorno in giorno, e una serie di comandanti si erano susseguiti velocemente al potere con una conseguente instabilità crescente. Commodo era difatti caduto vittima di una congiura, Pertinace governò per soli tre mesi, Didio Giuliano comprò addirittura all’asta il titolo di imperator, Settimio Severo prevalse coll’aiuto dell’esercito, Caracalla fece assassinare il fratello Geta per ascendere al soglio imperiale ma si trovò colpito a morte da Macrino, a sua volta deposto da Eliogabalo sotto l’influsso della nonna Giulia Mesa, che tra l’altro non esitò a fare uccidere il nipote per favorirne un altro, Alessandro Severo, il quale fu assalito dai suoi stessi militari dopo un regno di una decina d’anni, Massimino il Trace, il primo imperatore barbaro, durò nemmeno tre anni. Anni di anarchia militare e di signori della guerra condussero infine all’avvento della riorganizzazione dell’impero e della sua stessa divisione in quattro regioni sotto Diocleziano. Alla sua abdicazione (305 d.C.) si era conclusa un’epoca di distruzione e ne era iniziata un’altra, quella cristiana, con il grande Costantino.

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_1A questi anni i Musei Capitolini dedicano una rassegna inedita, il quarto grande appuntamento del ciclo “I Giorni di Roma”, L’età dell’angoscia - Da Commodo a Diocleziano (180-305 d.C.). Sette sezioni affrontano i temi fondanti dell’analisi storica e sociologica: dalla riorganizzazione dell’esercito, elemento divenuto fondamentale per l’elevazione al potere, ai nuovi culti religiosi che si affiancarono a quelli principali e finirono per unirsi in un generale sincretismo portando a Roma la cultura del mitraismo, della dea Iside, del dio greco-egizio Serapide o del culto del sole, di cui fu grande promotore Marco Aurelio Antonino, meglio noto come Eliogabalo; dal nuovo assetto dell’urbe agli arredi delle dimore patrizie; dagli usi e costumi di tutti i giorni alla ritrattistica dei protagonisti, tra cui spiccano il ritratto di Commodo come Eracle, un bellissimo busto femminile del II sec. d.C. che ci permette di indagare la fantasia delle acconciature femminili, e il ritratto di Settimio Severo proveniente dalla Grecia.
E proprio a quest’ultimo ambito è legata un’affascinante attività proposta dalla direzione museale: due mercoledì al mese, da marzo a maggio, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma saranno in mostra a disegnare dal vivo i volti di pietra, cercando di carpirne i segreti e di riportarne con varie tecniche le espressioni profonde, e a tutorare gli eventuali interessati e curiosi che si avvicinano per la prima volta in questo modo alla ricerca storico-artistica.

Non dobbiamo accostarci a questo mondo romano pensando che sia del tutto diverso dal nostro: le disgrazie naturali, le gravi crisi economico-finanziarie, il crollo della borsa, la successione di governi-lampo impossibilitati a ottenere completamente il consenso popolare, la fuoriuscita di una miriade di credenze religiose e tendenze innovative che si sommano alle tradizioni comuni… Siamo davvero così lontani da quella realtà?

“Outside the body”, l’Accademia di Belle Arti di Roma a Body Worlds

di Francesco Rotatori

Giovedì 12 marzo gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma hanno inaugurato la collettiva OUTSIDE THE BODY nello spazio espositivo e per workshop della mostra BODY WORLDS, in via Tirso 14.

Fino al 22 marzo sarà possibile visionare in che modo gli allievi abbiano interpretato il tema fondamentale del corpo umano, macchina perfetta, non più tabù, ma ormai quasi del tutto disvelato dalle moderne tecnologie, prima fra tutte la plastinazione di Gunther Von Aghens.

OutsideTheBodyRoma“In questo senso l’interesse che può suscitare oggi negli studenti d’arte una mostra di questo tipo ben si giustifica a fronte del destino che la postmodernità ha riservato al corpo: non più contenitore sacro di un’anima immortale, ma tempio perituro di un’umanità sempre più fragile” scrive Tiziana D’Achille, direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma, nella presentazione.
Ma quali lavori potrebbero aver pensato, realizzato ed esposto questi studenti?

“Con un’introspezione che guarda all’anima”, commenta Vincenzo Scolamiero, professore di anatomia artistica all’Accademia e organizzatore dell’evento insieme alla Winsor & Newton “gli studenti si sono cimentati in riflessioni artistiche che spaziando nel multilinguismo artistico contemporaneo offrono un interessantissimo spaccato dei diversi modi che hanno gli artisti per comunicare e parlare dell’invisibile attraverso il visibile”.

E proprio di multilinguismo artistico e sperimentazioni tecniche non si può non parlare: si passa dai disegni dei quaderni d’artista realizzati con acquerelli, tempere e acrilici con tanto di guanti con cui munirsi per sfogliarli agli spaccati dei cadaveri plasticati ripresi a grafite, carboncino, sanguigna o realizzate a puntasecca su plexiglass, dalle foto di volti modificati o ritoccati ai più classici “scorticamenti” idealizzati di due capolavori di Caravaggio come se improvvisamente i personaggi si fossero liberati della loro pelle, a due installazioni, di cui una interattiva e richiedente del supporto dei visitatori, alla proiezione di una performance, fino a un box trasparente in cui intravedere in prospettiva i vari livelli corporei di due figure in movimento. E ancora disegni-tra questi alcuni da guardare e rivoltare con le bacchette di legno-, pitture, una scultura di rami associata a una delicata foglia recisa, un carillon musicale, un divertente fumetto, persino una Venere di Willendorf a matrioska.

Visitare questa piccola esposizione permette perciò di aprire la mentalità alle possibilità infinite della contemporaneità e dei giovani che guardano al passato di un corpo morto per cercare il loro futuro e giungere in profondità.

Ciclismo Amatoriale: grande entusiasmo ed attesa per la Granfondo Valle del Tevere

Riceviamo e pubblichiamo

bikerevier_mountainbike_2_grossUn’ottantina le presenze alla prova-percorso della Granfondo Valle del Tevere-Coppa Città di Fiano-Memorial Massimo Gili a cura del Cicloclub Fiano Romano: è stata l’occasione per cominciare a prendere familiarità con il tracciato di 105 chilometri (dislivello complessivo 1500 metri) che prevede sette salite: Nazzano (4,6 chilometri), Colonnetta (5,2 chilometri), Bocchignano (3,4 chilometri), Gavignano (2,9 chilometri), Forano (2 chilometri), Sant’Oreste (6,9 chilometri) e Fiano Romano (2,4 chilometri).

In tanti hanno provato anche la versione “cicloturistica” della Granfondo sulla distanza di 65 chilometri con le sole salite di Nazzano, Colonnetta e Fiano Romano: percorso in comune fino a Poggio Mirteto Scalo, giro di boa e si percorre a ritroso il tragitto dell’andata (Torrita Tiberina, Nazzano e Meana), giù in discesa verso la via Tiberina e ritorno a Fiano per una cicloturistica veramente alla portata di tutti con tratti bellissimi da pedalare ed ammirare.

Il tracciato in questi giorni è stato visto e rivisto per permettere tutta una serie di interventi legati alla messa in sicurezza di alcuni punti ma è considerevole lo spiegamento di uomini e mezzi il giorno della gara con il servizio di scorta (10 moto + 2 auto), il servizio sanitario (1 ambulanza, 1 ambulanza con medico, 1 macchina con medico e 1 ambulanza a disposizione per la manifestazione cicloturistica), tre controlli supplementari a cura della Kronoservice per la verifica delle irregolarità, il presidio di tutti gli incroci, il furgone-carro scopa a fianco del corridore ultimo in gara, il furgone di assistenza tecnica e i ristori con piede a terra (acqua distribuita senza bottigliette ma con i bicchieri e le “ecozone” dopo ogni punto di ristoro).

” Siamo felici di come è andata questa giornata alla scoperta dei segreti del tracciato – è il commento di Onorino Santarelli, presidente del Cicloclub Fiano Romano -. Ci stiamo impegnando affinchè sia tutto perfetto il 14 settembre. Stiamo facendo molto di più nella logistica, nel percorso e nella sicurezza, senza lasciare nulla al caso per questa grande festa di sport attesa lungo le strade della Sabina, della Valle del Tevere e ai piedi del Monte Soratte “.

ISCRIZIONI E QUOTE DI PARTECIPAZIONE

Tramite www.kronoservice.com entro l’11 settembre ore 12.00
cronometro 15 euro
granfondo 25 euro
granfondo + cronometro 30 euro
cicloturistica 20 euro

Sul posto presso il Palazzetto dello Sport di Fiano Romano – via Tiberina  al chilometro 21,5
venerdi 12 settembre dalle ore 16.00 alle ore 19.30
sabato 13 settembre dalle ore 9.00 alle ore 19.30
cronometro 20 euro
granfondo 30 euro
gran fondo + cronometro 40 euro
cicloturistica 25 euro
domenica 14 settembre dalle ore 6.30 alle ore 8.00
gran fondo 30 euro
cicloturistica 25 euro

LA CRONOMETRO

venerdi 12 settembre dalle ore 16 alle ore 19.30 – Fiano Romano, Palazzetto dello Sport – via Tiberina km 21,5 – iscrizioni ritiro pettorali e pacchi gara
sabato 13 settembre dalle ore 9:00 alle ore 19.30 – iscrizioni ritiro pettorali e pacchi gara
ore 11.30 pubblicazione ordine di partenza gara a cronometro
ore 13.30 partenza primo concorrente – zona industriale di Fiano Romano

LA GRANFONDO

domenica 14 settembre Ritrovo: ore 06:30 – 08:00 iscrizioni ritiro pettorali e pacchi gara
ingresso griglie dalle ore 07:15
Partenza: ore 08:30

www.granfondovalledeltevere.it
www.cicloclubfianoromano.it

Alma Tadema ed i pittori dell’800 inglese

di Romina Ramaccini

Eleganza, bellezza, sfarzo e molto altro ancora quello che caratterizza l’esposizione, visibile ancora per pochi giorni, al Chiostro del Bramante.

Alma Tadema ed i pittori dell’800 inglese, è una mostra che presenta al pubblico un’ esauriente panoramica di quello che fu il pensiero inglese nel corso dell’Ottocento, tra rinnovamento, sviluppo economico ed, in contrasto, la corrente malinconica di artisti e letterati che invece di adeguarsi al nuovo che avanza, vanno a rifugiarsi in un passato oramai trascorso, rivivendo epoche passate dalle quali estraeva l’essenza della bellezza e dando vita ad una sorta di Nuovo Rinascimento.

Gli artisti dell’ Aesthetic Movement, molti dei quali fondatori della Confraternita Preraffaellita nata nel 1848 ed ora sciolta, sono tutti accomunati da simili tendenze, ma ognuno trae dalle proprie fonti uno stile personale: Leighton che nelle proprie tele racchiude mitologia ed introspezione; Moore che prevalentemente elabora un’arte decorativa, ispirata all’estetica antica e basata sulla bellezza formale e sul ritmo musicale della composizione; Rossetti, membro fondatore della Confraternita preraffaellita, nata per contrapporsi alla staticità dell’arte ufficiale, ben presto dedica i propri anni a rappresentare la bellezza femminile; Alma-Tadema,   artista originario dei Paesi Bassi che nelle proprie tele porterà testimonianza dei suoi molti viaggi ( tra cui in Italia di cui rimase particolarmente colpito) , riproducendo antichità classiche e facendo rivivere nelle proprie tele i grandi miti.

Questi sono solo alcuni degli artisti visibili durante il percorso della mostra, che si snoda su due piani ed è accompagnata da un allestimento impeccabile. Lungo tutto il percorso infatti, per sottolineare il connubio arte-poesia-letteratura dell’epoca vittoriana e lo stretto legame che gli artisti stabiliscono anche con la natura che li circonda, sulle pareti sono riportate frasi e poesie che alludono alle opere esposte, spiegandone allo spettatore il senso. In questo modo si viene trasportati all’interno dell’opera stessa, dove protagoniste sono le donne, figure allegoriche, muse, femme fatale, assorte nei loro pensieri che si mostrano in tutta la loro naturalezza e sensualità. Scene di vita quotidiana svolte in luoghi sfarzosi, tra fiori e tesori dell’antichità, alla ricerca di piaceri della vita , considerati come la sola fonte di svago e di gioia.

Le tele divengono come enciclopedie dove si concretizzano i drammi shakespeariani, i romanzi di Dickens ed i grandi miti classici, oltre che a presentare al pubblico un’innumerevole quantità di fiori e piante, ciascuno dei quali allude a sentimenti ed emozioni.  È la bellezza dell’arte che guarda sé stessa, che come fine ha quello del piacere, inteso come realizzazione di sé stessi, senza alcun fine morale ed etico. Filo conduttore di ogni sala  sono gli  stati d’animo ed sentimenti affini.

Cinquanta sono le opere esposte e riunite grazie al mecenate messicano Juan Antonio Pérez Simόn che, rivalutando l’Ottocento inglese, ha permesso di conoscere più a fondo questi artisti prima sottovalutati e le tendenze degli appassionati del tempo che appoggiavano questi artisti offrendo loro l’opportunità di viaggiare e conoscere le bellezze del mondo, per meglio trasportarle nei propri lavori.

È un mondo immaginario quello che rivive nelle sale del Chiostro del Bramante. Al termine di questo lungo viaggio l’apoteosi del bello: Le Rose di Eliogabalo, dipinto da Alma-Tadema nel 1888, è una tela di grandi dimensioni che rappresenta la morte degli ospiti dell’imperatore romano Eliogabalo, soffocati da una pioggia di petali di rose. L’imperatore infatti, era solito coprire i propri ospiti con petali di rosa che cadevano dal soffitto nel corso delle feste.

Qui, nonostante la drammaticità dell’evento, nulla sembra alludere all’infelice evento. Tutto è immerso in una magnifica eleganza, composta da virtuosi panneggi, marmi e gioielli sfarzosi. La sala dei banchetti è ispirata ad  una descrizione di Gibbon, il Bacco sullo sfondo è quello dei Musei Vaticani. E mentre l’imperatore e sua madre si godono i festeggiamenti, gli invitati volgono lo sguardo allo spettatore che non può far altro che rimanere incantato dinnanzi a tale opera che, con l’aiuto del profumo di rosa che inebria la sala, rivive lo stesso sfarzo che l’artista ha voluto mostrarci.

Io ritrovo nelle opere di questi  pittori inglesi qualcuno dei temi che toccano le mie emozioni più profonde ed i miei interessi fondamentali: la donna, l’erotismo, la bellezza, la famiglia e l’amore … Spero che il pubblico parteciperà allo stesso piacere che io provo davanti alla sensibilità indiscutibile di questi pittori inglesi” (Peréz Simόn) .

La mostra, reduce dal successo parigino e curata da Véronique Gerard-Powell, sarà visibile fino a giovedì 5 giugno al Chiostro del Bramante , per volare poi a Madrid.

Frida Kahlo: in mostra alle Scuderie del Quirinale le opere della pittrice messicana

di Romina Ramaccini

Frida Kahlo - Autoritratto con vestito di vellutoQuella inaugurata giovedì 20 marzo alle Scuderie del Quirinale, a Roma, è una di quelle mostre che  non si possono assolutamente perdere. Sono più di 160 le opere esposte tra disegni, fotografie, litografie e dipinti ad olio (di cui quaranta solo ritratti ed autoritratti), tutte volte a presentare al pubblico la complessa figura dell’artista messicana la cui vita, purtroppo, s’è conclusa troppo  presto.

La sua attività artistica, infatti, si concentra in poco meno di un trentennio, ma nonostante ciò Frida è riuscita a far propri ed a riportare sulla tela il suo tempo, le singole emozioni dell’individuo e soprattutto le sue sofferenze: in realtà la pittura, per lei, è stata un’ancora di salvezza, i suoi quadri sono come pagine di un diario da sfogliare e leggere attentamente, questo perché ha creato un’inseparabile legame ed uno stretto connubio arte-vita .

Il suo percorso artistico permette allo spettatore di entrare in contatto con i principali movimenti internazionali del tempo: dal Modernismo al Surrealismo, dalla Nuova Oggettività al cosiddetto Realismo magico, il tutto supportato anche dalla presenza di opere di De Chirico, Siqueiros, Rivera, Abraham ed altri artisti a lei contemporanei.

Frida Kahlo nasce il 6 luglio del 1907 a Coyoacan (Città del Messico), nonostante lei affermasse essere nata nel 1910, anno in cui ebbe inizio la Rivoluzione messicana. Il nome originario era Frieda, ma come possibile lo cambiò perché evocava fin troppo  le radici tedesche. Fin dalla nascita la sua salute risultò complessa perché affetta da spina bifida, ma fu all’età di 17  anni che la sua vita venne definitamente compromessa, a causa di un incidente che le farà subire ben 32 interventi chirurgici, 3 aborti e costanti dolori. L’evento la portò per molti mesi al letto, cambiandone definitivamente i progetti precedenti che la vedevano studentessa in medicina. È in questo periodo che, immobilizzata al letto, dedica molte ore alla lettura, in particolar modo quella relativa al movimento comunista, ed inizia a dipingere, soprattutto se stessa e per farlo al meglio, si farà mettere uno specchio nel soffitto.

“Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”, queste le sue parole, parole che esprimono pienamente il  dolore e la solitudine, costanti compagni di viaggio nella vita di Frida.

Le sofferenze però, non riguardano solamente la salute: oltre a sopportare il peso delle conseguenze dell’incidente, dovrà confrontarsi anche con quelle derivate dal suo matrimonio con il muralista messicano Diego Rivera, che ha vent’anni più di lei e che sposerà nel 1929. “Nella mia vita ho avuto due grandi disgrazie. La prima fu il mio incidente, la seconda, l’incontro con Diego. La seconda fu ben più grave della prima ”.

Frida Kahlo - Autoritratto come Tehuana, o Diego nei miei pensieriLa mostra si apre proprio con le opere a confronto dei due coniugi: quella di Diego, Paesaggio con cactus del 1931,affronta con umorismo il ruolo dell’uomo tra i suoi simili, mente quella di Frida, Autoritratto come Tehuana (o Diego nei miei pensieri) del 1943, affronta il tema della trascendenza e dell’amore: il marito è raffigurato come un terzo occhio, riferendosi ai molti pensieri che l’artista rivolge al proprio compagno.

L’opera mostra già una certa maturità se confrontata con il suo primo Autoritratto con abito di velluto del 1926 (che si può ammirare nella sala successiva e che richiama il linearismo botticelliano): nonostante autodidatta, Frida ha una mano ferma, un’attenzione quasi maniacale del particolare, probabilmente derivata dalla sua esperienza giovanile, quando aiutava il padre fotografo nel ritocco, attività che le ha conferito quel tipico tocco di pennello che caratterizza la sua opera. Nel 1943 Frida aveva già una ben radicata esperienza, grazie ai molti contatti Frida Kahlo - Autoritratto al confinecon artisti contemporanei e ai viaggi effettuati. Con Diego si era appena risposata dopo che, nel 1935, vi si era separata a seguito della relazione del marito con la sorella minore di Frida, Caterina. Con lui si recò anche a New York, città da cui rimase molto affascinata e che dipinse nel suo Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti nel 1932, dopo che tornò nella propria città a seguito della sospensione a Rivera dell’opera che stava eseguendo. Successivamente vi tornò per una propria mostra grazie ad André Breton conosciuto nel 1938 in Messico, teorico del surrealismo, che, colpito dalle opere di Frida ammirate nella sua casa, ne scrive anche l’introduzione nel catalogo dell’esposizione.

Proseguendo, una serie di paesaggi giovanili presentano il mondo circostante dell’artista, la piccola realtà attorno a lei. Sono eseguiti en plein air, secondo la nuova tendenza che si stava diffondendo a scapito del rigido accademismo e richiamano lo stile del pittore naif precocemente scomparso Abraham Angel.

Foto e video accompagnano il tutto ma sono i ritratti quelli che prevalgono: prima di accedere al piano superiore dove si avrà la massima espressione dell’artista, Autoritratto con collana di spine e colibrì, opera del 1940 e manifesto di questa mostra, rappresenta un vero e proprio capolavoro, con cromie accese, richiami esoterici, cura maniacale del dettaglio e fortemente evocativa. La corona di spine riconduce espressamente al suo dolore, ma lo sguardo dell’artista non sembra perdersi nella sofferenza, ma si presenta ben saldo e proiettato verso il futuro,  un futuro che ancora, purtroppo, non gli riserva episodi positivi. Al secondo piano alcune delle opere migliori che conducono all’interiorità dell’artista, ora in modo diretto.

Frida Kahlo - Busto in gessoImmergersi nel mondo di Frida vuol dire venir catturati da un vortice di emozioni in contrasto tra loro, dove odio ed amore, dolore e felicità si mischiano. Arma per esprimere il tutto sono gli innumerevoli simboli e richiami alle diverse culture, i suoi linguaggi criptati e le molte allusioni, come nel corsetto ortopedico esposto che lei dovette utilizzare negli anni Cinquanta, quando l’aggravarsi delle sue condizioni le impediva di muoversi. Qui son rappresentati il sole e la luna, simboli associati alla protezione del feto; Frida in realtà dipinge molto spesso questi due astri nelle sue opere, per trasporre in immagini anche la sua storia con Diego: così raffigura la conciliazione, all’interno di un’unità cosmica e  la loro unione,  concetto che è alla base della cultura dualistica messicana (L’abbraccio e l’amore dell’universo, la terra, io, Diego ed il signor Xòloti). Nello stesso corsetto, una falce e un feto, quel feto che non vedrà mai la luce. Sempre dei propri aborti “parla” nello studio preparatorio del Frida Kahlo - Bozzetto per l'Hery Ford Hospitaldipinto Henry Ford Hospital e nelle litografie Frida e l’aborto, eseguite con l’aiuto dell’amica Lucienne Bloch. Di notevole impatto anche la serie di disegni Le Emozioni, eseguiti su consiglio dell’amica studentessa in psicologia Olga Campos che le suggerì di esorcizzare i suoi pensieri suicidi rappresentandone le emozioni. È davvero un’impresa tentare di sintetizzare il lavoro dell’artista messicana perché ogni opera meriterebbe un capitolo a parte. La cosa certa è che la semplice  osservazione non basta, tutti i suoi lavori necessitano di una profonda conoscenza per riuscirne a captare ogni singolo messaggio. Chi ha provato già quando era in vita ad immortalare Frida ed il suo essere sono stati Leo Mati e Nikolas Muray (suo amante per lungo tempo). Una serie di foto mostrano l’artista in varie situazioni cercando di catturarne l’anima. È meraviglioso osservare i molti travestimenti e come lei orgogliosa si mostrava davanti alla macchina fotografica. La mostra termina con gli ultimi lavori: la pittrice sente enormemente il peso della malattia ed utilizza la frutta per raffigurare implicitamente sé stessa.  Negli anni Trenta la utilizzava come simbolo soprattutto dei desideri sessuali, ora, invece, ne traspare un’enorme malinconia, come in Sguardi del 1951 dove le forme della noce di cocco si trasfigurano nei tratti di un volto addolorato.

Autoritratto con colomba e lemniscata del 1954, fu probabilmente il suo ultimo dipinto. La colomba, che leggendo tra le righe del suo diario alludeva ad una poesia di Rafael Alberti, al tramonto del sole e della luna si posa sul capo dell’artista a simboleggiare l’anima smarrita. Frida si ritrae ammutolita, con i tratti non più ben delineati e con gli occhi tristi.

Frida Kahlo - L’amoroso abbraccioÈ il 13 luglio 1954 quando Frida chiude gli occhi. Oggi le sue ceneri son conservate nella Casa blu donata nel 1955 da Rivera allo Stato messicano. Il marito morirà 3 anni dopo e, contrariamente alla sua richiesta, verrà sepolto distante dalla sua amata.

Frida non fu solo la moglie di Rivera, ma una grande donna la cui vita, fatta di grande sofferenze e scandali (come le sue molte relazioni omosessuali o l’abuso di alcool e droghe) ha voluto rendere pubblica attraverso le opere ed il diario che ci ha lasciato. Ancora oggi c’è molto da scoprire e questa mostra ci aiuta a capire quanto Frida fosse in anticipo rispetto a molti artisti che solo successivamente riusciranno ad inglobare nei propri lavori le singole emozioni dell’uomo.

Le opere esposte provengono da tutto il mondo e sono davvero un’occasione unica per ammirare l’intera e completa carriera artistica di Frida. La mostra sarà visibile fino al 31 agosto, lunedì compreso e viste le molte prenotazioni già effettuate (35.000 erano quelle prima dell’inaugurazione), non sarà difficile il prevederne l’enorme e meritato successo.

Frida Kahlo, a cura di Helga Prignitz-Poda, dal 20 marzo al 31 agosto, Scuderie del Quirinale, Roma. Info: www.scuderiequirinale.it. Dal 20 settembre aI 15 febbraio 2015 Frida Kahlo e Diego Rivera al Palazzo Ducale di Genova.