A Roma la luce torna a brillare sulla Santa Teresa del Bernini

di Francesco Rotatori

teresa-31Nel 1647 al cavalier Bernini fu commissionato un gruppo scultoreo con tanto di scenografia il più possibile teatrale da realizzarsi nella Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria. L’obiettivo dell’artista era di concretizzare la massima esemplificazione del suo stile, in un momento in cui la sua posizione sociale stava declinando e il pontefice Innocenzo X Pamphilj, dopo gli anni per Gian Lorenzo gloriosi di papa Urbano VIII Barberini, pareva dimentico delle qualità che una personalità eclettica e geniale quale quella del Bernini poteva vantare.

Il capolavoro che ne uscì in una sistemazione che occupò in tutto cinque anni fino al 1652, l’Estasi di santa Teresa d’Avila, è ora tornato a uno splendore inimmaginabile, avendo il restauro ridonato carnalità a quelle materie così dure- eppure tanto malleabili nelle mani dell’artista- che il tempo e l’usura avevano ingrigito, spegnendo la folgore che illuminava le statue della santa, colta riversa dalla “ferita d’amore” della Transverberazione, e l’angelo “di straordinaria bellezza” che dolcemente estrae la freccia dorata che ha appena attraversato il corpo della Carmelitana Scalza.

<<Il Signore,>> riporta Teresa nei suoi scritti (in questo caso citiamo un passo dal Libro della mia vita) <<mentre ero in tale stato, volle alcune volte favorirmi di questa visione: vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. […] Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere quei gemiti di cui ho parlato, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi d’altro che di Dio. >>

PIC3235OLe ridipinture ottocentesche che erano state aggiunte per accentuare il cromatismo del candido materiale non avevano fatto altro che appesantire l’intero complesso e restituire un falso dell’originale sottostante. Stesso procedimento era avvenuto per gli stucchi dorati che negli aggiustamenti dei secoli avevano perso la loro primigenia brillantezza e così l’oculo sulla volta, che negli ultimi tempi accusava guasti.

Le riparazioni così come le ripuliture e le detersioni hanno restituito ai nostri occhi la bellezza splendente che il Bernini aveva progettato, proprio riconsegnando alla Trafittura misterica il ruolo di squarciare nella sua epocale spettacolarità- da intendersi sia esteticamente sia dal punto di vista compositivo, dal momento che l’autore provvide a collocare la visione come in un palcoscenico, confinando ai lati della cappella due gruppi di spettatori divisi in palchetti privati dai quali si assiste alla scena del miracolo- le tenebre della costruzione con il suo folgorante scintillio, come lo stesso strale del messo divino che dilania lo spirito umano, fuoco scoppiettante dolce eppure amaro, mezzo assieme di piacere e dolore.

L’orgasmo mistico che travolge santa Teresa arriva quindi al fruitore nel suo aspetto ossimorico, aspro e mieloso, solido e molle, e propaga quell’inappagata voglia divina che tutto trascende: basta uno sguardo e il cuore è trapassato dalla veduta così reale del Verbo divino che penetra in ogni uomo.
E che ne cosa ne rimane se non la testimonianza dell’assoluto potere dell’Arte di vincere ogni fallace gioia terrena nel gioco dell’appagamento totale dei sensi e dell’anima?

Tesori da riscoprire e rivalutare: la Galleria Spada a Roma

di Francesco Rotatori

Galleria_Spada_RomaCapita sempre più che ciò che è famoso o noto eclissi gli angoli nascosti delle nostre città, facendoci dimenticare di quella grande eredità di storia che portiamo sulle spalle.

E perciò nessuno volge la propria passeggiata al di là di Campo de’Fiori, quando invece basterebbero pochi passi per oltrepassare l’Ambasciata di Francia in Palazzo Farnese e raggiungere una piazzetta seminascosta, piazza Capo di ferro, su cui affaccia Palazzo Spada.

All’interno della struttura è ospitata, al di fuori della sede del Consiglio di Stato, la Galleria Spada, la collezione di opere del XVI e XVII secolo che fu lentamente raccolta dal cardinale Bernardino Spada (1594-1661) sin da quando, nel 1632, acquistò il complesso.

La straordinarietà di queste quattro sale al primo piano è che esse tenterebbero di presentare le opere in una sequela quale avrebbe potuto aversi nei secoli precedenti all’avvento della museologia moderna- con quei manufatti che ovviamente sono rimasti, e perciò escludendo quelli acquisiti in altre collezioni e quelli perduti e che invece nella redazione dell’inventario del 1717 figuravano tra i beni ereditati dalla famiglia del magnate-: le pitture si propongono sui muri in coppie e a seconda delle relative dimensioni giocano a occupare lo spazio dalla fascia decorata dello zoccolo sino ai soffitti variamente realizzati. La grande cura, voluta dall’azione di Federico Zeri, lo storico dell’arte già direttore del polo che si applicò affinché fosse riaperto nel 1951, espone artisti che potremmo definire minori secondo l’ottica vigente della fama contemporanea, e tuttavia all’epoca le richieste fioccavano solamente per coloro che erano additati come i più bravi, e non è raro trovare qui nature morte, scene di battaglia e paesaggi con idilli boscherecci provenienti dalle terre fiamminghe, secondo la moda vigente all’epoca.

fintaprospettivapalazzospada2Nella Sala III, la centrale, detta anche “Galleria del Cardinale”, figurano quattro grandi tele che cingono la stanza accanto alle sculture antiche e seicentesche (come Il Sonno di Algardi), ai tavolini e agli arredi, tra cui i mappamondi, e che dovettero fare la fortuna del vano: un Caino e Abele di Giovanni Lanfranco è nella parete di fronte alla Morte di Didone del Guercino, mentre Il Banchetto di Cleopatra del Trevisani è davanti alla copia di Campana, ritoccata dallo stesso Guido Reni che era l’autore dell’originale, del Ratto di Elena oggi al Louvre. Quattro maestri del Barocco sono qua in una luce del tutto sconosciuta, sotto le decorazioni sul soffitto realizzate da Michelangiolo Ricciolini.

Purtroppo la dimenticanza dei fruitori impedisce al museo di raggiungere il pieno potenziale, e nemmeno l’attrattiva della finta prospettiva del Borromini -nel cortile del palazzo, talmente famosa eppure paradossalmente poco vista- pare far spiccare il volo alle entrate.
Un peccato davvero, perché si rischia di sotterrare sotto coltri di polvere e nel pozzo dell’oblio un gioiello che al momento non può rilucere e nemmeno avere la propria chance di rivalutazione nella panoramica degli enti museali contemporanei.

A Roma via agli eventi artistici di Synesthesia

di Francesco Rotatori

Synesthesia-roma-omniaSiamo ormai ben lontani dagli anni dei salons ottocenteschi in cui gli artisti emergenti, da David a Ingres sino a Manet, si scontravano con le vecchie generazioni proponendo novità esorbitanti e a dominare la scena erano i letterati trasformati nei primi critici d’eccezione, come il mitico Charles Baudelaire.
E oggigiorno ai giovani quali spazi sono lasciati per esprimersi e per potersi mettere alla prova?

E’ la domanda che si sono posti i creatori di Synesthesia, progetto che intende creare un’esperienza unica mescendo la pratica artistica alla multimedialità, presentando insieme un ventaglio di personalità appena affioranti dalla musica all’arte visiva in un eccezionale gioco plurisensoriale.

La presentazione di questa proposta avrà luogo venerdì 6 novembre 2015, durante l’avvenimento organizzato al Planet Roma dalla Revolution Music Events dal titolo OMNIA-UNIVERSITY EVENT-L’evento ufficiale delle università di Roma. Nell’ambiente riservato a Synesthesia compariranno opere di pittura -dalla più “astratta” a quella più prettamente “figurativa”, e ci si conceda qui l’uso di questi termini fin troppo abusati e circoscritti-, fotografia e illustrazione accompagnate da deejay, musicisti e cantanti nel tentativo di permettere la massima visibilità a quei personaggi che nel panorama contemporaneo hanno avuto una limitata possibilità di affermarsi di fronte ai più vari fruitori.

Non solamente entità sconosciute perciò, ma capaci alcuni di far emozionare il pubblico già da precedenti attività in un percorso variopinto che si snoda su una polifonia di poetiche in grado di sconfinare visibilmente dall’estetica del vuoto a un collettivo, attraverso passaggi che definiscono personalità “anti-amletiche” e in corso di maturazione. L’elenco completo dei diciotto artisti è disponibile sulla pagina Facebook Synesthesia dedicata all’evento di venerdì.

Quale migliore occasione dunque per svagarsi se non quella di partecipare a un’esperienza multimediale in cui allo stesso tempo divertimento e conoscenza di differenti prospettive della realtà si incontrano come spiriti affini? Se oltretutto si pensa che l’obiettivo ultimo di Synesthesia è la creazione di un ricettacolo per i nuovi protagonisti del mondo dell’arte ove sia data loro la capacità di collaborare, non si può che ben sperare nelle premesse. Starà a loro dimostrare ora quanto siano in grado di fare.

L’esplicazione del progetto verrà ripresentata venerdì 27 novembre al Planet Roma all’interno dell’OMNIA-University Event.

Impressionisti: i pittori della vita moderna al Vittoriano

di Francesco Rotatori

“La vEdouard_Manet_The_Balcony_balconita della nostra città è ricca di soggetti poetici e meravigliosi. Siamo avvolti ed immersi come in un’atmosfera che ha del meraviglioso, ma non ce ne accorgiamo”. Proprio le parole di Charles Baudelaire ci restituiscono quell’aria palpitante ed esuberante, quella dei café-chantant all’aperto, delle dame della borghesia che si accingono a essere vezzeggiate dagli studenti universitari durante le feste, quella briosa realtà che doveva essere la Parigi di fine Ottocento.

E quali personaggi, se non gli artisti, sono stati i più attenti a descrivere quella che Gustave Flaubert nell’Educazione Sentimentale definisce “la fantasia violentemente distorta da immagini piacevolissime, dove ogni passo ti avvicina alla felicità”?
Ed è così che l’Ala Brasini del Complesso del Vittoriano ha deciso di ospitare una retrospettiva dedicata a queste eccezionali personalità che hanno saputo darci il miglior ritratto di un’epoca di trasformazioni sociali, politiche e culturali quali quella in cui si ritrovarono a esercitare.

Dal Musée d’Orsay IMPRESSIONISTI. Tête à tête intende analizzare attraverso una rassegna di sessanta capolavori – per lo più ritratti, e qui si comprende la mancata presenza di Monet, il quale aveva in odio tale genere – quel mutamento fondamentale che ha posto le basi dell’arte contemporanea: non più la storia del passato, né tanto meno i miti, cancellate le ascose allegorie e scomparsa ormai l’ossequiosa religiosità, l’attività artistica si concentra sulla vita moderna, caricandosi di una vitalità e di una verità tali da renderli passaggio obbligato per il futuro. Dopo di loro qualsiasi genere che andava in voga nelle ere precedenti sarà dichiarato e bollato come sorpassato, in quanto lontano da quell’attenzione scrupolosa per il mondo quotidiano che in letteratura erediteranno Zola e in Italia più tardi Verga.

RenoirIl fulcro dell’esibizione, suddivisa in cinque sezioni, è rappresentato da Il Balcone di Manet (1890), primo vero pittore della vita moderna -per citare una definizione proposta dallo stesso Baudelaire-, il quale coglie in atto la flagranza temporale dell’alta borghesia parigina per mezzo di alcuni suoi ben vestiti rappresentanti, tra cui riconosciamo Berthe Morisot, unica donna del gruppo degli Impressionisti, ritratta con il ventaglio tra le mani e lo sguardo trasognante rivolto al di fuori dello spazio ideale del dipinto.

Accanto a Manet figurano Bazille (Il ritratto di Renoir, 1867), Degas (Jeantaud, Linet et Lainé, 1871, che propone le figure di tre suoi commilitoni), Cézanne (Donna con caffettiera, 1890-1895 e il celebre Giocatore  di Carte, 1890-1892, cui riguarderanno con cura Picasso e il cubismo), Rodin (Victor Hugo, 1897) e Renoir (la famosa e scalpitante Altalena del 1876).

Dal 15 ottobre 2015 fino al 7 febbraio 2016 non dimenticatevi dunque di offrire alla vostra mente e ai vostri sensi un viaggio in quel passato che è stato la radice delle Avanguardie e degli stravolgimenti novecenteschi, alla ricerca di quei pittori “che amano il loro tempo…cercano prima di tutto di penetrare figure prese dalla vita e le hanno dipinte con tutto l’amore che provano per i soggetti moderni” (E. Zola, 1868).

Corsi e ricorsi: quando Roma “impara” da Tarquinia (anche sui Ghostbusters!)

di Anna Alfieri

Campidoglio_nightAncora oggi, dai tempi di Tarquinio Prisco, dopo quasi tremila anni di storie incrociate, non è del tutto chiaro se sia stata Tarquinia a insegnare ‘le cose’ a Roma, o Roma a insegnarle a Tarquinia.

È stato proprio su questo gravoso dilemma che ho molto riflettuto l’altro giorno scorrendo le righe del solito giornale – Il Tempo a disposizione degli avventori – seduta al solito tavolino del solito caffè dove sorbivo il mio solito cappuccino di mezza mattina. Era martedì 8 settembre e, a pagina 13 del suddetto giornale, campeggiava, con mia grande meraviglia, un articolo firmato da Andrea Cionci e corredato da un sorprendente titolo a caratteri cubitali su cinque colonne: “Fotografato il fantasma del Campidoglio”. Titolo vistoso, a sua volta chiarito da un sottotitolo lunghissimo e di per sé già molto intrigante: “Gli acchiappaspettri chiamati dall’ex sindaco Alemanno hanno trovato il monaco. Secondo la leggenda era stato murato nella torre dal capo della guarnigione che presidiava il palazzo”.

L’articolo era ben documentato da cinque fotografie. Una rappresentava l’inquietante facciata del Campidoglio di notte. Le altre quattro mostravano rispettivamente i volti di due ghostbusters provvisti di lampade alogene intenti al lavoro, l’interno disordinato di un ufficio comunale e due misteriose foto di una macchia blu sul blu dipinto di blu che avrebbe dovuto rappresentare l’ombra di un frate vagante, vista di fronte e di profilo.

L’articolo cominciava così: “Da almeno cinquanta anni, tra il personale addetto alla sorveglianza del palazzo senatorio, circolavano voci su fenomeni inspiegabili che spaventavano i guardiani notturni, i vigili urbani e gli autisti”.

“Una vecchia tradizione – continuava il giornale – riferisce l’esistenza dello spirito inquieto di un frate vissuto nel Medioevo, che fu murato vivo nella torre di Niccolò V dal comandante delle guardie che lo aveva sorpreso in compagnia di sua moglie”. “In seguito al rinnovarsi delle manifestazioni, il Comune di Roma, tramite il suo ufficio stampa (il fatto è accaduto quattro anni orsono ma è trapelato solo ora n.d.r.) ha convocato l’equipe dei Ghosthunters-Roma i quali, scortati dall’allora comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani, per tutta la notte del 2 dicembre 2011, nell’anniversario della morte del frate, hanno posizionato, per i tre piani del palazzo, registratori ultrasensibili, strumenti per la misurazione del campo elettromagnetico e macchine fotografiche”. “Al termine della notte ‘non serena’ – scrive ancora il giornale – le anomalie registrate sono state tre. La più importante di esse riguarda la fotografia termica scattata nella Sala della Musica. In essa compare una figura umanoide che sembra indossare una mantella”. “Stando alla strumentazione – conclude il giornale – la forma era di circa 6° più calda rispetto alla temperatura ambientale”.

Ghostbusters_TarquiniaE qui il mio personale resoconto si ferma, perché, se continuassi a citare parola per parola tutte le frasi scritte da Andrea Cionci, potrei essere giustamente tacciata di plagio. Inoltre il cappuccino che stavo sorbendo mentre scrivevo in fretta questi appunti si stava raffreddando. E siccome a me il cappuccino piace molto caldo, a questo punto ho smesso di copiare e sono uscita dal bar. Sono uscita, però, sorridendo. Sì, sorridendo di intima gioia, perché pensavo con soddisfazione ai ghostbusters tarquiniesi messi in moto per gioco da “L’extra” molto tempo prima che questo articolo venisse pubblicato.

Allegri ghostbusters nostrani che per promuovere il calendario #checinema 2016 durante la festa del DiVino Etrusco, in una caldissima sera d’agosto hanno finto di bonificare il nostro Palazzo Comunale da fantasmi mai realmente esistiti.

Resta comunque in me, irrisolto, il millenario dilemma: quale delle due, Roma o Tarquinia fu la vera maestra dell’altra? Ah, saperlo!

A Possagno, Canova incontra la distruzione

di Francesco Rotatori

Antonio-Canova-Testa-di-Tersicore-gesso-danneggiato-durante-i-bombardamenti-del-1917-Gesso-85-xSe ancora si inneggia al potere benefico della guerra, “igiene del mondo” per i Futuristi, e le distruzioni nel contemporaneo non fossero sufficienti, una mostra a Possagno dal 25 luglio 2015 intende svilire il falso mito della bellezza bellica: si intitolerà ANTONIO CANOVA. L’ARTE MUTILATA NELLA GRANDE GUERRA e sarà visitabile fino al 28 febbraio 2016 nel Museo Gipsoteca Canova.

La custodia dei calchi delle più famose opere di Antonio rende questa una delle collezioni più importanti, in quanto ci permette di percorrere idealmente l’intero iter dell’artista senza per questo essere costretti a viaggiare da uno stato all’altro, di galleria in galleria. Alberto Prandi e Mario Guderzo hanno allestito all’interno della splendida costruzione un’area destinata al culto della memoria, di quella però non gloriosa o ricca di munificenze, ma una memoria ferita, che si innalza ancora più teatralmente sulle rovine del passato.
Ci ritroviamo a pensare come impossibile la distruzione di un manufatto artistico di eccezionale valore, eppure le catastrofi a cui l’ignoranza umana negli ultimi tempi hanno dato adito- l’abbattimento dei templi ellenistici nel Medio Oriente, dell’enorme Buddha in Afghanistan o del minareto di Samarra, unico nella sua specie di torre di Babele- ce ne hanno dato un lauto esempio.

Ma qua ora si riflette su come lo spettro della guerra non guardi alla nazione o al colore della pelle, semplicemente annienta ciò che incontra lungo il suo cammino: e così nel 1917 a Possagno gli austriaci sganciarono una trentina di bombe che squarciarono l’intera collezione. Ora in mostra sono esposte le foto di quella violenza inaudita, accompagnate dalle statue violate che, impossibilitate più di altre a essere restaurate, hanno atteso la loro fine nei depositi. Fortunatamente molte delle sculture hanno potuto acquisire la loro forma originaria, ma pensare che alcune non potranno tornare in sé ci fa spavento, perché ciò è avvenuto non in un lontano passato, quando le scorrerie erano all’ordine del giorno, ma all’incipit di un secolo, il Novecento, che è alla radice di tutto ciò che oggi, in bene e in male, fa parte della nostra comune realtà.

F_679_EBE_400Così osservare l’Ebe in frantumi fa venire i brividi, lei che è dovunque celebrata come effige nel gusto neoclassico e dell’insuperabilità del genio canoviano. E accanto la fotografia di alcuni soldati francesi che si divertono a giocare a calcio, ma stavolta la palla è il gesso della testa di Paolina Borghese, la divinità che nelle sue forme perfette ci invita ad accomodarci e a discorrere con lei mentre stiamo visitando la Galleria Borghese a Roma.

Una bellezza sfregiata, e non è che una di una lunga serie di rovine che l’uomo ha creato, lui che con il suo potere e il suo ingegno può dare forma alla perfezione assoluta. E questo è un omaggio non solamente a quella che un tempo fu bellezza, e ora è denigrata a sasso o a pietra, ma anche e in primis a quel Canova che non si è disdegnato di farsi riconsegnare da Napoleone la gran parte dei tesori che il conquistatore francese si era portato nei suoi possedimenti. E’ grazie ad Antonio se oggi possiamo vedere il Laocoonte o la Trasfigurazione di Raffaello là dove tuttora possiamo accedervi.

E’ quindi perciò questo un canto lirico, una poesia di Ungaretti innalzata da un labbro rotto o da un volto cavo che non parlerà più con l’osservatore, un monito, perché se sono i soldi che fanno girare il mondo, l’uomo non dimentichi che la vita esiste perché c’è un cuore che batte, e non un portafogli che rilascia banconote.

Al MAXXI di Roma “Food”, indagine sociale e culturale sul cibo

di Francesco Rotatori

food-680x365_cNei caldi e afosi weekend romani, mentre Flegetonte imperversa e i più si riversano sulle spiagge del litorale, visitare i musei più originali è un’occasione per coloro che sono impossibilitati a trasferirsi temporaneamente a un clima leggermente migliore. Vuoi per il costo del biglietto, vuoi per il taglio cui è stata destinata la costruzione, il Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, o MAXXI che dir si voglia, si ritrova a essere stato poco visitato dai più, ma certamente può offrire un possibile refrigerio e l’eventualità di avventurarsi nelle espressioni contemporanee della scena artistica. Tra le varie offerte proposte, la Galleria 1 e la superiore Galleria 2, al primo livello, ospitano una collezione dedicata all’evento milanese del momento, l’EXPO: FOOD Dal cucchiaio al mondo, in esposizione dal 29 maggio fino all’8 novembre 2015, vuole essere un approfondimento architettonico e multiculturale sul cibo, investigandone lo spazio sociale in 2500 mq di allestimento.

Il percorso, che prevede una cinquantina di opere di artisti e architetti riuniti dalla tematica, è curato da Pippo Ciorra con l’aiuto di Giulia Ferracci, Alessio Rosati e Alessandra Spagnoli. Da un dipinto del Domenichino (1581-1641), La Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre, che nella sua teca su pannello rosso appare qui forzatamente fuori luogo, l’itinerario è suddiviso in sei sezioni, CORPO -un approfondimento sugli aspetti rituali e religiosi coinvolti nell’intimità dello spazio del cibo, in cui è impressionante la Camera da Cerimonia del tè giapponese di Matilde Cassani che fa quasi ricadere l’osservatore all’interno di un palco teatrale da spettacolo di bambocci oppure in uno dei cartoni anime che ha tanto amato da bambino-, CASA -una serie di tentativi di ridefinizione del complesso abitativo, dal Bauhaus tedesco alle cucine a basso consumo energetico per i Paesi sottosviluppati-, STRADA – qual è il ruolo sociale dell’alimento? Senz’altro quello della vita pubblica, della condivisione nelle strade e nei ristoranti come esemplificato nei video delle performance di Gordon Matta-Clark a Lower Manhattan-, CITTA’ – integrazioni tra campagna e città, i due poli contrapposti e complementari, cibo e lavoro, presentate nei progetti di architetti del calibro di Le Corbusier e Wright-,  PAESAGGIO -progetti di cantine, di saline e impianti che traducono lo sviluppo del legame paesaggio-architettura-cibo – e MONDO- una ricerca geopolitica con i dati e le mappe di malnutrizione, urbanizzazione e popolazione forniti dalla FAO e dal WFP- .

Food_Maxxi_RomaVarie le foto esposte, così come sorprendentemente appare il cibo degli astronauti (tema ormai caro a noi italiani dopo l’avventura della nostra Samantha Cristoforetti tra le stelle), dei condannati a morte di Henry Hargreaves, il finto frigorifero orientale su schermo e la serie di eventi che il MAXXI ha programmato settimanalmente intorno a questa mostra, da una cerimonia del tè (il prossimo appuntamento con la cultura del Sol Levante è il 16 luglio) a una didattica sull’orto biologico in cassetta. Neo ben evidente risulta il fatto di dover sezionare su due piani l’esposizione, estroflettendo l’attenzione degli osservatori anche verso altre esibizioni coesistenti, il che potrebbe alla lunga risultare dispersivo. Così come, al di là della possibilità di entrare in contatto con diverse modalità di nutrirsi e di ampliare le proprie conoscenze, verrebbe da chiedersi se il fruitore a fine visita abbia appreso non solo l’elemento edonistico e di insegnamento, ma anche la sottesa denuncia del povero e malnutrito contro la strapotenza del ricco e obeso, lacerazione che nel nostro mondo delle grandi differenze è sempre più acuta.