A Possagno, Canova incontra la distruzione

di Francesco Rotatori

Antonio-Canova-Testa-di-Tersicore-gesso-danneggiato-durante-i-bombardamenti-del-1917-Gesso-85-xSe ancora si inneggia al potere benefico della guerra, “igiene del mondo” per i Futuristi, e le distruzioni nel contemporaneo non fossero sufficienti, una mostra a Possagno dal 25 luglio 2015 intende svilire il falso mito della bellezza bellica: si intitolerà ANTONIO CANOVA. L’ARTE MUTILATA NELLA GRANDE GUERRA e sarà visitabile fino al 28 febbraio 2016 nel Museo Gipsoteca Canova.

La custodia dei calchi delle più famose opere di Antonio rende questa una delle collezioni più importanti, in quanto ci permette di percorrere idealmente l’intero iter dell’artista senza per questo essere costretti a viaggiare da uno stato all’altro, di galleria in galleria. Alberto Prandi e Mario Guderzo hanno allestito all’interno della splendida costruzione un’area destinata al culto della memoria, di quella però non gloriosa o ricca di munificenze, ma una memoria ferita, che si innalza ancora più teatralmente sulle rovine del passato.
Ci ritroviamo a pensare come impossibile la distruzione di un manufatto artistico di eccezionale valore, eppure le catastrofi a cui l’ignoranza umana negli ultimi tempi hanno dato adito- l’abbattimento dei templi ellenistici nel Medio Oriente, dell’enorme Buddha in Afghanistan o del minareto di Samarra, unico nella sua specie di torre di Babele- ce ne hanno dato un lauto esempio.

Ma qua ora si riflette su come lo spettro della guerra non guardi alla nazione o al colore della pelle, semplicemente annienta ciò che incontra lungo il suo cammino: e così nel 1917 a Possagno gli austriaci sganciarono una trentina di bombe che squarciarono l’intera collezione. Ora in mostra sono esposte le foto di quella violenza inaudita, accompagnate dalle statue violate che, impossibilitate più di altre a essere restaurate, hanno atteso la loro fine nei depositi. Fortunatamente molte delle sculture hanno potuto acquisire la loro forma originaria, ma pensare che alcune non potranno tornare in sé ci fa spavento, perché ciò è avvenuto non in un lontano passato, quando le scorrerie erano all’ordine del giorno, ma all’incipit di un secolo, il Novecento, che è alla radice di tutto ciò che oggi, in bene e in male, fa parte della nostra comune realtà.

F_679_EBE_400Così osservare l’Ebe in frantumi fa venire i brividi, lei che è dovunque celebrata come effige nel gusto neoclassico e dell’insuperabilità del genio canoviano. E accanto la fotografia di alcuni soldati francesi che si divertono a giocare a calcio, ma stavolta la palla è il gesso della testa di Paolina Borghese, la divinità che nelle sue forme perfette ci invita ad accomodarci e a discorrere con lei mentre stiamo visitando la Galleria Borghese a Roma.

Una bellezza sfregiata, e non è che una di una lunga serie di rovine che l’uomo ha creato, lui che con il suo potere e il suo ingegno può dare forma alla perfezione assoluta. E questo è un omaggio non solamente a quella che un tempo fu bellezza, e ora è denigrata a sasso o a pietra, ma anche e in primis a quel Canova che non si è disdegnato di farsi riconsegnare da Napoleone la gran parte dei tesori che il conquistatore francese si era portato nei suoi possedimenti. E’ grazie ad Antonio se oggi possiamo vedere il Laocoonte o la Trasfigurazione di Raffaello là dove tuttora possiamo accedervi.

E’ quindi perciò questo un canto lirico, una poesia di Ungaretti innalzata da un labbro rotto o da un volto cavo che non parlerà più con l’osservatore, un monito, perché se sono i soldi che fanno girare il mondo, l’uomo non dimentichi che la vita esiste perché c’è un cuore che batte, e non un portafogli che rilascia banconote.

“L’Artista? Raro e prezioso per l’evoluzione dell’umanità”: intervista a Patrizio Zanazzo

di Francesco Rotatori

Zanazzo3In occasione della mostra Sguardi dal ferro abbiamo avuto l’occasione di incontrare e discutere con lo scultore Patrizio Zanazzo, che per la prima volta qui si misura con il ferro, dopo aver sperimentato brillantemente marmo, bronzo, terracotta e resina.

Sorprendentemente, è Zanazzo stesso a iniziare il dialogo, chiedendoci che cosa sia per noi l’Arte. Un po’ spiazzati, rispondiamo che a nostro modesto parere l’Arte non ha una sua definizione a priori, che essa nasce all’interno dell’uomo, come un fuoco, che ammaestrata dalla tecnica viene creata e allo stesso tempo comunica col mondo che lo circonda. 

Da parte sua, partendo dalla concezione che Arte è soprattutto dare e non ricevere, come erroneamente i più ritengono, Zanazzo ribadisce l’idea fondamentale che questa non è più considerata una scienza, ma dovrebbe esserlo, in quanto fa parte dello scibile umano, essendo essa stessa un mezzo per l’evoluzione dell’umanità, e non un fine. Se infatti la considerassimo un fine, faremmo del male non solo a noi individui, ma alla conoscenza vera e propria. L’Arte è perciò un concetto talmente alto e sacro – bellezza, ordine, proporzione ma anche disciplina, cultura e conoscenza – che ridefinisce l’artista stesso.



Zanazzo1Ma che cos’è allora l’artista? Per Zanazzo, l’artista è anzitutto un conoscitore, ma non quel genere di intellettuale sommo profeta. È un conoscitore in quanto deve saper operare manualmente e spaziare con coscienza nel mondo della tecnica, è un costruttore diligente e creativo, deve saper vedere e guardare. E soprattutto, cardine fondamentale del suo pensiero, deve evitare l’idolo della distinzione tra figurativo e astratto, dal momento che capita sempre più spesso che un j’accuse contro la figura sia mosso proprio da coloro che non ne hanno esperienza né capacità. Il corpo umano è vera espressione di arte moderna, in esso culminano tensione e astrazione, energie che collaborano e che si controbilanciano.



D’altra parte, l’artista deve essere anche estremamente altruista, in quanto egli non lavora per sé, ma dovrebbe operare per il bene comune.

Sorge dunque spontaneo chiedere quale Zanazzo2sarà l’arte del futuro. Lo scultore prova ad avanzare l’ipotesi che saranno gli ologrammi a sopravvivere alla distruzione imperante dell’arte contemporanea, creature e Arte della luce e dell’energia. Il soggetto di quest’arte? La conoscenza e il movimento delle energie, e vero artista sarà colui che creerà forme-pensiero.



L’artista è dunque colui che attinge alle alte sfere, ma ne può riportare in questo mondo, dove tutto è limitato e il narrare diviene ineffabile, solamente un mero ricordo, una sensazione.

E questa sensazione è l’Arte, che non può che essere imitazione del sublime. 

E nelle opere in mostra questo è ben evidente: l’anima alita dentro quei corpi in ferro, così come palpita l’anelito all’infinito tra gli sguardi penetranti e i giochi di volute e sfere, con omaggi a Michelangelo, alla tradizione classica e a quella cristiana.

 Un’energia brulicante attraversa come d’incanto le sculture in esposizione, risucchia nella sua fiammeggiante meteora l’osservatore che non può non lasciarsi condurre in questa danza che dal ferro fa emergere il moto et il fiato.

Paul Harbutt e i suo giovani ragazzi: sino al 3 marzo al Carlo Biliotti

di Romina Ramaccini

Ancora pochi giorni per vedere  al Museo Carlo Bilotti la mostra “Paul Harbutt, Bad Boys”. Curata da Achille Bonito Oliva, le opere in mostra presentano un’immagine della realtà che sembra rievocare i vicoli descritti da Pasolini nel suo Ragazzi di Vita, dove i  ragazzi vivono alla giornata, arrangiandosi in tutte le azioni che svolgono.

Quelli di Harbutt però, son “cattivi” ragazzi, fotografati dall’artista durante giochi pericolosi ed atteggiamenti socialmente discutibili, che vogliono porre lo spettatore dinnanzi alla degradazione sociale in atto. L’intero percorso è volto a sottolineare come soprattutto in circostanze ostili, di povertà e stress sociale, i giovani si rifugino in svaghi pericolosi che comportano conseguenze devastanti nella loro crescita.

Sono circa ottanta le opere dell’artista inglese in  mostra, suddivise in quattro sezioni: due dedicate ai dipinti, una ai disegni preparatori e,  non meno importante, l’ultima, volta alla scultura. Questa è una sorta di camera dedicata al ragionamento: nella sala Project Room, un teschio umano di notevoli dimensioni impugna lo specchio verso lo spettatore facendogli riflettere la propria immagine e portandolo quindi a vedere dentro se stesso e riflettere sul percorso appena compiuto.

I materiali utilizzati dall’artista sono i più vari, dalla classica tecnica ad olio al collage, fino ad arrivare ad opere dove la luce viene fornita direttamente da neon posti sulla tela creando un contrasto tra passato e presente che si ripercuote su tutti i suoi lavori.

“L’artista affonda le proprie radici nella pittura del nord Europa, da Bosh e Brueghel, Goya, fino a giungere alla Pop Art”, queste le parole di Achille Bonito Oliva alla presentazione della mostra avvenuta a gennaio. Un viaggio  nella storia dell’arte non solo odierna, un percorso che vuole ricostruire le violenze infantili che hanno radici in un passato trascorso e che proseguono nel nostro vivere quotidiano. Non solo arte, ma anche riflessione sociale che sfocia nella realizzazione di un catalogo i cui proventi, verranno devoluti all’associazione Save The Children.

Paul Harbutt, Bad Boys.
Museo Carlo Bilotti, 19 gennaio 2013- 3 marzo 2013

Tomas Concepcion 1933-2012

Lunedì 4 giugno avrà luogo, eccezionalmente nella basilica di Santa Maria in Castello, una cerimonia funebre di commemorazione per la morte di Tomas Concepcion – avvenuta nella notte fra il 30 e il 31 maggio – importante  personalità internazionale che, elegantemente e con orientale discrezione, ha vissuto per anni a Tarquinia a Villa Staffa a Porta Castello.

Questo misterioso uomo dall’aspetto esotico e dal forte impegno politico, che ha onorato la nostra Città con la sua presenza, fu deputato al Congresso filippino, cioè al parlamento del suo paese, di cui era delegato a Ginevra. Tomas Concepcion fu, soprattutto, uno storico protagonista del movimento rivoluzionario che, nel 1986, pose fine alla dittatura di Ferdinando Marcos e di sua moglie Imelda.

Era un artista di valore internazionale. Scultore, pittore e scrittore, nato nell’isola di Mindanao nel 1933, iniziò i suoi studi artistici nell’Università delle Filippine, ma a diciassette anni si recò negli Stati Uniti d’America dove studiò nel San Francisco State College, diplomandosi in pittura e disegno per il teatro, divenendo poi scenografo nel Warwick Theaters nel New England. In seguito in Canada a Montreal studiava alla Ecole des Beaux Arts e diveniva scenografo del Trinity Theater. Per completare le sue conoscenze artistiche, viaggiava in Europa e si stabiliva a Roma dove studiava all’Accademia di Belle Arti.

A Roma partecipò a La dolce vita di Fellini e fu amico e collaboratore di Visconti, e di lui si ricordano ritratti di personaggi negli ambienti della nobiltà, del cinema e della cultura. Fervente cattolico, realizzò le due grandi statue in bronzo di due papi, Paolo VI per l’Università Urbaniana in Roma, e Giovanni Paolo II per il centro di Hagatna dell’isola di Guam nell’arcipelago delle isole Mariana.

Gli amici che frequentava a Tarquinia, che si riunivano nel suo bel giardino di fronte a Santa Maria in Castello, lo ricordano con affetto.

Brian Mobbs, Alexandra Pelko Mobbs, Giacomo E. Carretto, Rosanna Currenti Carretto, Anna Alfieri

Il Guggenheim: l’Avanguardia americana 1945-1980 – Roma vive l’arte contemporanea

di Romina Ramaccini

Un’opportunità come questa, non capita certamente tutti i giorni: la mostra visibile a Palazzo delle Esposizioni fino al 6 maggio del 2012, Il Guggenheim: l’avanguardia americana 1945-1980, è un evento imperdibile e non solo per la fascia del pubblico più vicina a questa arte, bensì per tutti, perché fondamentale per conoscere la nostra cultura, ma soprattutto gli eventi che l’hanno caratterizzata e ciò che ha in gran parte impedito al nostro Paese di continuare la tradizione millenaria dell’arte italiana.

Le sessanta opere in mostra, infatti, appartengono ad artisti stranieri, molti dei quali, sotto il dominio nazista, son stati costretti a fuggire in America per evitare le discriminazioni in atto in Europa. È qui che i collezionisti più all’avanguardia, avendo recepito il loro messaggio rivoluzionario, danno fiducia ai pittori finanziandoli e promuovendoli nell’America che, proprio nel primo dopoguerra, inizia ad evolversi.

Solomon R. Guggenheim può considerarsi il padre di molti pittori che, sotto la sua protezione, operavano e diffondevano il loro pensiero artistico. Di notevole importanza la mostra Art of Tomorrow del 1939, svoltasi all’interno della nuova galleria Guggenheim, Museum of non-objective painting  di New York,  dove  erano presenti  anche lavori di Picasso e Kandinsky.

Un ulteriore ed enorme contributo viene invece dalla più conosciuta Peggy Guggenheim, che assieme  a Lawrence Alloway ed al collezionista italiano, il conte Giuseppe Panza di Biumo, hanno riunito sotto un’unica fondazione opere di inestimabile valore, tra cui, appunto, quelle esposte a Palazzo delle Esposizioni.

La mostra, suddivisa in sette sezioni, presenta al pubblico opere che hanno caratterizzato i singoli movimenti nascenti nell’ America del dopoguerra, andando ad analizzare accuratamente le singole correnti. Nelle prime due sale, pitture di Sebastian Matta (ben conosciuto nel nostro paese e di cui Tarquinia possiede molti capolavori), Tanguy, Calder, Rothko, Still e Pollock, solo per citarne alcuni: artisti stilisticamente diversi ma uniti nel loro pensiero e nel prendere le distanze da quella che era stata l’arte fino a quel momento. Un taglio netto con il passato, un irrefrenabile desiderio di comunicare altro, attraverso un linguaggio non convenzionale. Nel particolare, le opere di Pollock esposte ed eseguite a distanza di anni mostrano il palese cambiamento avvenuto nell’artista statunitense: La donna Luna, eseguita nel 1942, è un’opera ancora figurativa, dove ben si percepiscono  le pennellate che stendono il colore sulla tela. Son campiture estese e la gestualità che caratterizza Pollock ancora non è evidente. Di tutt’altro stile invece l’altra opera esposta del 1946, dove i colori vanno incessantemente sovrapponendosi, anticipando di non molto la nascente tecnica del “dripping”, che si potrà ammirare nelle sale successive attraverso le altre tele esposte. Ancora altro genere, poi, per le opere di Matta e Tanguy, immerse in atmosfere surreali che sembrano richiamare timidamente la corrente artistica francese nata negli anni Venti.

Da qui, gradualmente, cresce il desiderio di comunicazione con la nuova società, di affermazione dei propri principi, tralasciando tutto quello che di consapevole esiste e scrutando il proprio io attraverso una profonda ricerca interiore. La nuova generazione, riunitasi sotto la New York School, prende sì spunto dal surrealismo, dal cubismo e dai murales messicani, ma mette da parte ciò che in queste correnti rappresentava la razionalità. Si esclude l’approccio consapevole a favore del processo creativo, che diviene primo interesse. Nella tela di Rothko, esposta nella seconda sala, prende il sopravvento la spiritualità, che tende ad insediarsi anche in chi si accinge ad ammirare l’opera; nelle tele di de Kooning, invece, analogamente a Pollock, è espressa la propria soggettività attraverso una pronunciata sensibilità esposta, però, con pennellate molto più corpose del padre del “Dripping”. La figurazione è quasi interamente annullata, si scorge solamente nel lavoro di Marca-Relli del 1956, “Il Guerriero”, che tra i molti colori nasconde la sagoma di un uomo in armatura di cui però manca la testa.

La totale astrazione deve attendere gli anni Sessanta per affermarsi ed è questo periodo che viene presentato nella terza sala. Vi è un totale allontanamento dalla New York School, sottolineato dal curatore Alloway che definisce la nuova pittura astratta americana Hard Edge come lontana dalla gestualità precedente ed incline alla ricerca incentrata sui quattro fondamenti della pittura: linea, superficie, colore e forma. Per molti artisti, tutto è ridotto all’essenziale e costituisce il punto di partenza per uno studio che vede l’opera non come circoscritta alla semplice tela, ma viva, e si estende nello spazio circostante facendolo diventare esso stesso parte del quadro. In questo modo la superficie piatta diviene tridimensionale grazie ad un gioco di colori e struttura geometrica che amplifica il tutto.

Di notevole impatto visivo è l’opera posta nella parete di fondo, di grandi dimensioni e con colori fluorescenti. L’accurata perfezione geometrica permette di ricostruire attorno il proseguo dell’opera che va perfettamente armonizzandosi con le architetture. Harran II, di Frank Stella, è davvero una composizione che lascia senza fiato. Ma, come questa, di forte impatto sono anche le opere di Kelly, Louis e Noland esposte nella stessa sala. Ogni artista elabora il rapporto del quadro con lo spazio circostante in un diverso modo, fino alla tecnica “Soak Stain” (termine coniato da Morris-Luis, per descrivere le sue “macchie per assorbimento”) consistente nel versare il colore molto diluito nella tela e farlo poi scivolare lungo la superficie dall’alto verso il basso fino ad intriderla. Con la Pop Art, di nuovo un ritorno alla figurazione, un rifiuto del gesto spontaneo attraverso l’imitazione di immagini di repertorio della cultura popolare americana, tratte dai quotidiani, dalla televisione, dalle pubblicità e così via. Si sperimentano nuove tecniche di esecuzione come la serigrafia e tecniche ad imitazione dei metodi industriali. Si ironizza sulla cultura del consumo che si è andata ad affermare in America negli anni Sessanta e si critica la superficialità che prende sempre più il sopravvento.

Nella quarta sala tutto ciò è sintetizzato nelle grandi tele di Warhol, Lichtenstein, Rauschenberg e Rosenquist. Nonostante il movimento abbia avuto vita breve, anche negli anni successivi si continuerà a commentare la cultura contemporanea ed anche oggi, molte delle immagini che vediamo, ripropongono questo mezzo di comunicazione.

Contemporaneo all’ironia Pop, il minimalismo si distacca con tutto ciò che l’ha preceduto. Le opere si riducono all’essenziale e quello che interessa è l’approccio dello spettatore verso quell’oggetto che si allontana dall’idea di manufatto artistico conosciuta fino a quel momento. L’artista addirittura interviene il meno possibile sul lavoro, eseguito il più delle volte attraverso l’ausilio della produzione industriale.

Nella quinta sala predominano forme geometriche elementari, che si ripetono nello spazio. È di Judd, artista minimalista per antonomasia, l’opera eseguita nel 1970, che ripropone, a suo modo, la sequenza matematica di Fibonacci (successione di numeri interi dove ciascun numero è il risultato dei due precedenti, 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13 e così via) attraverso parallelepipedi rettangoli che si susseguono accrescendosi di dimensioni. In sostanza, la lunghezza del rettangolo finale equivale alla somma della lunghezza tra gli ultimi due parallelepipedi. È come giocare con i numeri in colore, con la differenza che qui l’unica tonalità che si ripete è quella del viola che contrasta nettamente con il sostegno color grigio chiaro.

Non solo scultura, ma anche pittura minimalista. Fiore bianco di Martin propone la ripetizione lungo tutta la tela di rettangoli, all’interno dei quali piccole pennellate bianche alludono ai molti petali presenti nell’opera. È una continua ricerca che non va esaurendosi con gli anni. Ecco quindi che anche il minimalismo viene messo in discussione, allo stesso modo del manufatto artistico che inizia ad essere visto non più come oggetto eterno, bensì come qualcosa di puramente ideale che non ha bisogno di concretizzarsi. Ciò che avviene è una critica implicita all’istituzione museale, vista come mero contenitore muto di oggetti.

E’ anche il tempo a farla da padrone: le opere di Template, usufruiscono della forza di gravità per nascere e solo grazie a questa esistono. Ma non è tutto. Nauman, enfatizzando al massimo il concetto temporale, concepisce una vera e propria performance teatrale: lo stesso spettatore, camminando nell’opera, concluderà quest’ultima attraverso il suo contributo, consistente nell’attraversare uno stretto corridoio dove una telecamera riprende e registra la “passeggiata” visibile anche a chi la sta compiendo. È un’opera che varia in ogni occasione, proprio grazie a questa interattività.

Oramai la concezione estetica è passata completamente in secondo piano ed il risultato che interessa verte tutto sulla percezione e la reazione di chi guarda. L’oggetto d’arte non è più un esemplare unico e non si basa più sull’immagine: è il linguaggio che ora fa l’opera. L’arte concettuale comunica attraverso le parole che esprimono, appunto, un “concetto”. Che non deve materializzarsi più esclusivamente su una tela, ma va ad occupare gli spazi architettonici, come quello visibile nella rotonda a Palazzo delle Esposizioni, dove l’artista Weiner sintetizza attraverso piccole frasi i processi materiali e le condizioni ambientali, lasciando però ai singoli la facoltà di immaginare le azioni a cui ci si riferisce.

L’esposizione si conclude con il movimento del Fotorealismo, sviluppatosi tra gli anni Sessanta e Settanta e caratterizzato dall’uso della fotografia come mezzo di registrazione, per poi usufruirne per creare opere minuziosamente fedeli allo scatto effettuato. Analogamente alla Pop Art, le immagini che si prediligono vengono reperite dalla cultura di massa, ma se ne differenziano per la completa mancanza del  messaggio denigratorio ed ironico, presente invece nelle opere di Warhol.

Al termine della mostra sarà impossibile non essere soddisfatti del viaggio appena concluso.  Attraverso le sessanta opere esposte ed oggi conservate al Guggenheim Museum di New York i curatori son riusciti perfettamente nell’intento di presentare sinteticamente gli eventi che ci hanno condotto al nostro essere, quelli che troppo spesso dimentichiamo e le opere che troppo poco conosciamo.

Nonostante oggi si cerchi il più possibile di rendere fruibile a tutti l’arte contemporanea, tendiamo ad allontanarci da questa perché ai nostri occhi spesso appare “non bella” e senza alcun senso. Tutto ciò che ci ha preceduti ha un senso e tutto quello che noi vediamo ha un pensiero che l’ha creato. Il reputare negativamente qualcosa che non riusciamo a comprendere, a mio modesto parere, è semplicemente un modo per confermare quanto oggi la superficialità stia prendendo il sopravvento e quanto tendiamo a rinnegare il progresso che ci ha condotti dove siamo.

Al via la nuova stagione di eventi ai Magazzini della Lupa di Tuscania

Ai Magazzini della Lupa di Tuscania si apre il calendario degli eventi della quinta stagione organizzato dall’Associazione Magazzini della Lupa (Ivonne Banco, Mirna Manni, Vincenza Fava), la Compagnia Ilaria Drago e l’Associazione Dark Camera di Marcello Sambati.
14 gennaio ore 17.00
Impronte nella materia – mostra di pittura di Vittoria Panunzi
Impronte, colori, elementi naturali e tela si uniscono in un intreccio segnico di materiali e linee apparentemente armonici, i colori diventano contributi semiotici di un linguaggio intriso di immaginazione e di massicce presenze incorporee. “La materia dei miei quadri si riferisce in particolare a quella parte della mente mai abbastanza utilizzata pur essendone la più creativa: la fantasia. Le linee convulse delle mie composizioni la provocano e la stimolano fino all’interazione in un gioco di simmetrie apparenti. Nella loro unicità, crepe, segni ed abrasioni sono i veri protagonisti“. Fino al 29 gennaio
14 gennaio ore 19.00
presentazione del romanzo Apocalisse in pantofole di Francesco Franceschini
coordina Vincenza Fava
“Una volta l’avevamo sentito raccontare di come il vento portasse via, soffiando addosso agli uomini, tutte le cose che gli uomini stessi trascurano, quasi a punirli della loro disattenzione. Ora che il vento era morto, le cose trascurate gravavano sugli uomini come spade, affilatissime e spietate.”
21 gennaio ore 21.00
Carlo Ruggiero in Automatica – concerto musica leggera d’autore
testi e musica Carlo Ruggiero
Carlo Ruggiero voce
Semua pianoforte
Gianfrancesco Timpano basso
Francesco Nesta chitarra
Enrico Briotti batteria
4 febbraio ore 21.00
Un corpo e mille altri di e con Ilaria Drago, musiche Marco Guidi
Il lavoro della Compagnia Ilaria Drago narrato attraverso le suggestioni di alcuni fra i più importanti spettacoli portati in scena negli ultimi anni: da Giovanna d’Arco a Mariacane e Simone Weil-concerto poetico, fino all’ultima produzione Antigone pìetas, dal progetto natura antigone 2011/2013.  Per informazioni e prenotazioni potete contattare [email protected] oppure 349 6434264
11 febbraio ore 17.00
Giuditta e Oloferne – mostra di pittura e scultura
di Mariella Gentile
L’infinito sospeso sotto i nostri passi, direzioni suggerite dal destino verso un equilibrio impossibile da cercare con una forza interiore misteriosa. In questi strani equilibri sospesi il ritorno al passato supera la storia nella rappresentazione dell’ eterno presente, senza variazioni temporali, nel quale Oriente ed Occidente si fondono e si confondono nell’unica illusione di un’umanità impegnata alla ricerca di se stessa. Fino al 26 febbraio
3 marzo ore 21.00
Canio Loguercio in Tragico Ammore
concertino di passioni & fiammiferi svedesi
Canio Loguercio narra un’improbabile storia d’amore che si snoda lungo le trame di 15 «canzoni sussurrate», scritte per lo più in napoletano, la «sacra madrelingua delle passioni». Preghiere d’amore come tante stazioni di una via Crucis, di una processione con le sue litanie, i suoi riti…
4 marzo alle ore 17.00
Antonio Cipriani presenta il documentario e l’e-book “Diario di un attraversamento”, racconto corale su Tuscania ad opera del Laboratorio di scrittura e giornalismo diretto da Antonio Cipriani. Prenotazioni [email protected] oppure 3496434264
10 marzo ore 17.00
Persona/ae – mostra fotografica di Flavia Tronti
Le foto della serie “Persona/ae” sono frutto di un lavoro che dura da mesi e che è nato dalla collaborazione con l’attrice Laura Blundo. Persona come maschera, come gioco di ruoli e di identità alla riscoperta di una dimensione femminile nuova e lontana dagli stereotipi più consolidati. Figure femminili eteree e dure al tempo stesso, che si circondano di oggetti/amuleto personali e simbolici. Figure insolite che ci guardano frontalmente cercando il nostro sguardo spesso intermittente. Figure di donne che giocano a ricoprire i ruoli maschili e che ci fanno riflettere sugli schemi e le abitudini che hanno viziato il nostro saper guardare.
10 marzo ore 21.00
La Compagnia Ilaria Drago al lavoro sul progetto natura antigone 2011/2013 propone due movimenti sulla tragedia sofoclea, scritti e diretti da Ilaria Drago con musiche di Marco Guidi:
secondo movimento per danzatrice: compiere il rito con Elena Barolo
terzo movimento per attrice: forse chi mi giudica folle è folle egli stesso con Anna Rita Severini.
Per informazioni e prenotazioni [email protected] 349.6434264
REFUGEE [2011|2014] ADESSO & MUTO
ovvero Tuscania, della poesia e dell’ascolto
atto poetico di Isabella Bordoni
presentazione della residenza intorno alle ipotesi del paesaggio come misura poetica. «Vorrei parlare di “mutismo”, se la nozione non fosse determinata come una privazione di parola. Ora, io non vorrei parlare di privazione quanto piuttosto di ritegno taciturno di un sovralinguaggio. Si tratterebbe di un silenzio come taglio esatto, orizzonte della lingua, disegno tracciato nettamente sul suo bordo, e contemporaneamente al bordo di tutte le arti, […]. La poesia, in queste condizioni, è esattamente nel luogo in cui le arti si incontrano in quanto si dividono, e in quanto la dividono con loro. Diciamolo in un altro modo ancora: la poesia renderebbe conto nel linguaggio di ciò che, in quanto arte e differenza delle arti, costituisce bordo e taglio del linguaggio.» Jean-Luc Nancy, Fare i conti con la poesia
Per info: [email protected], [email protected], tel. 0761.443239

Adorazioni: dall’inaugurazione i primi aiuti concreti per Noemi

Riceviamo e pubblichiamo

Adorazioni artisti uniti per Noemi, prende il via. Inaugurata sabato 17 dicembre con cerimonia sobria. Le opere in mostra inserite nel circuito museale esistenti nell’ambito del Museo di Arte Sacra di Tarquinia, meglio noto come Museo Diocesano, sono in vendita, offerte da oltre quaranta artisti non solo di Tarquinia. Il ricavato sarà interamente devoluto per sostenere la causa della piccola Noemi Parmigiani.

“Siamo molto soddisfatti – ha spiegato il Vice Presidente dell’Università Agraria Pierangelo Conti – non ci aspettavamo simili numeri. È bello vedere tanta solidarietà nella nostra collettività. Tutto è stato fatto nel più totale ed autentico volontariato, un evento senza costi per garantire il massimo sostegno economico alla piccola Noemi senza alcuno spreco. Un ringraziamento particolare alla Curia e alla persona del Vescovo Mons. Luigi Marrucci. Il MAST, o Museo Diocesano è cornice straordinaria, peraltro un utile occasione per scoprirlo, apprezzarlo e valorizzarlo. Fondamentale la generosità degli artisti, da ringraziare dal primo all’ultimo, l’efficienza di Semi di Pace che sta svolgendo un lavoro straordinario e l’Associazione Artetruria che si presterà a titolo gratuito per vigilanza e guardiania. Un ulteriore riconoscimento a tutti coloro che ci hanno aiutato e per scelta lo hanno fatto rimanendo rigorosamente anonimi”.

Presenti all’inaugurazione Mons. Rinaldo Copponi in rappresentanza della Curia, l’Università Agraria, il Presidente dell’Associazione Artetruria Lorella Maneschi e il Prof. Giovanni Insolera che ha di fatto curato l’armonizzazione delle opere con il percorso museale esistente.

Già nella prima serata vendute o prenotate ben sei opere con il primo aiuto concreto alla piccola Noemi. La mostra rimarrà aperta fino al 8 gennaio 2012.

“Invitiamo tutta la cittadinanza – conclude Pierangelo Conti – a visitare la mostra e acquistare le opere che ne fanno parte, per una volta l’amore per l’arte può essere utile per il bene di una piccola vita”.