salute
E se, invece, il cancro vincesse lui?
Mi sembra che, al di là delle copiose reazioni suscitate dal recente annuncio del presidente del Consiglio – “vogliamo anche vincere il cancro” – (cit.), improntate perlopiù a battute sul suo farneticante super-ego – ora anche in versione da presidente- taumaturgo – nessuno si sia ancora soffermato a riflettere su alcuni interessanti e potenziali risvolti della vicenda.
Tra tutte le incredibili panzane ascoltate in questi giorni, per bocca sua ed anche da parte dei suoi più fedeli e devoti servitori, questa della sconfitta del cancro è stata presa come una delle barzellette più divertenti – fra quelle che non fanno ridere se non a pagamento – che il premier abbia mai raccontato.
Eppure, in quella frase, mentre la pronunciava, c’era una sottile, sentita veemenza, un pizzico di pathos in più rispetto alla solita foga oratoria che, forse, ai più è sfuggito. Ma, sfrondata da tutta la satira che ha innescato, proviamo a darci qualche ipotetica ragione della infelice sortita del Silvio nazionale.
Se, ad esempio, in quel “vogliamo” ci fosse la valenza di un pluralis majestatis – assai probabile, data l’alta considerazione che “l’uomo del fare” ha, monarchicamente, di sè stesso – dovremmo ritenere che la battaglia, l’idea o l’intenzione, per sconfiggere la terribile patologia sia tutta la sua.
Questo ci condurrebbe a chiederci il perchè, nel mezzo di un comizio politico, con mille argomenti da proporre – fossero anche infarciti di quella retorica populista che ormai ben conosciamo – Berlusconi sia andato a toccare proprio un tasto così sensibile per gli italiani e, soprattutto, perchè l’abbia fatto così grossolanamente.
E’ tristemente noto come numerosissime famiglie italiane siano incappate nel morbo più subdolo e difficilmente trattabile che si conosca. E’ anche tristemente noto che, una volta entrati nel limbo dei “toccati” da quel male, s’instauri nelle persone una condizione psicologica con varie e comprensibili sfumature ansiose e depressive causate dal pensiero di possibili ricadute o dalla paura dell’inguaribilità e quindi della morte incombente.
Sappiamo, da un’intervista che rilasciò nel 2000, che Silvio Berlusconi è già stato affetto da un tumore alla prostata.
Proviamo – solo per un momento e augurandoci che non sia così – ad immaginare che quel “vogliamo” sia riferibile ad una sua intensa, privata volontà di lottare contro un male che si è riproposto nel suo organismo e di cui nessuno, salvo lui e chi lo ha diagnosticato, non ne sappia nulla.
Questa ipotesi, per quanto fantasiosa e stravagante, qualora avesse un fondamento, sarebbe incredibilmente utile a giustificare, psicologicamente, sia la sconcertante sortita sia le tensioni interne al suo partito provocate, appunto, da atteggiamenti del premier sempre più incomprensibili ai suoi stessi alleati.
Ma, se così fosse, se cioè, il premier dovesse improvvisamente lasciare la scena politica per suoi motivi di salute, quali prospettive si aprirebbero?
Il berlusconismo, che ha pervaso e intriso l’insieme della società e della politica italiana, sarebbe “vinto” con lui?
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No, non è un fotomontaggio e neanche uno scherzo.