Questo calcio schiacciasassi che non conosce gratitudine

di Attilio Rosati

W1378333177K100447Daniele Federici nasce l’11 Febbraio del 1988 e cresce calcisticamente nella Corneto Tarquinia da dove, nel lontano 2002, spicca un balzo clamoroso verso le giovanili dell’Inter. A poco a poco la sua morfologia calcistica si trasforma e, da centrocampista, Daniele si evolve diventando un fortissimo difensore centrale, con una spiccata propensione per il gioco di spinta e un istinto naturale che lo sospinge verso il gol. Dopo una breve parentesi alla Pro Sesto, passa (sempre in comproprietà con L’inter) al Grosseto, in serie B, dove gioca per quattro stagioni consecutive ad altissimi livelli nonostante comincino ad acuirsi alcuni problemi alla schiena che il giocatore non ha mai potuto (o voluto) affrontare con la medesima risolutezza sempre dimostrata in campo. In ogni squadra in cui ha giocato ha messo a segno dei gol nonostante il ruolo difensivo e quando, nel 2012, passa al Frosinone, continua a manifestare questa sua pericolosità sotto porta.

A causa dei continui problemi causati dalla schiena lascia il calcio professionistico nell’anno 2012; interrompe il rapporto con il Frosinone e si trasferisce alla Castrense, dove diventa il perno centrale di una ascesa clamorosa che porta la Castrense alla metamorfosi che la vede oggi imperversare – come Viterbese Castrense – nel campionato di serie D. Una evoluzione calcistica della quale Daniele Federici è protagonista e creatore assoluto e incontrastato.

Sopporta dolore e fatica, ma non accetta, da quel guerriero che è, l’onta della tribuna e quando il nuovo tecnico della Viterbese compie la scelta infausta e tutto sommato inopportuna di relegarlo lì, la risposta del giocatore è tanto serena quanto ferma. L’addio. Consensuale. Da quel signore che è, Daniele non sopporta neanche l’dea di trascinare il suo contratto in essere fino a scadenza naturale, cosa che, diciamolo chiaro, gli avrebbe consentito di raggranellare una discreta sommetta. La sua carriera parla per lui. Il campo ha sempre parlato per lui. A noi non resta che manifestare rispetto per l’uomo e ammirazione per il professionista e l’atleta. Unitamente ad un augurio: gli auguriamo di poter contribuire a cambiare il mondo del pallone affinché in futuro impari a riconoscere e a onorare, insieme ai valori dello sport, anche quelli non meno fondamentali della gratitudine.

Tra monnezza e assessori

di Marco Vallesi

Particolare-cassonetto-540x389C’è qualcosa, nelle parole e nei numeri sciorinati dall’assessore Celli nel recente comunicato in cui tratta della “raccolta differenziata”, che genera un fastidioso attrito tra la mia pazienza e la protervia che trasuda dalle sue parole. Sì, trasuda, giacché al di là delle “buone intenzioni” intraviste tra la onnipresente dietrologia ed espresse verso suggerimenti per le eventuali migliorie – peraltro già segnalate e mai considerate – egli non menziona in alcun modo la vessazione onerosa a cui sono sottoposti i cittadini per l’iniqua gestione della raccolta dell’immondizia e il conseguente, pesantissimo prezzo che devono pagare i cittadini per un servizio che fa acqua – non ancora percolato, per fortuna – da tutte le parti.

Non scenderò, per rispetto ai lettori, al bassissimo livello di comunicazione in cui è arrivato il “nostro” assessore ricorrendo all’asfittica e trita tecnica dell’elencazione di numeri e percentuali estrapolati da chissà quali “rapporti” e diffusi ad uso e consumo di una difesa che sa tanto di arrampicata sugli specchi. Anche perché, sui numeri, andrebbe scritto un capitolo a parte e, di sicuro, partendo dal capitolato d’appalto con cui è stato conferito il servizio alla ditta aggiudicatrice, si potrebbero evidenziare rilievi non proprio cristallini. Mi voglio dilungare invece su alcuni aspetti per i quali l’assessore, in buona compagnia di quell’altro detto “Memmo”, sembrano esprimersi, populisticamente – solo e sempre – in funzione di critica verso quei cittadini – l’epiteto più usato è “incivili” – non osservanti delle più elementari norme di convivenza ma mai, ripeto mai, sul loro pessimo operato e sulle difficoltà prodotte dall’inefficiente sistema “monnezza” sull’intera comunità.

Inizio col dire che a fronte dell’impegno per differenziare di ogni singolo utente del servizio RSU, l’amministrazione non ha posto in essere nessuna forma di incentivo per stimolare la cittadinanza a fare di più e meglio; al contrario, gli sforzi compiuti da chi deve destreggiarsi per differenziare, tra norme e materiali, in casa o nei locali delle attività, sono stati “premiati” con vari disagi e aumenti delle tariffe. I signori flagellatori degli “incivili”, evidentemente, si sentono esentati dal pensare, immaginare o comprendere la crescente sfiducia con la quale il cittadino-utente, pur svolgendo puntigliosamente il proprio dovere – quasi un lavoro – di “conferitore-selezionatore”, si sente sempre più preso nella morsa di quella che percepisce come una presa per i fondelli.

È anche necessario ribadire la gravissima discriminazione che sfugge al sig. assessore Celli il quale, dall’alto delle sue competenze, umane e professionali, dovrebbe almeno intuire che l’evidente disparità di trattamento in tema di raccolta differenziata dei rifiuti tra i cittadini residenti entro le mura del centro storico e quelli fuori  genera una discriminazione pesante e, se possibile, aggravata da certe esternazioni, talvolta anche incorniciate da toni a cui un assessore incapace di risolvere i problemi non dovrebbe ricorrere. È ignota, infatti, la ragione per cui l’utente del centro storico tarquiniese si vede costretto, oltre a differenziare capillarmente la propria immondizia e tenersela in casa (con relativi odori) in attesa del fatidico e ingombrante momento “X” per conferirla secondo orario, a sorbirsi, comunque, le stesse salatissime bollette calcolate con i medesimi parametri di chi, invece, può tranquillamente mettere i secchi fuori casa la sera per trovarseli comodamente svuotati la mattina. Questo sì è un vero e proprio atto di violata uguaglianza e di manifesta inciviltà amministrativa.

Detto tutto questo, mi aspetterei che l’assessore Celli, in forme di scusa, venga personalmente a ritirare, presso il domicilio di tutti i cittadini del centro storico, compreso il mio, la nostra pregiatissima – e costosissima – differenziata.

Piombo, mercurio e sfiducia: ma la popolazione si fida di chi “osserva” l’aria?

helix aspersadi Marco Vallesi

Era l’11 Novembre del 2011 quando il sottoscritto e altre tre persone si presentarono negli uffici della Procura di Civitavecchia per presentare un esposto nel quale si narrava l’incredibile iter con il quale il sindaco di Tarquinia, Mauro Mazzola, e altri si opposero alla proposta popolare sottoscritta da oltre settecento (700) cittadini per stimolarlo a presentare – di sua mano, in quanto prima autorità sanitaria locale – un esposto per evidenziare l’irreperibilità dei dati annuali sulle emissioni di inquinanti allo stato di vapore (tra i quali il mercurio) da rilevare “al camino” della centrale Enel TVN di Civitavecchia come da prescrizioni V.I.A.

Oggi, dal “report” dell’Osservatorio Ambientale e dalla cronaca veniamo a sapere che “Nella campagna 2013, per la prima volta dall’inizio del biomonitoraggio, sono state rilevate tracce di Mercurio in Helix Aspers, Aphanius Fasciatus e Paracentrotus Lividus.”. Tanto per chiarire a chi non ha modo di cercare la traduzione dal latino, queste le specie a cui appartengono quelle analizzate e dove sono state rilevate tracce di mercurio – per la prima volta e quindi in incremento – nel 2013: lumache di terra, pesci da acque salmastre e ricci di mare. Sulle stesse specie sono evidenziati incrementi di altri inquinanti; uno sconcertante riporta: “Il Piombo, che per l’anno 2012 era risultato presente in solamente due delle stazioni dell’intera campagna di biomonitoraggio, registra per il 2013 un notevole incremento in relazione ai tre organismi sentinella oggetto di indagine.”.

Ciò che appare sorprendente dalla lettura del “report” dell’Osservatorio è la “serenità” con la quale stata diffusa l’idea che a fronte di tali variazioni ambientali, oltre che lo sforamento dei limiti in alcune aree dei livelli di ozono e nanoparticelle, non vi sia “nessun allarme particolare”. Dal “report” del Consorzio per la Gestione dell’Osservatorio Ambientale, comunque, non si evince chi, direttamente o indirettamente, finanzi tali ricerche e le loro risultanze (per una lettura più approfondita, qui il link al sito). La speranza è che, di fronte alle evidenze del “report” ci sia qualcuno, almeno a Civitavecchia, che apra gli occhi e le orecchie sulla questione dell’incrementale inquinamento da metalli e metalloidi.

Dal canto nostro, a Tarquinia, stiamo ancora aspettando, dall’avvio della riconvertita centrale a carbone TVN la convocazione dei “tavoli tecnici” e i risultati del Biomonitoraggio degli effetti della trasformazione dell’alimentazione della Centrale di Civitavecchia da olio combustibile a carbone(sui terreni e sulle colture, da non confondere con quello pubblicato dall’Osservatorio Ambientale sopra citato) sottoscritto dal Comune di Tarquinia ed Enel S.p.A. nel 2008 e di cui, ancora oggi, non abbiamo potuto leggere un riga o un dato (qui un link dove se ne parla diffusamente).

Concludo con una nota curiosa: a fronte delle lamentazioni sulla scarsa partecipazione del pubblico alla “conferenza stampa” di presentazione del “report”, non si rendono conto i “signori professori” che appaiono, al solito, un pochino sbilanciati a favore di una moderazione che sembrerebbe tutelare chi finanzia le loro ricerche? Non si rendono conto, dall’alto della loro intelligenza, che la popolazione, che pure in qualche modo si è attivata sensibilmente, sollecitando con premura anche certune professionalità, non si aspetta più, dal mondo accademico, una vicinanza vera, sentita e partecipe?

 

Tarquinia, gli eventi e Vallerano: tre domande al sindaco Mazzola

113-ValleranoVTNotteDelleCandele2(s.t.) Mentre a Viterbo il sindaco Michelini evita con garbo l’invito del concittadino calciatore Leonardo Bonucci, risparmiandosi la secchiata d’acqua gelata ed accettando l’Ice Bucket Challenge con la sola donazione a favore della lotta alla SLA, a Tarquinia il primo cittadino Mazzola la doccia fredda la lancia addosso ai suoi concittadini, con un’intervista sul Corriere di Viterbo in cui lancia una provocazione decisa.

Partendo dall’esempio della Notte delle candele di Vallerano, il sindaco più che togliersi un sassolino tira un macigno nelle acque della comunità tarquiniese dell’imprenditoria e dell’attivismo: “Bisogna sfatare l’idea prona di un’amministrazione che deve organizzare e sponsorizzare: in tempi di crisi non si può fare, si deve dare sfogo alla creatività e alla collaborazione tra cittadini, amministratori, operatori turistici”.

Sin qui nulla di eccessivamente polemico, ma il sindaco rincara la dose: “Qui da noi solo polemiche sterili e pretese da parte di tutti: amministratori pubblici, commercianti e imprenditori che, tra l’altro, negli anni precedenti hanno tentato un qualcosa che poi si è rivelato un fallimento”. Uno sfogo che nasce da Facebook e è diretto alla Città, quasi Mazzola volesse scuoterla da chissà quale torpore parassitario. “Non si può vedere, fa male, la lungimiranza dei cittadini dell’entroterra, la loro collaborazione per creare qualcosa di bello,(e senza sovvenzionamenti), per la loro città e qui, di contro, polemiche, solo polemiche, a non finire! Si contribuisca a lavorare per la città, invece di criticare”.

Immaginando – come detto – che più che la sua esatta percezione della realtà cittadina, quella di Mazzola sia una provocazione e raccogliendo l’invito ad essere costruttivi e non polemici, proviamo ad aprire un dibattito sul tema, rivolgendo al primo cittadino alcune domande cui ci farebbe piacere aver risposta.

1)    Dato che in passato più volte lei stesso ha accusato la stampa ed i media di fare notizia ponendo la luce sugli aspetti negativi della città ed invitandoci a segnalare magari i problemi personalmente, invece che pubblicarli, non ritiene di contraddirsi con queste affermazioni critiche così ampiamente pubbliche? In poche parole, non crede sarebbe stato più coerente “lavare i panni sporchi in casa”, magari lanciando la stessa provocazione in un incontro pubblico con le categorie invece che sulle pagine dei giornali?

2)    Con le sue parole accusa i concittadini di attaccare e polemizzare: ma con questa intervista non crede di essere lei a denigrare Tarquinia, calcando la mano sul paragone con altre realtà e ribadendo l’incapacità cittadina di fare altrettanto?

3)    Guardando il panorama recente delle iniziative cittadine, dal Presepe Vivente al Divino Etrusco, passando per il palinsesto degli spettacoli estivi, si nota – ed a farlo notare è stato anche l’assessore Celli, in una recente conferenza stampa – che l’associazionismo, il volontariato e l’impegno dei singoli cittadini siano stati fattori importanti (se non fondamentali) a riempire in qualche modo un’offerta che le ristrettezze economiche avevano ridotto all’osso: crede che queste realtà così spesso impegnate per la cittadina meritino di essere oggetto di uno sfogo simile? Non meriterebbero forse una specifica ed un encomio diverso, al di fuori della provocazione che ha voluto lanciare? Anche perché, lungi dal polemizzare e dal mungere di continuo dal bilancio pubblico, spesso questi sodalizi finiscono per contribuirvi, pagando l’occupazione di suolo pubblico anche se si tratta di eventi che riportano il patrocinio comunale.

Soprintendenza, numeri e politica: ragioniamoci un po’ su

TarquiniaMuseo01di Marco Vallesi

I recenti annunci di provvedimenti e “riforme” del ministro Franceschini, in tema di “gestione dei Beni Culturali” hanno suscitato, nel mondo accademico ma anche in quello politico, reazioni di varia natura. Per quanto riguarda la nostra città si evidenzia l’intervento del sindaco Mazzola che, da par suo, è calato sulla questione della soppressione della “Soprintendenza dell’Etruria Meridionale” con un’invettiva che prende le mosse da questa premessa “Abolire la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale in nome della spending review, o della riorganizzazione del Ministero dei Beni culturali, vuol dire cancellare lo straordinario patrimonio archeologico di Tarquinia e del Lazio settentrionale” (qui).

Sarebbe già sufficiente analizzare questa frase per mettere a nudo tutta la pochezza e la strumentalità di certe prese di posizione evidenziando, ad esempio, l’illogica similitudine tra l’abolizione dell’istituzione (struttura immateriale) e il patrimonio archeologico (beni materiali). Tale similitudine, qualora sortisse i devastanti effetti che paventa, lascerebbe immaginare che il ministro Franceschini abbia pianificato e disposto una demolizione massiccia di musei, necropoli e reperti vari. La realtà dei fatti, invece e drammaticamente, ci narra tutt’altre vicende che non depongono a favore del mantenimento dello status quo tra immobilismo e potere.

Valgono ancora, a sottolineare l’interesse meramente strumentale per le sorti dei beni archeologici, le dichiarazioni del sindaco Mazzola, a cui fanno eco quelle della civitavecchiese on. Marta Grande (M5S), con cui si esaltano “i grandi successi ottenuti, sintetizzati dal numero di visitatori raggiunto nel 2013, circa 330mila, da quello che a tutti gli effetti si può considerare il Polo Espositivo Etrusco”. Bene! Se, e ribadisco – se – (cit.) secondo gli “illustri” oppositori del provvedimento del ministro Franceschini, contare 330.000 (trecentotrentamila) visitatori per un ipotetico – e non meglio definito né nell’estensione né nell’istituzione – “Polo Espositivo Etrusco” fornisce motivazioni per sottolineare i grandi successi” raccolti nel 2013 tramite profusione di “sinergia” “sforzi” e “collaborazioni”, siamo di fronte ad un sceneggiata che si regge solo sull’improvvisazione.

A dirlo, ovviamente, non è il sottoscritto ma i numeri. Sì, quei numeri riferiti alle presenze nei siti nazionali , visitatori paganti e non, introiti, ecc.,  che il MIBACT, attraverso il sito dell’Ufficio Statistica del Ministero, pubblica compiutamente, dettagliatamente ogni anno a favore di chiunque voglia informarsi sull’andamento dell’interesse verso i Beni Culturali gestiti dalla Stato. Se soltanto i “paladini dell’Etruria” sopra citati, prima di lanciarsi in sperticate difese della Soprintendenza e dei “grandi successi” conseguiti per “sinergia” in termini di visitatori, avessero aperto quel sito e consultato le tabelle ivi pubblicate, si sarebbero resi conto (forse…?) dell’enormità dell’abbaglio e della deformazione di una realtà che sono andati a rappresentare a mezzo stampa.

Per chi non avesse tempo o voglia di addentrarsi nella ricerca dei dati nelle pagine del Ministero (linkate sopra) anticipo, estrapolando qualche numero, qui di seguito.
Anno 2013 visitatori Tarquinia –  necropoli 40.176 ; museo  20.990 – circuito museale 21271; Totale: 82.437
Anno 1996 visitatori Tarquinia (riuniti in unica voce) – Totale: 127.413

Anno 2013 visitatori Cerveteri – necropoli 44.185 ; museo 12.995 ; circuito museale 5024; Totale 62.204
Anno 1996 visitatori Cerveteri – necropoli 75.046 ; museo 51.500 ; Totale 126.546

Come si evince, già dalla differenza tra le cifre riferibili ad un riscontro anteriore la gemellante, e fin troppo citata, “nomina UNESCO” per i due siti etruschi, c’è una totale discrepanza tra le esaltate virtù rappresentate negli articoli e la cruda realtà dei numeri; inoltre, se il continuo e infausto chiamare in causa il “sito UNESCO” serve solo confondere l’origine dei numeri maldestramente esibiti (330.000 visitatori) accorpando per questo eventuale fine le presenze nei piccoli e piccolissimi musei – diffusi come pulviscolo nel territorio dell’Etruria meridionale – che nulla hanno a che vedere con il prestigioso riconoscimento internazionale, allora saremmo di fronte ad una mistificazione vera e propria. In ogni caso, se qualche curioso si volesse cimentare in altre ricerche potrebbe scoprire che il dato negativo delle visite che emerge dal confronto non è, in effetti, solamente un “dato secco”, ossia ascrivibile a quella sola annualità, ma è, invece, una tappa di una tendenza negativa che si è avviata con una certa continuità dopo il boom delle visite dell’anno 1986; l’anno che seguì la grande iniziativa ideata e avviata dalla Regione Toscana: il “Progetto Etruschi” (qui un documento dell’ ’85 che ne riepiloga alcuni aspetti organizzativi).

Già, proprio quella Toscana spesso nominata come modello da seguire, ovvero quella regione dove la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale non aveva competenza (!) ha fornito, a Tarquinia, una visibilità che per quell’anno valse una cifra, tra museo e necropoli, intorno ai 200.000 visitatori.

I ragionamenti sui metodi di gestione del nostro patrimonio archeologico si potrebbero inoltrare in molti altri percorsi, tutti aspri e amareggianti, irti d’ostacoli quali contraddizioni e ipocrisia, frequentati da un potere che ha come unico scopo quello di rigenerarsi e, similmente a quanto sin qui scritto, essere ancora testimonianze dell’inutilità ufficiale e diffusa.

Ma quanto c’era di Divino?

di Stefano Tienforti

fotoPrima di scrivere un pezzo a commento del Divino Etrusco svoltosi lo scorso weekend ho voluto prendermi tutto il tempo necessario a elaborare le idee ed ordinarle – spero in maniera sufficientemente comprensibile –in queste righe: in fondo quello vissuto l’1,2 e 3 agosto a Tarquinia è assieme al Presepe Vivente – e forse di più – l’evento di punta del calendario annuale tarquiniese. Nonché, in pratica, l’unico di livello organizzato nel corso dell’estate.

Anche e soprattutto per questo, perciò, è una manifestazione cui la città non può rinunciare: ma il “non farla morire” – uso il virgolettato perché è la frase che più ho sentito pronunciare nei concitati e confusi giorni prima dell’evento – non può e non deve essere l’alibi per continuare a trattarla come fatto negli ultimi anni. E cioè improvvisando, rattoppando, litigando.

Qualche giorno prima del debutto, mentre eravamo a cena tra amici, Fabrizio Ercolani, che quest’anno ha dato la sua disponibilità last minute a collaborare all’organizzazione, mi ha detto che a suo avviso l’obiettivo primario del Divino è “portare gente a Tarquinia”. Gli ho obiettato, con termini più coloriti di quelli che scrivo qui, che non sono affatto d’accordo, e che secondo me lo scopo primario di ogni manifestazione turistica e promozionale non è tanto di portare tanta gente in città, quanto quello di mandarne via la stragrande maggioranza soddisfatta e pronta a riferire di quanto di bello e buono visto e vissuto a Tarquinia e nel corso della manifestazione. Sarebbe, quella, la più efficace, longeva ed economica forma di promozione, soprattutto se consideriamo che tutta quella fatta al Divino 2014 sono stati una manciata manifesti, qualche post Facebook ed i comunicati stampa.

Naturalmente sulla qualità e la piacevolezza di quanto offerto dalle tre serate lascio – per ovvi motivi di soggettività – la parola al lettore, così come sul livello enologico dell’evento. Mi limito, di mio, a chiedermi se è normale che un evento di tale rilievo per la città sia organizzato in una settimana o poco più; se negli ultimi giorni – e anche quelli stessi della manifestazione – sia logico ricorrere a chiamate in fretta e furia per riempire spazi di spettacolo e musicali; se la scelta, per forza di cose affrettata, di abbassare il prezzo dei carnet per attrarre gente e fare numeri sia la migliore nella promozione del valore e della qualità dei vini proposti in quella che, occorre ricordarlo, è una manifestazione che nasce e si fonda sull’enologia, e non una sagra; se la formula di coinvolgimento del tessuto economico e sociale del centro storico e della città in generale sia davvero efficace e soddisfacente.

Le risposte a tali domande sono, a mio avviso, meno soggettive e corrispondono a tutti no. No che diventano ancora più pesanti se si ragiona sui perché di tali ritardi, le cui radici affondano tutte nella politica, nelle discussioni di palazzo, nelle attribuzioni di oneri, onori e responsabilità. Così da una parte si parla, con l’affanno del lavoro affrettato, di riduzione dei costi folli dello scorso anno (non è la stessa amministrazione ed in pratica la stessa giunta che organizza? Nessuno dodici mesi fa si è accorto delle spese, mentre si banchettava sul loggiato del museo?), dall’altra ci si defila per “divergenze sulle linee organizzative”, di fatto scomparendo e lasciando per strada realtà e persone con cui si erano già presi impegni. E c’è anche un consigliere comunale capace di fermarmi per strada, in piena manifestazione, e dirmi (immagino con riferimento all’informazione locale): “Lo scorso anno quando organizzavamo noi ci avete ammazzato, quest’anno non scrivete niente?”. Sorvolando sul fatto che io, l’anno scorso, ero in ferie e sul Divino non ho speso mezza parola, m’è venuto spontaneo ricordargli che ha del ridicolo distinguere “noi” e “loro” in tema di organizzazione, quando per vincere le elezioni o per difendere la poltrona in consiglio si è tutti assieme.

Il ritardo, insomma, è una colpa – e non un alibi – a cui non può sottrarsi nessuno a livello politico ed amministrativo. Perché alla mancanza di programmazione dell’evento in sé si sono abbinate situazioni che, rasentando il grottesco, finiscono per assurgere a simboli emblematici del tardivo pressappochismo tarquiniese. A partire dalla curiosa coincidenza – non solo evitabile, ma assolutamente da evitare – per cui nelle sere della più attraente manifestazione estiva del centro storico due tra i più bei monumenti cittadini, Palazzo Vitelleschi e la Fontana di Piazza, entrambi al centro del percorso Divino, si presentavano con cantieri ed impalcature; per finire con l’avveniristica segnaletica alternativa – altro che QR code! – approntata per affrontare l’emergenza durante i tre giorni dell’evento, ancora visibile in città e comunque riprodotta, per i più pigri, nella foto a corredo del pezzo.

Dannato Etrusco!

7628834548_e5c31f46c8_o(s.t.) Uno dei veri, atavici problemi di Tarquinia è la sua difficoltà a dare continuità alle manifestazioni di successo. Nasce un’idea, vive una o due belle edizioni, poi collassa su sé stessa, non si replica o lo fa stancamente, figlia del successo delle esperienze precedenti ma incapace di guardare dieci centimetri oltre il proprio naso.

Ieri, ad esempio, 16 luglio 2014, è stato diffuso un comunicato che conferma che il Divino Etrusco si farà, nelle date dei prossimi 1,2,e 3 agosto: anticipazione già data in alcuni comunicati e sul calendario degli eventi sul sito turistico del comune e, ora, ufficializzata anche sul profilo Facebook dell’evento. Due settimane di anticipo sarebbero, a mio avviso, troppo poche per promuovere come meriterebbe una manifestazione anche qualora questa già disponesse di un calendario completo degli eventi e delle iniziative che la caratterizzeranno. Figuriamoci che il Divino Etrusco tarquiniese è lontanissimo dall’avere un’idea della propria composizione: domandando in giro tra quelli che sono stati i passati protagonisti, infatti, la risposta più gettonata è “Non ne sappiamo nulla” o “Ancora non ci ha cercato nessuno”. Nulla sa l’Università Agraria, originaria ideatrice dell’evento quando si svolse al mare e prima che lo ereditasse il Comune spostandolo nel centro storico. Nulla o quasi sanno i locali produttori di vino, che già lo scorso anno manifestarono il loro malcontento per esser contattati all’ultimo momento per offrire gratuitamente il prodotto, senza una logica di vera promozione o valorizzazione dello stesso e che, quest’anno, difficilmente accetterebbero un coinvolgimento simile.

A curare il Divino dovrebbe, insomma, essere il vicesindaco Renato Bacciardi, ma pare che le ultime settimane in Comune abbiano visto riunioni anche animate per la disputa di oneri, onori e responsabilità; e soprattutto – sembra – per capire dai capitoli di bilancio di quali assessorati far uscire i soldi necessari.

Diciamo, insomma, che c’è confusione (per usare un eufemismo); senza giri di parole, invece, possiamo affermare che la principale manifestazione estiva tarquiniese meriterebbe molto di meglio dal punto di vista organizzativo: basta con le cose raffazzonate, le corse dell’ultim’ora, l’improvvisarsi organizzatori in due settimane cercando di rifilare quanto già visto e sperando di salvare il salvabile. Basta con una promozione ridotta all’osso, vista la scarsità di tempo a disposizione. Basta con il coinvolgimento delle piccole realtà locali cui non viene riservato alcun aiuto, a cui viene chiesto di collaborare a proprie spese senza costruire per loro un progetto di valorizzazione, senza coinvolgerli in qualcosa che li vede cercati all’ultimo secondo.

Se il Divino Etrusco deve continuare, lo si faccia innanzitutto con il rispetto di un’idea che è buona e di successo, che migliorata e studiata, comprendendone limiti e potenzialità, e che merita di essere curata sin nei dettagli. Senza accontentarsi di vedere tanta gente in giro: come se fosse difficile, in piena estate e in una cittadina in cui, francamente, l’estate propone poco o nulla dal punto di vista dell’animazione.

La speranza, purtroppo, appare vana: la politica in questi casi dovrebbe lavorare per programmare per tempo e trovare fondi e finanziamenti, per poi lasciare la mano organizzativa a chi può esserne competente. Invece tutto resta fermo e silenzioso per mesi, per poi correre negli ultimi giorni all’avventura arruffando un programma.

Nella fretta e superficialità, poi, non ci si stupisca se le cose non vanno bene o si creano problemi: come in ogni aspetto, c’è rischio che si finisca per scordarsi qualcosa, che alcuni aspetti perdano controllo. Ed è facile, poi, finire a navigare – come successo al Lido poche domeniche fa – in acque poco accoglienti.