Storie e leggende sulla Sala degli Affreschi al Palazzo Comunale di Tarquinia

di Anna Alfieri

foto-3_-Fuga-di-Eugenio-IV-da-RomaIl Palazzo Comunale di Tarquinia presenta in modo esemplare le tre caratteristiche tipiche del Comune medievale italiano: l’arco della mercanzia sotto il quale si svolgevano a riparo delle intemperie i commerci quotidiani, la spettacolare scalinata costituita da 53 ripidi gradoni e la Loggia che era anche l’arengo che portava alla Camera dove si tenevano le riunioni consiliari e introduceva agli ambienti della Cancelleria. Sulla loggia e sulle scale si stipulavano i contratti privati. Quelli pubblici si stendevano formalmente nella Camera e nelle stanze ad essa adiacenti, dove i notai ed i cancellieri redigevano e trascrivevano instancabilmente verbali, atti e contratti.

Uno di questi ambienti, che nello scorrere dei secoli fu adibito ora a Cancelleria, ora a Sala Consiliare, ora ad emblematico atrio di rappresentanza, oggi è noto come Sala degli Affreschi.

Gli affreschi di questo emozionante salone celebrano, tramite il ricordo di eventi mitologici e storici, la nobiltà di Corneto, città primigenia, madre di Roma, sua fedele paladina e sua protettrice grazoe alle imprese guerresche del Cardinale Vitelleschi.

foto-1_-rientro-trionfale-di-Eugenio-IV-in-roma_-particolareAccanto alla grande storia che attraversa i millenni, le pitture del Palazzo raccontano anche una storia più piccola, quasi una cronaca, fatta di committenze e pagamenti, di incomprensioni, di ripicche, di ripensamenti e di drammi, minutamente documentati nelle raccolte degli Speculi , dei Mandati e dei Consigli conservati nell’Archivio storico della nostra città.

Le vicende degli “abbellimenti” iniziarono nel 1598, ma trovarono concretezza solo quando tre notabili cornetani, Fabio Fani, Pietro Cappetta e Baldassarre Latini, si impegnarono a sostenerne le spese in cambio dell’appalto cittadino di Macelleria. L’incarico fu affidato a Camillo Donati, capriccioso pittore maceratese, residente in Ronciglione che lavorò fin quasi alla fine di marzo del 1631 insieme al suo aiutante Domenico Taddei. Poi all’improvviso, abbandonò tutto e se ne andò.

Invano i Cornetani lo implorarono di fenire quella facciata che aveva lasciata imperfetta; e invano lo assicurarono che, se fosse tornato sarebbe stato trattato bene et accarezzato da tutti universalmente e che volentieri gli avrebbero baciato le mani.

Inutilmente – loro che avevano a lungo sparlato di lui e della sua sfacciata lentezza operativa – ammisero che mai se sia voluto dare l’incarico ad altro pittore, mai noi gli haveriamo fatto questo torto e inutilmente gli scrissero più volte: Vogliamo che solo lei fenischa e non altro. Venghi quanto prima allegramente et haverà tutte le soddisfazioni che lei desidera.

Il “Signor Camillo, puntiglioso pittore marchigiano ormai residente in Ronciglione, non tornò più.

I lavori vennero successivamente affidati a Giulio Giusti di Montefiascone che, al contrario dell’artista precedente, era bono et non lavattivo e furono pagati, nel 1636, con 45 scudi. Ma qui si inserisce il dramma che commosse l’intera città. Il denaro, che sarebbe stato consegnato al Giusti, in realtà era stato destinato dalla comunità al pagamento degli studi di Giulio Martellacci (i cui sospiri sembrano ancora oggi dolorosamente alitare tra le figure che affollano le pareti municipali), un promettente giovane di intelligenza chiara e speciale, che purtroppo, per poca fortuna seguita alla sua infermità, morì precocemente.

foto-2_-Cavalieri-vitelleschiani-al-rientro-di-Eugenio-IV-in-RomaAlla sua scomparsa, con 18 voti favorevoli e 2 contrari, fu deliberato che la somma raccolta venisse applicata in beneficio del Palazzo per fenire la pittura della Sala.

Con il tempo gli affreschi furono offuscati dalla polvere e devastati da oziosi che avevano prodotto guasti e mutilazioni. Perciò molto presto cominciò una serie di ritocchi, di ripuliture e di restauri.

Nel 1734, Mattia Gerardini ridipinse alcuni particolari e Lazzaro Nardeschi provvide ai cartigli con le iscrizioni esplicative degli avvenimenti rappresentati. Nel 1790, Luigi Tedeschi intervenne nuovamente sulle pitture e altrettanto fece nel 1798, Luigi Dell’Era. La caduta di un fulmine impose, nel 1824, ulteriori interventi e altri ritocchi furono eseguiti tra il 1980 e il 1981.

Gli affreschi sono ora chiaramente leggibili grazie all’opera di Roberto Ercolani e Vittorio Cesetti che li hanno restaurati nel periodo che va dal 1994 al 1996.

Lettere al Direttore: “Un ricordo della guerra a Tarquinia”

Riceviamo e pubblichiamo

Gentili redattori,
alleati-italiail racconto che vi trasmetto mi è stato gentilmente sollecitato da Anna Alfieri e si inserisce nel filone dei ricordi dei tarquiniesi del periodo tragico e convulso dell’ultimo conflitto mondiale. In particolare si riferisce ad un episodio a cavallo della battaglia del Mignone e dell’arrivo in paese degli alleati, cioè inizio giugno 1944. I ricordi sono di mia madre e di sua sorella Vincenza Luccioli (classe 1931).

La famiglia di mia madre, Luccioli Maria Caterina (classe 1937), era “sfollata” alle grotte di Villa Tarantola e suo padre Serafino Luccioli coltivava, in mezzadria con la famiglia Proli, un terreno agricolo al Piano, oggi sarebbe di fronte alla macelleria biologica, dove era anche posizionato un cancello. Qui transitarono le retroguardie dell’esercito tedesco in ritirata durante le fasi concitate della battaglia del Mignone. Tra questi, molti giovanissimi, anche in bicicletta e anche di nazionalità austriaca. Ebbene, uno di questi ragazzi fu abbandonato morto proprio sulla strada all’altezza del succitato cancello del Piano. Mio nonno Serafino, persona di grandissima umanità e sensibilità, non poté fare a meno di dare pietosa sepoltura a quel soldato, apponendo una croce con l’elmetto sul tumulo, proprio nel punto del ritrovamento del corpo, cioè di fronte alla odierna macelleria e non lontano dall’attuale edicola.

Tale gesto di cristiana umanità, causò però problemi a mio nonno. Infatti, con l’arrivo degli alleati dopo il 6 giugno, la costatazione che in quel punto il contadino italiano aveva osato seppellire con tanto di croce ed elmetto un “nemico”, causò l’ira di alcuni militari americani che per sfregio iniziarono a distruggere con le baionette i cocomeri del campo di mio nonno. Serafino Luccioli gentilmente chiese loro di prendere i cocomeri che volevano mangiare, ma di non distruggere il resto del raccolto, all’epoca tanto prezioso per tutta la famiglia. I militari a questa reazione si arrabbiarono ancora di più e lo minacciarono con le armi da taglio e da fuoco. Intervenne quindi prima il figlio, Giuseppe (Peppe) Luccioli di 11 anni, che si frappose tra gli americani e mio nonno cercando di difenderlo e di mandarli via urlando e piangendo, ma fu risolutivo e provvidenziale l’intervento del vicino di campo di mio nonno, tale Francesco “Checco” Viscarelli, uomo di grande coraggio e soprattutto grande mole e forza che, sentendo le urla, arrivò di corsa brandendo un forcone. Alla vista di quel gigante, gli americani preferirono battere in ritirata e ai miei parenti, per quella volta, andò liscia. In seguito, mio zio Peppe aveva preso l’abitudine di collocare spesso qualche fiore di campo su quella croce. La sepoltura rimase per alcuni anni in loco, fino a quando rappresentanti del governo tedesco vennero a traslare i resti del militare in Germania.

Una curiosità collegata a quel periodo riguarda il fatto che ancora oggi, dopo oltre settant’anni, la famiglia Luccioli possiede il tavolone da mensa che gli ufficiali tedeschi usavano al tempo a Villa Tarantola che, dopo la loro ritirata, mio nonno si affrettò a mettere da parte e che ancora oggi usiamo in occasione di feste e pranzi.

Saluti e buon lavoro,

Stefano Celletti, Tarquinia

Centenario della Grande Guerra: il 28 giugno una manifestazione a Tarquinia

trincea-grande-guerraTarquinia ricorda il centenario della Grande Guerra e lo farà con una manifestazione che si terrà il 28 giugno, dalle ore 10, nella sala consiliare del palazzo comunale. Alle ore 10 si terrà il saluto di benvenuto, con gli interventi del sindaco Mauro Mazzola e del presidente della commissione cultura Angelo Centini. A seguire prenderanno la parola la prof.ssa Catia Papa, dell’Università degli Studi della Tuscia, e la dott.ssa Vilma Nazzi. Alle ore 11.30, il coro CanTarQui eseguirà gli inni Stella d’Italia e la Canzone del Piave. Alle ore 12.30, presso l’ex sala capitolare degli agostiniani di San Marco, sarà inaugurata la mostra “Tarquinia nella Grande Guerra 1915-1918”. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il Centro Studi dell’Europa Mediterranea e l’Università degli Studi della Tuscia.

L’importanza di chiamarsi “Tarquiniense”

di Anna Alfieri

Il Museo Archeologico Etrusco di Tarquinia non si chiama affatto etrusco e nemmemuseono archeologico. Si chiama – come è scritto con semplicità e chiarezza nell’epigrafe posta sulla sua facciata – “Museo Nazionale Tarquiniense”. Quasi un ossimoro, strana parola che si riferisce all’accostamento di due vocaboli di senso contrario in contrasto tra loro. In questo caso l’ossimoro consiste nel fatto che il nostro grande Museo, custode di reperti storici ed artistici di importanza mondiale, viene definito Nazionale, ma contemporaneamente anche Tarquiniense, quasi fosse – e questa è l’antitesi – di dimensioni civiche modeste se non addirittura paesane.

Eppure questa definizione, voluta con forza nel 1916 dall’archeologo Giuseppe Cultrera della Reale Soprintendenza alle Antichità di quel tempo, è esatta e appropriata. Perché essa conferma che tutto quanto di intrigante, di suggestivo e soprattutto di culturalmente prezioso il nostro Museo contiene, tutto, ma proprio tutto, proviene esclusivamente da Tarquinia, dal suo territorio e dalla sua storia. A cominciare dal quattrocentesco Palazzo Vitelleschi che ogni meraviglia raccoglie e che, nella sua struttura architettonica, da solo racconta come in un libro di pietra, l’intero passato medievale della nostra città che prima si chiamava Corneto. Un libro in cui la torre Fani e le arcate possenti della fiancata che dà in via Mazzini testimoniano il Romanico e le trifore ricamate che si affacciano su piazza Cavour illustrano il Gotico, mentre il portale di marmo con lo stemma cardinalizio e il soprastante loggiato che si apre sul mare accennano al Rinascimento ormai incipiente.

Nell’ala più ombrosa e privata di questa dimora, Giovanni Vitelleschi incastonò una cappella e un’anticappella che fungeva da studiolo, entrambe affrescate. Le pitture dell’anticappella raccontano la storia antica di Lucrezia che, moglie romana dell’etrusco Tarquinio Collatino, si uccise dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del Superbo. Una vicenda crudele che, come scrive Tito Livio, offese e indignò i Romani e provocò la cacciata dei Tarquini dall’Urbe, la caduta della monarchia e la nascita della repubblica in Roma.

Nel commissionare questo ciclo pittorico, il nostro Cardinale intendeva esaltare solPalazzo Vitelleschi - Particolaretanto le virtù della pudicizia e dell’onestà coniugale simboleggiate da Lucrezia violata e suicida. Ciò nonostante, come folgorato dal Genius Loci tarquiniense che già allora magicamente invadeva ogni spazio del suo palazzo ancora in costruzione, e come spinto dalla sua suggestiva sensitività territoriale, volle per primo – e dico con emozione ‘per primo in Corneto’ – raffigurare proprio nello studiolo delle sue meditazioni l’immagine di due etruschi Tarquini, il Collatino e il Sesto, la cui famiglia proveniva dalla mitica Tarchna della quale, in paese, si era perso da tempo ogni memoria. Eppure quella magica Tarchna da secoli dormiva silenziosamente sepolta sotto uno strato di terra dorata costellata qua e là da tombe etrusche, scambiate per piccole e strane ‘grotte pinte’ nelle quali i contadini un po’ frastornati qualche volta riparavano se stessi e il loro bestiame. Insomma Tarquinia giaceva proprio nel gran territorio cornetano dove il Cardinale, che era ambizioso e guerriero, forse sognava di fondare la sua Signoria.

Solo nel Settecento, Tarchna-Tarquinia riaprì i suoi tesori e rivelò i suoi segreti nascosti. Poi – quando dai suoi sepolcri dimenticati emersero all’improvviso figure eleganti e gioiose piene di colori e di vita, ceramiche decorate e gioielli di fattura strana e finissima, quando l’opaca cultura del tempo venne scossa fin dalle sue fondamenta e l’archeologia si trasformò in passione, avventura e romanzo, – a Corneto fu tutto un accorrere di rudi frugatori di tombe, di furbi mercanti antiquari, di avventurieri, di viaggiatori curiosi, di letterati sensibili e di studiosi entusiasti. Accadde così che, piano piano, la ruvida e turrita città degli orgogliosi cornetani finì col chiamarsi Tarquinia e, che col tempo, al Palazzo che avrebbe potuto diventare il cuore pulsante di una Signoria Vitelleschiana, venne attribuito l’inatteso aggettivo di ‘tarquiniense’. A buona ragione però.

foto-il-magistrato‘Tarquiniense’ a buona ragione, perché ora nelle sue scuderie al piano terreno i severi personaggi di pietra appartenuti alle grandi famiglie etrusche dei Camna, dei Pulena, degli Apatri, e dei Partunus, adagiati come vivi sui loro pesanti sarcofagi ben decorati, si scambiano ancora misteriosi sguardi d’intesa e forse, di notte, si dicono strane parole. E perché nelle grandi sale in cui, durante il Rinascimento, si aggirarono capitani di ventura, pontefici e dame, ora si affollano i visitatori intenti ad ammirare centinaia e centinaia di reperti archeologici. Da quelli Villanoviani che risalgono ai tempi in cui gli Etruschi ancora non si chiamavano Etruschi ai trionfali capolavori provenienti da Corinto, dall’Attica, dall’Egitto e dalla Fenicia, importati a caro prezzo ed esibiti nei loro palazzi dai magnati dell’antica Tarquinia e poi da essi gelosamente conservati nei propri sepolcri. Dalle collezioni di ceramiche prodotte nei laboratori di Tarchna, ora ordinatamente accatastate nei depositi sotterranei, ai buccheri, le armi, le monete, i gioielli, gli specchi, i balsamari, i lacrimatoi, le suppellettili e gli oggetti votivi. Dai grandi Cavalli Alati di terracotta che sembrano pronti a spiccare il volo alle pitture tombali asportate dalle necropoli che non sono solo nostre, ma anche Patrimonio dell’intera Umanità.

Del resto, i tramonti rossi e viola che un tempo perfino i Borgia ammirarono dai loggiati vitelleschiani sono, anch’essi, “Tarquiniensi”. Perché il mare in cui ogni sera il sole scompare davanti ai nostri occhi si chiama Tirreno in ricordo dell’eroe Tirreno, fratello di Tarchon che, in un magico giorno indicato dagli dei, fondò Tarchna-Tarquinia dalla quale, per noi, tutto nacque. Perfino questo mio raccontino un po’ strampalato.

“Non passa lo straniero”: il 24 maggio ricordato con una pagina di diario

Isonzo1917_aNel giorno in cui l’Italia ricorda la sua entrata nella Prima Guerra Mondiale, avvenuto esattamente il 24 maggio di cento anni fa, proponiamo – grazie alla concessione di Anna Alfieri – una pagina del diario di sua madre che ricorda la ricezione della notizia della morte del fratello, avvenuta proprio nel corso della Grande guerra. Lo zio materno di Anna, ricordato in queste righe, è stato poi decorato con la medaglia d’argento al valore.

“Nella primavera del ’17 andavo a scuola di ricamo dalle suore del Preziosissimo Sangue. Un pomeriggio qualcuno venne a chiamare concitatamente mia cugina Marietta, ma io stranamente capii che quella chiamata era per me e corsi via. La mia casa era piena di gente. Arnaldo, il mio allegrissimo fratello sempre entusiasta di tutto, era morto sull’Isonzo. Aveva 19 anni e aveva lasciato la scuola dove già insegnava per andare volontario in guerra. A casa il dolore fu indicibile. Ci fu una processione di parenti, di amici,di semplici conoscenti e perfino di estranei. Venne anche il Principe don Felice Borghese molto amico del babbo, ma tutto questo non servì a niente. Io non volevo vedere nessuno e, chiusa nella mia camera, ripensavo all’ultima volta che avevo visto mio fratello che ripartiva per il fronte mentre pioveva a dirotto. Lui se ne andò correndo, coprendosi la testa con la sua mantellina militare da bersagliere, mi salutò con la mano e io non lo vidi mai più.”

Il bastone del prete Sbrinchetti

di Paolo Fiorentini

Per dovere d’ufficio sono costretto a percorre giornalmente le macchie del comune di Corneto-Tarquinia.. nei giorni 6- 7 (luglio) dovetti trovarmi per servizio in quella parte della macchia che confina con Piandarcione per assistere alle ultime caricazioni (sic!) dei carboni. .. nel punto della macchia dove si è fatto il carbone, in contrada Selvaccia, vocabolo Cavalline, frequentavano ogni giorno vari carrettieri addetti al trasporto dei carboni. Venendo a parlare del fatto avvenuto il giorno avanti a danno del Sig. Don Giovanni Sbrinchetti posso dire che quella mattina partii con Antonio Borzacchi per recarmi alle Cavalline ove trovammo i carrettieri. Poco dopo le 11 avendo i carrettieri terminato di caricare il carbone partimmo tutti per la carrareccia delle Cavalline che sbocca a Torre Bianca ai cosiddetti Due Cancelli luogo proprio ove avvenne l’assassinio di Sbrinchetti. Prima di arrivare alla strada Provinciale ci fermammo presso il fontanile di Piandarcione per far bere le bestie… essendo capitato Luigi il portatore di Sbrinchetti ci invitò di andare all’ara, ma noi avendo inteso che c’era il padrone, per un riguardo non volemmo andarci. (deposizione di Francesco Carosi al sindaco Luigi Dasti)

f6323135412f71ec9415b26e0f45b494C’era sempre stato in casa un bastone per appoggiarsi. Un vecchio bastone di legno con incastonati nel manico delle figure metalliche di carta da gioco. Era per un bambino un formidabile oggetto che poteva trasformarsi in una lancia, una spada o un cavallo con cui correre nelle stanze. Correre fino a quando la zia Maria al culmine dell’esasperazione non pronunciava la frase che era in grado di interrompere ogni gioco: “Il bastone del prete Sbrinchetti!” come se il legittimo proprietario, cui si doveva un certo riguardo, fosse potuto comparire da un momento all’altro a riprendersi ciò che gli era appartenuto.

Ci fu poi un periodo che il bastone riacquistò la funzione per cui era stato costruito e servì da ausilio per la zia e poi per mia nonna che lo utilizzò solo in casa perché, a suo dire, all’esterno era disdicevole specie con le scarpe con il tacco.

Poi come molti oggetti finì in garage dove non fu nemmeno attaccato dai tarli presenti nella legna per la stufa: un ottimo legno!

A riportalo in auge questa volta come oggetto di curioso antiquariato furono le mie letture in età matura degli scritti della professoressa Tiberi e del professor Naccarato che hanno fatto riemergere dal passato l’illustre proprietario del bastone: Don Giovanni Sbrinchetti, patrizio cornetano.

Gli Sbrinchetti erano una ricca famiglia originaria di Preci in provincia di Perugia che si era trasferita a Corneto agli inizi dell’ottocento, dove esercitava la nobile arte dell’agricoltura e aveva intrapreso la scalata sociale fino ad entrare, non senza difficoltà, a far parte dell’elite del patriziato locale nel 1846. La loro sontuosa abitazione, more nobilium, era posta al primo piano del palazzo che fu dei Costantini in piazza San Giovanni.

Il prete, essendo rimasto l’unico dei fratelli ancora viventi, oltre ad amministrare il culto religioso provvedeva a curare le enormi ricchezze di cui disponeva nei terreni fra Fontanile della Torre, Monte Cimbalo e Pian di Spille.

Il 7 luglio del 1877 dopo una giornata passata all’ara ad assistere alla trebbiatura del grano della propria lestra si avviò verso Corneto sul calesse in compagnia di Pietro Petrighi. Proprio in vocabolo Cavalline trovò la morte per un colpo di fucile. Le indagini del sindaco Dasti portarono alla scoperta dell’assassino individuato in un certo Felice Cardarelli che avrebbe dovuto “prendere servizio nel lunedì 9 come operaio del cimitero, quale scavatore di fosse, dimodochè sarebbe egli stesso che scavi la fossa per lo Sbrinchetti e cooperi con le sue mani all’interramento di questi”.

Rimase oscuro il movente del delitto anche se la voce popolare parlò dei prestiti di denaro, forse con interessi non proprio cristiani, che Don Giovanni era solito fare.

La storia cominciava così a tingersi giallo e ad incuriosirmi sempre più: come aveva fatto quel bastone a finire a casa nostra? Nessuna parentela, anche perché quel ramo della famiglia Sbrinchetti si estinse senza che vi fossero eredi diretti e comunque quello che ci arrivò fu solo il bastone e non quel tesoro che si trovava sotterrato nelle cantine di una casa vicina alla mia e di cui avevo spesso sentito vociferare.

Non rimaneva che indagare sulla zia Maria che avrebbe potuto far luce sul mistero ma che il mistero portò con sé nella tomba, almeno prima che il fatto potesse suscitare in me interesse. Dopo un paio di tentativi di ricerche presso l’archivio parrocchiale del Duomo andati a vuoto finalmente il nome di collegamento è uscito fuori. La zia Maria aveva sposato Cesare Scappini e proprio andando indietro nella famiglia di lui ho scoperto che sua nonna paterna era tal Costanza Sbrinchetti, cugina e appartenente ad un ramo minore della famiglia e che era nata a Corneto nel 1824. Il bastone e ad altri oggetti probabilmente furono ereditati da questa cugina che li tramandò ad una parte della famiglia Scappini che ne è tuttora in possesso.

La ricostruzione della storia ha tolto quel velo di mistero fatto di voci, supposizioni, racconti familiari su un oggetto che forse quel giorno caldo di luglio era sul calesse ad aiutare l’anziano prete nei suoi passi in campagna.

Solo al termine di queste mie ricostruzioni dei fatti ho deciso che valeva la pena far uscire il bastone dal suo lento oblio in un magazzino e dopo averlo fatto passare ancora una volta in Piazza S. Giovanni davanti alla sua antica abitazione, consegnarlo all’Archivio Storico del Comune di Tarquinia perché anche un piccolo oggetto, appartenuto ad un personaggio vittima di un fatto di sangue della storia locale, possa essere degnamente conservato.

Ai Musei Capitolini gli ultimi folli giorni dell’Impero

di Francesco Rotatori

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_2“Niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere”. scrive Marco Aurelio nei suoi pensieri A se stesso. Chissà se l’imperatore filosofo avrebbe pensato lo stesso se di lì a qualche anno avesse osservato dall’alto la situazione in cui versava il suo grande impero. Da Commodo (180 d.C.) in poi la carica di imperatore si associò sempre di più a una figura tirannica e dispotica, a un lusso sfrenato e all’impossibilità di saper governare un territorio oramai disomogeneo e ricco di tendenze diversificate.

Il secolo d’oro dell’impero si era improvvisamente chiuso con la decadenza dei commerci e una grave crisi agricola a cui seguì l’inflazione. La situazione politica era degenerata di giorno in giorno, e una serie di comandanti si erano susseguiti velocemente al potere con una conseguente instabilità crescente. Commodo era difatti caduto vittima di una congiura, Pertinace governò per soli tre mesi, Didio Giuliano comprò addirittura all’asta il titolo di imperator, Settimio Severo prevalse coll’aiuto dell’esercito, Caracalla fece assassinare il fratello Geta per ascendere al soglio imperiale ma si trovò colpito a morte da Macrino, a sua volta deposto da Eliogabalo sotto l’influsso della nonna Giulia Mesa, che tra l’altro non esitò a fare uccidere il nipote per favorirne un altro, Alessandro Severo, il quale fu assalito dai suoi stessi militari dopo un regno di una decina d’anni, Massimino il Trace, il primo imperatore barbaro, durò nemmeno tre anni. Anni di anarchia militare e di signori della guerra condussero infine all’avvento della riorganizzazione dell’impero e della sua stessa divisione in quattro regioni sotto Diocleziano. Alla sua abdicazione (305 d.C.) si era conclusa un’epoca di distruzione e ne era iniziata un’altra, quella cristiana, con il grande Costantino.

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_1A questi anni i Musei Capitolini dedicano una rassegna inedita, il quarto grande appuntamento del ciclo “I Giorni di Roma”, L’età dell’angoscia Da Commodo a Diocleziano (180-305 d.C.). Sette sezioni affrontano i temi fondanti dell’analisi storica e sociologica: dalla riorganizzazione dell’esercito, elemento divenuto fondamentale per l’elevazione al potere, ai nuovi culti religiosi che si affiancarono a quelli principali e finirono per unirsi in un generale sincretismo portando a Roma la cultura del mitraismo, della dea Iside, del dio greco-egizio Serapide o del culto del sole, di cui fu grande promotore Marco Aurelio Antonino, meglio noto come Eliogabalo; dal nuovo assetto dell’urbe agli arredi delle dimore patrizie; dagli usi e costumi di tutti i giorni alla ritrattistica dei protagonisti, tra cui spiccano il ritratto di Commodo come Eracle, un bellissimo busto femminile del II sec. d.C. che ci permette di indagare la fantasia delle acconciature femminili, e il ritratto di Settimio Severo proveniente dalla Grecia.
E proprio a quest’ultimo ambito è legata un’affascinante attività proposta dalla direzione museale: due mercoledì al mese, da marzo a maggio, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma saranno in mostra a disegnare dal vivo i volti di pietra, cercando di carpirne i segreti e di riportarne con varie tecniche le espressioni profonde, e a tutorare gli eventuali interessati e curiosi che si avvicinano per la prima volta in questo modo alla ricerca storico-artistica.

Non dobbiamo accostarci a questo mondo romano pensando che sia del tutto diverso dal nostro: le disgrazie naturali, le gravi crisi economico-finanziarie, il crollo della borsa, la successione di governi-lampo impossibilitati a ottenere completamente il consenso popolare, la fuoriuscita di una miriade di credenze religiose e tendenze innovative che si sommano alle tradizioni comuni… Siamo davvero così lontani da quella realtà?