Centenario della Grande Guerra: il 28 giugno una manifestazione a Tarquinia

trincea-grande-guerraTarquinia ricorda il centenario della Grande Guerra e lo farà con una manifestazione che si terrà il 28 giugno, dalle ore 10, nella sala consiliare del palazzo comunale. Alle ore 10 si terrà il saluto di benvenuto, con gli interventi del sindaco Mauro Mazzola e del presidente della commissione cultura Angelo Centini. A seguire prenderanno la parola la prof.ssa Catia Papa, dell’Università degli Studi della Tuscia, e la dott.ssa Vilma Nazzi. Alle ore 11.30, il coro CanTarQui eseguirà gli inni Stella d’Italia e la Canzone del Piave. Alle ore 12.30, presso l’ex sala capitolare degli agostiniani di San Marco, sarà inaugurata la mostra “Tarquinia nella Grande Guerra 1915-1918”. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il Centro Studi dell’Europa Mediterranea e l’Università degli Studi della Tuscia.

L’importanza di chiamarsi “Tarquiniense”

di Anna Alfieri

Il Museo Archeologico Etrusco di Tarquinia non si chiama affatto etrusco e nemmemuseono archeologico. Si chiama – come è scritto con semplicità e chiarezza nell’epigrafe posta sulla sua facciata – “Museo Nazionale Tarquiniense”. Quasi un ossimoro, strana parola che si riferisce all’accostamento di due vocaboli di senso contrario in contrasto tra loro. In questo caso l’ossimoro consiste nel fatto che il nostro grande Museo, custode di reperti storici ed artistici di importanza mondiale, viene definito Nazionale, ma contemporaneamente anche Tarquiniense, quasi fosse – e questa è l’antitesi – di dimensioni civiche modeste se non addirittura paesane.

Eppure questa definizione, voluta con forza nel 1916 dall’archeologo Giuseppe Cultrera della Reale Soprintendenza alle Antichità di quel tempo, è esatta e appropriata. Perché essa conferma che tutto quanto di intrigante, di suggestivo e soprattutto di culturalmente prezioso il nostro Museo contiene, tutto, ma proprio tutto, proviene esclusivamente da Tarquinia, dal suo territorio e dalla sua storia. A cominciare dal quattrocentesco Palazzo Vitelleschi che ogni meraviglia raccoglie e che, nella sua struttura architettonica, da solo racconta come in un libro di pietra, l’intero passato medievale della nostra città che prima si chiamava Corneto. Un libro in cui la torre Fani e le arcate possenti della fiancata che dà in via Mazzini testimoniano il Romanico e le trifore ricamate che si affacciano su piazza Cavour illustrano il Gotico, mentre il portale di marmo con lo stemma cardinalizio e il soprastante loggiato che si apre sul mare accennano al Rinascimento ormai incipiente.

Nell’ala più ombrosa e privata di questa dimora, Giovanni Vitelleschi incastonò una cappella e un’anticappella che fungeva da studiolo, entrambe affrescate. Le pitture dell’anticappella raccontano la storia antica di Lucrezia che, moglie romana dell’etrusco Tarquinio Collatino, si uccise dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del Superbo. Una vicenda crudele che, come scrive Tito Livio, offese e indignò i Romani e provocò la cacciata dei Tarquini dall’Urbe, la caduta della monarchia e la nascita della repubblica in Roma.

Nel commissionare questo ciclo pittorico, il nostro Cardinale intendeva esaltare solPalazzo Vitelleschi - Particolaretanto le virtù della pudicizia e dell’onestà coniugale simboleggiate da Lucrezia violata e suicida. Ciò nonostante, come folgorato dal Genius Loci tarquiniense che già allora magicamente invadeva ogni spazio del suo palazzo ancora in costruzione, e come spinto dalla sua suggestiva sensitività territoriale, volle per primo – e dico con emozione ‘per primo in Corneto’ – raffigurare proprio nello studiolo delle sue meditazioni l’immagine di due etruschi Tarquini, il Collatino e il Sesto, la cui famiglia proveniva dalla mitica Tarchna della quale, in paese, si era perso da tempo ogni memoria. Eppure quella magica Tarchna da secoli dormiva silenziosamente sepolta sotto uno strato di terra dorata costellata qua e là da tombe etrusche, scambiate per piccole e strane ‘grotte pinte’ nelle quali i contadini un po’ frastornati qualche volta riparavano se stessi e il loro bestiame. Insomma Tarquinia giaceva proprio nel gran territorio cornetano dove il Cardinale, che era ambizioso e guerriero, forse sognava di fondare la sua Signoria.

Solo nel Settecento, Tarchna-Tarquinia riaprì i suoi tesori e rivelò i suoi segreti nascosti. Poi – quando dai suoi sepolcri dimenticati emersero all’improvviso figure eleganti e gioiose piene di colori e di vita, ceramiche decorate e gioielli di fattura strana e finissima, quando l’opaca cultura del tempo venne scossa fin dalle sue fondamenta e l’archeologia si trasformò in passione, avventura e romanzo, – a Corneto fu tutto un accorrere di rudi frugatori di tombe, di furbi mercanti antiquari, di avventurieri, di viaggiatori curiosi, di letterati sensibili e di studiosi entusiasti. Accadde così che, piano piano, la ruvida e turrita città degli orgogliosi cornetani finì col chiamarsi Tarquinia e, che col tempo, al Palazzo che avrebbe potuto diventare il cuore pulsante di una Signoria Vitelleschiana, venne attribuito l’inatteso aggettivo di ‘tarquiniense’. A buona ragione però.

foto-il-magistrato‘Tarquiniense’ a buona ragione, perché ora nelle sue scuderie al piano terreno i severi personaggi di pietra appartenuti alle grandi famiglie etrusche dei Camna, dei Pulena, degli Apatri, e dei Partunus, adagiati come vivi sui loro pesanti sarcofagi ben decorati, si scambiano ancora misteriosi sguardi d’intesa e forse, di notte, si dicono strane parole. E perché nelle grandi sale in cui, durante il Rinascimento, si aggirarono capitani di ventura, pontefici e dame, ora si affollano i visitatori intenti ad ammirare centinaia e centinaia di reperti archeologici. Da quelli Villanoviani che risalgono ai tempi in cui gli Etruschi ancora non si chiamavano Etruschi ai trionfali capolavori provenienti da Corinto, dall’Attica, dall’Egitto e dalla Fenicia, importati a caro prezzo ed esibiti nei loro palazzi dai magnati dell’antica Tarquinia e poi da essi gelosamente conservati nei propri sepolcri. Dalle collezioni di ceramiche prodotte nei laboratori di Tarchna, ora ordinatamente accatastate nei depositi sotterranei, ai buccheri, le armi, le monete, i gioielli, gli specchi, i balsamari, i lacrimatoi, le suppellettili e gli oggetti votivi. Dai grandi Cavalli Alati di terracotta che sembrano pronti a spiccare il volo alle pitture tombali asportate dalle necropoli che non sono solo nostre, ma anche Patrimonio dell’intera Umanità.

Del resto, i tramonti rossi e viola che un tempo perfino i Borgia ammirarono dai loggiati vitelleschiani sono, anch’essi, “Tarquiniensi”. Perché il mare in cui ogni sera il sole scompare davanti ai nostri occhi si chiama Tirreno in ricordo dell’eroe Tirreno, fratello di Tarchon che, in un magico giorno indicato dagli dei, fondò Tarchna-Tarquinia dalla quale, per noi, tutto nacque. Perfino questo mio raccontino un po’ strampalato.

“Non passa lo straniero”: il 24 maggio ricordato con una pagina di diario

Isonzo1917_aNel giorno in cui l’Italia ricorda la sua entrata nella Prima Guerra Mondiale, avvenuto esattamente il 24 maggio di cento anni fa, proponiamo – grazie alla concessione di Anna Alfieri – una pagina del diario di sua madre che ricorda la ricezione della notizia della morte del fratello, avvenuta proprio nel corso della Grande guerra. Lo zio materno di Anna, ricordato in queste righe, è stato poi decorato con la medaglia d’argento al valore.

“Nella primavera del ’17 andavo a scuola di ricamo dalle suore del Preziosissimo Sangue. Un pomeriggio qualcuno venne a chiamare concitatamente mia cugina Marietta, ma io stranamente capii che quella chiamata era per me e corsi via. La mia casa era piena di gente. Arnaldo, il mio allegrissimo fratello sempre entusiasta di tutto, era morto sull’Isonzo. Aveva 19 anni e aveva lasciato la scuola dove già insegnava per andare volontario in guerra. A casa il dolore fu indicibile. Ci fu una processione di parenti, di amici,di semplici conoscenti e perfino di estranei. Venne anche il Principe don Felice Borghese molto amico del babbo, ma tutto questo non servì a niente. Io non volevo vedere nessuno e, chiusa nella mia camera, ripensavo all’ultima volta che avevo visto mio fratello che ripartiva per il fronte mentre pioveva a dirotto. Lui se ne andò correndo, coprendosi la testa con la sua mantellina militare da bersagliere, mi salutò con la mano e io non lo vidi mai più.”

Il bastone del prete Sbrinchetti

di Paolo Fiorentini

Per dovere d’ufficio sono costretto a percorre giornalmente le macchie del comune di Corneto-Tarquinia.. nei giorni 6- 7 (luglio) dovetti trovarmi per servizio in quella parte della macchia che confina con Piandarcione per assistere alle ultime caricazioni (sic!) dei carboni. .. nel punto della macchia dove si è fatto il carbone, in contrada Selvaccia, vocabolo Cavalline, frequentavano ogni giorno vari carrettieri addetti al trasporto dei carboni. Venendo a parlare del fatto avvenuto il giorno avanti a danno del Sig. Don Giovanni Sbrinchetti posso dire che quella mattina partii con Antonio Borzacchi per recarmi alle Cavalline ove trovammo i carrettieri. Poco dopo le 11 avendo i carrettieri terminato di caricare il carbone partimmo tutti per la carrareccia delle Cavalline che sbocca a Torre Bianca ai cosiddetti Due Cancelli luogo proprio ove avvenne l’assassinio di Sbrinchetti. Prima di arrivare alla strada Provinciale ci fermammo presso il fontanile di Piandarcione per far bere le bestie… essendo capitato Luigi il portatore di Sbrinchetti ci invitò di andare all’ara, ma noi avendo inteso che c’era il padrone, per un riguardo non volemmo andarci. (deposizione di Francesco Carosi al sindaco Luigi Dasti)

f6323135412f71ec9415b26e0f45b494C’era sempre stato in casa un bastone per appoggiarsi. Un vecchio bastone di legno con incastonati nel manico delle figure metalliche di carta da gioco. Era per un bambino un formidabile oggetto che poteva trasformarsi in una lancia, una spada o un cavallo con cui correre nelle stanze. Correre fino a quando la zia Maria al culmine dell’esasperazione non pronunciava la frase che era in grado di interrompere ogni gioco: “Il bastone del prete Sbrinchetti!” come se il legittimo proprietario, cui si doveva un certo riguardo, fosse potuto comparire da un momento all’altro a riprendersi ciò che gli era appartenuto.

Ci fu poi un periodo che il bastone riacquistò la funzione per cui era stato costruito e servì da ausilio per la zia e poi per mia nonna che lo utilizzò solo in casa perché, a suo dire, all’esterno era disdicevole specie con le scarpe con il tacco.

Poi come molti oggetti finì in garage dove non fu nemmeno attaccato dai tarli presenti nella legna per la stufa: un ottimo legno!

A riportalo in auge questa volta come oggetto di curioso antiquariato furono le mie letture in età matura degli scritti della professoressa Tiberi e del professor Naccarato che hanno fatto riemergere dal passato l’illustre proprietario del bastone: Don Giovanni Sbrinchetti, patrizio cornetano.

Gli Sbrinchetti erano una ricca famiglia originaria di Preci in provincia di Perugia che si era trasferita a Corneto agli inizi dell’ottocento, dove esercitava la nobile arte dell’agricoltura e aveva intrapreso la scalata sociale fino ad entrare, non senza difficoltà, a far parte dell’elite del patriziato locale nel 1846. La loro sontuosa abitazione, more nobilium, era posta al primo piano del palazzo che fu dei Costantini in piazza San Giovanni.

Il prete, essendo rimasto l’unico dei fratelli ancora viventi, oltre ad amministrare il culto religioso provvedeva a curare le enormi ricchezze di cui disponeva nei terreni fra Fontanile della Torre, Monte Cimbalo e Pian di Spille.

Il 7 luglio del 1877 dopo una giornata passata all’ara ad assistere alla trebbiatura del grano della propria lestra si avviò verso Corneto sul calesse in compagnia di Pietro Petrighi. Proprio in vocabolo Cavalline trovò la morte per un colpo di fucile. Le indagini del sindaco Dasti portarono alla scoperta dell’assassino individuato in un certo Felice Cardarelli che avrebbe dovuto “prendere servizio nel lunedì 9 come operaio del cimitero, quale scavatore di fosse, dimodochè sarebbe egli stesso che scavi la fossa per lo Sbrinchetti e cooperi con le sue mani all’interramento di questi”.

Rimase oscuro il movente del delitto anche se la voce popolare parlò dei prestiti di denaro, forse con interessi non proprio cristiani, che Don Giovanni era solito fare.

La storia cominciava così a tingersi giallo e ad incuriosirmi sempre più: come aveva fatto quel bastone a finire a casa nostra? Nessuna parentela, anche perché quel ramo della famiglia Sbrinchetti si estinse senza che vi fossero eredi diretti e comunque quello che ci arrivò fu solo il bastone e non quel tesoro che si trovava sotterrato nelle cantine di una casa vicina alla mia e di cui avevo spesso sentito vociferare.

Non rimaneva che indagare sulla zia Maria che avrebbe potuto far luce sul mistero ma che il mistero portò con sé nella tomba, almeno prima che il fatto potesse suscitare in me interesse. Dopo un paio di tentativi di ricerche presso l’archivio parrocchiale del Duomo andati a vuoto finalmente il nome di collegamento è uscito fuori. La zia Maria aveva sposato Cesare Scappini e proprio andando indietro nella famiglia di lui ho scoperto che sua nonna paterna era tal Costanza Sbrinchetti, cugina e appartenente ad un ramo minore della famiglia e che era nata a Corneto nel 1824. Il bastone e ad altri oggetti probabilmente furono ereditati da questa cugina che li tramandò ad una parte della famiglia Scappini che ne è tuttora in possesso.

La ricostruzione della storia ha tolto quel velo di mistero fatto di voci, supposizioni, racconti familiari su un oggetto che forse quel giorno caldo di luglio era sul calesse ad aiutare l’anziano prete nei suoi passi in campagna.

Solo al termine di queste mie ricostruzioni dei fatti ho deciso che valeva la pena far uscire il bastone dal suo lento oblio in un magazzino e dopo averlo fatto passare ancora una volta in Piazza S. Giovanni davanti alla sua antica abitazione, consegnarlo all’Archivio Storico del Comune di Tarquinia perché anche un piccolo oggetto, appartenuto ad un personaggio vittima di un fatto di sangue della storia locale, possa essere degnamente conservato.

Ai Musei Capitolini gli ultimi folli giorni dell’Impero

di Francesco Rotatori

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_2“Niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere”. scrive Marco Aurelio nei suoi pensieri A se stesso. Chissà se l’imperatore filosofo avrebbe pensato lo stesso se di lì a qualche anno avesse osservato dall’alto la situazione in cui versava il suo grande impero. Da Commodo (180 d.C.) in poi la carica di imperatore si associò sempre di più a una figura tirannica e dispotica, a un lusso sfrenato e all’impossibilità di saper governare un territorio oramai disomogeneo e ricco di tendenze diversificate.

Il secolo d’oro dell’impero si era improvvisamente chiuso con la decadenza dei commerci e una grave crisi agricola a cui seguì l’inflazione. La situazione politica era degenerata di giorno in giorno, e una serie di comandanti si erano susseguiti velocemente al potere con una conseguente instabilità crescente. Commodo era difatti caduto vittima di una congiura, Pertinace governò per soli tre mesi, Didio Giuliano comprò addirittura all’asta il titolo di imperator, Settimio Severo prevalse coll’aiuto dell’esercito, Caracalla fece assassinare il fratello Geta per ascendere al soglio imperiale ma si trovò colpito a morte da Macrino, a sua volta deposto da Eliogabalo sotto l’influsso della nonna Giulia Mesa, che tra l’altro non esitò a fare uccidere il nipote per favorirne un altro, Alessandro Severo, il quale fu assalito dai suoi stessi militari dopo un regno di una decina d’anni, Massimino il Trace, il primo imperatore barbaro, durò nemmeno tre anni. Anni di anarchia militare e di signori della guerra condussero infine all’avvento della riorganizzazione dell’impero e della sua stessa divisione in quattro regioni sotto Diocleziano. Alla sua abdicazione (305 d.C.) si era conclusa un’epoca di distruzione e ne era iniziata un’altra, quella cristiana, con il grande Costantino.

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_1A questi anni i Musei Capitolini dedicano una rassegna inedita, il quarto grande appuntamento del ciclo “I Giorni di Roma”, L’età dell’angoscia Da Commodo a Diocleziano (180-305 d.C.). Sette sezioni affrontano i temi fondanti dell’analisi storica e sociologica: dalla riorganizzazione dell’esercito, elemento divenuto fondamentale per l’elevazione al potere, ai nuovi culti religiosi che si affiancarono a quelli principali e finirono per unirsi in un generale sincretismo portando a Roma la cultura del mitraismo, della dea Iside, del dio greco-egizio Serapide o del culto del sole, di cui fu grande promotore Marco Aurelio Antonino, meglio noto come Eliogabalo; dal nuovo assetto dell’urbe agli arredi delle dimore patrizie; dagli usi e costumi di tutti i giorni alla ritrattistica dei protagonisti, tra cui spiccano il ritratto di Commodo come Eracle, un bellissimo busto femminile del II sec. d.C. che ci permette di indagare la fantasia delle acconciature femminili, e il ritratto di Settimio Severo proveniente dalla Grecia.
E proprio a quest’ultimo ambito è legata un’affascinante attività proposta dalla direzione museale: due mercoledì al mese, da marzo a maggio, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma saranno in mostra a disegnare dal vivo i volti di pietra, cercando di carpirne i segreti e di riportarne con varie tecniche le espressioni profonde, e a tutorare gli eventuali interessati e curiosi che si avvicinano per la prima volta in questo modo alla ricerca storico-artistica.

Non dobbiamo accostarci a questo mondo romano pensando che sia del tutto diverso dal nostro: le disgrazie naturali, le gravi crisi economico-finanziarie, il crollo della borsa, la successione di governi-lampo impossibilitati a ottenere completamente il consenso popolare, la fuoriuscita di una miriade di credenze religiose e tendenze innovative che si sommano alle tradizioni comuni… Siamo davvero così lontani da quella realtà?

Enrico Modigliani ha incontrato gli studenti del “Cardarelli” per ricordare la tragedia della Shoah

Riceviamo e pubblichiamo

Da sinistra, alcuni studenti, la dirigente Piroli, il prof. Bondi e ModiglianiStraordinario incontro il 5 febbraio tra Enrico Modigliani, membro del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e promotore di “Progetto Memoria”, e gli studenti dell’IIS “Vincenzo Cardarelli” di Tarquinia, organizzato nell’ambito delle iniziative dedicate al “Giorno della Memoria”. Ad accogliere Modigiliani – nato a Roma nel 1937 e coinvolto insieme alla famiglia dalle leggi razziali (si salvarono grazie all’aiuto di amici) – nell’aula magna, 14 classi del triennio, cui i docenti hanno fatto svolgere un approfondito percorso didattico per comprendere come si arrivò alle leggi razziali in Italia e Germania e al successivo dramma della Shoah. I ricordi di Modigliani, co-presidente dell’associazione Democrazia Laica e per molti anni membro del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma, hanno suscitato un grandissimo interesse e una grandissima emozione, portando gli studenti a fare domande articolate su come fu possibile che milioni di persone vissero questo dramma, negli anni bui del Fascismo e del Nazismo.

“Perché duri la memoria” è stato lo slogan dell’incontro, che ha dato il senso profondo della responsabilità personale e collettiva di essere “propugnatori di memoria”, per non far ripetere più tragedie così indicibili. «La scuola come la famiglia, – dichiarano gli insegnanti – sono i luoghi più efficaci dove i giovani possono ricevere le testimonianze dei valori più importanti, quali il rispetto per le diversità. Modigliani è stato bravissimo nel trasferire agli studenti il concetto che non esistono le razze ma solo l’umanità. Ghandi affermava che “esiste una sola razza. L’umanità!”».

Il dirigente scolastico Laura Piroli ha portato il saluto dell’istituto e ha espresso i più sinceri ringraziamenti a Modigliani. «C’era un sogno, racconta Primo Levi, – ha affermato Piroli – scrittore conosciutissimo scampato ai campi di concentramento, che tormentata i prigionieri: il sogno di essere tornati a casa e di cercar di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, e accorgersi, con un senso di pena desolata, che essi non capivano, non riuscivano a rendersene conto. Oggi ricordiamo non solo ciò che è accaduto nell’altro secolo; oggi vogliamo ricordare le atrocità che ancora insanguinano i nostri giorni tranquilli. Noi siamo fortunati, ma anche in questo presente ci sono realtà in cui l’odio acceca la ragione e la vita umana è meno di niente. Per evitare tutto ciò è necessario che i giovani sappiano difendersi dalle fanatiche ideologie e sappiano esprimere liberamente, senza cercare la sopraffazione, le proprie idee. Per tale motivo noi ricordiamo e, nei racconti che si ripetono, idealmente passiamo il testimone da una generazione all’altra, perché i sopravvissuti di ieri ormai sono pochissimi. Ma tantissimi giovani devono avere nel cuore le loro testimonianze».

Giornata del Ricordo, a Grosseto un convegno per una riflessione condivisa

Riceviamo e pubblichiamo

Schermata 2015-02-05 a 12.09.35Decimo anno di attuazione della legge 10 febbraio 2004 n. 92, Istituzione della Giornata del Ricordo: è tempo per una riflessione sulla differenza tra il presente e il clima di dieci anni fa.  Una riflessione che a Grosseto passa anche per un convegno, in Prefettura, organizzato da ISGREC.

Le istituzioni pubbliche oggi hanno interiorizzato la celebrazione del 10 febbraio, spesso andando oltre le liturgie celebrative. Insegnanti e studenti hanno imparato a parlare di foibe e di Confine orientale, del breve e del lungo periodo di un rapporto fra culture e storie delle genti di qua e di là dal confine. Venezia Giulia e Istria sono mete di viaggi di studio, rari prima del 2005. Alla circolazione troppo locale ed elitaria di letteratura, memorialistica e storiografia sulle vicende del lungo Novecento in quelle zone, è seguita una diffusione nazionale delle vecchie e nuove ricerche sui molti temi sottesi alla questione Confine orientale.

Il lavoro grossetano ha prodotto “beni culturali durevoli” per la formazione in servizio degli insegnanti e degli studenti. La storia che siamo stati capaci di scrivere è locale: si limita alla ricostruzione del lungo esodo nell’area grossetana: arrivi, accoglienza, applicazione delle norme.

Non si possono considerare completamente sopite le polemiche dell’accoglienza iniziale alla legge: per la scelta della data, per alcuni passaggi della norma, per la insistita denuncia di un silenzio duraturo e colpevole da parte della società civile, della comunità scientifica e anche dello Stato.

Tuttavia sono più rari i momenti di scontro fra memorie che, pur non potendosi omologare, riescono più facilmente a far decantare il vecchio conflitto in tanta buona storia prodotta e divulgata.

10 febbraio 2015

Ricerca, divulgazione, usi pubblici della storia.
10 anni dell’ISGREC su storia e memoria del Confine orientale
Palazzo del Governo, piazza Rosselli, Grosseto

h. 10.00 – 10.30
Saluti delle Autorità
Anna Maria Manzone, Prefetto di Grosseto
Emilio Bonifazi, Sindaco di Grosseto
Adolfo Turbanti, Presidente ISGREC
Nello Bracalari, Presidente dell’ANPI provinciale di Grosseto “Norma Parenti”

h. 10.30 – 11.15
Laura Benedettelli, Vicepresidente ISGREC
Il lungo esodo: tra panorama nazionale e realtà locali Presentazione della ricerca I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto.

h. 11.15 – 11.30
Luciana Rocchi, Direttrice ISGREC
2005 – 2015 Riflessioni su 10 anni di giornate del ricordo.

h. 11.30 – 12.00
Dibattito

h. 12.00 – 12.30
Visita guidata alla mostra curata dall’ISGREC
La nostra storia e la storia degli altri. Viaggio intorno al confine orientale

La mostra
10-13 febbraio 2015
La mostra rimarrà aperta dal 10 al 13 febbraio 2015 con il seguente orario:
• 10 febbraio: dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00;
• 11/12/13 febbraio: apertura la mattina solo per visite guidate alle scuole su prenotazione

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Informazioni e prenotazioni.
Per la mattina del 10 febbraio e per le visite guidate alla mostra dei giorni successivi è richiesta prenotazione.
Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea
Via de’ Barberi 61 | 58100 GROSSETO
Tel/fax +39 0564 415219
Port. +39 3461413572
[email protected] | www.isgrec.it