Il bastone del prete Sbrinchetti

di Paolo Fiorentini

Per dovere d’ufficio sono costretto a percorre giornalmente le macchie del comune di Corneto-Tarquinia.. nei giorni 6- 7 (luglio) dovetti trovarmi per servizio in quella parte della macchia che confina con Piandarcione per assistere alle ultime caricazioni (sic!) dei carboni. .. nel punto della macchia dove si è fatto il carbone, in contrada Selvaccia, vocabolo Cavalline, frequentavano ogni giorno vari carrettieri addetti al trasporto dei carboni. Venendo a parlare del fatto avvenuto il giorno avanti a danno del Sig. Don Giovanni Sbrinchetti posso dire che quella mattina partii con Antonio Borzacchi per recarmi alle Cavalline ove trovammo i carrettieri. Poco dopo le 11 avendo i carrettieri terminato di caricare il carbone partimmo tutti per la carrareccia delle Cavalline che sbocca a Torre Bianca ai cosiddetti Due Cancelli luogo proprio ove avvenne l’assassinio di Sbrinchetti. Prima di arrivare alla strada Provinciale ci fermammo presso il fontanile di Piandarcione per far bere le bestie… essendo capitato Luigi il portatore di Sbrinchetti ci invitò di andare all’ara, ma noi avendo inteso che c’era il padrone, per un riguardo non volemmo andarci. (deposizione di Francesco Carosi al sindaco Luigi Dasti)

f6323135412f71ec9415b26e0f45b494C’era sempre stato in casa un bastone per appoggiarsi. Un vecchio bastone di legno con incastonati nel manico delle figure metalliche di carta da gioco. Era per un bambino un formidabile oggetto che poteva trasformarsi in una lancia, una spada o un cavallo con cui correre nelle stanze. Correre fino a quando la zia Maria al culmine dell’esasperazione non pronunciava la frase che era in grado di interrompere ogni gioco: “Il bastone del prete Sbrinchetti!” come se il legittimo proprietario, cui si doveva un certo riguardo, fosse potuto comparire da un momento all’altro a riprendersi ciò che gli era appartenuto.

Ci fu poi un periodo che il bastone riacquistò la funzione per cui era stato costruito e servì da ausilio per la zia e poi per mia nonna che lo utilizzò solo in casa perché, a suo dire, all’esterno era disdicevole specie con le scarpe con il tacco.

Poi come molti oggetti finì in garage dove non fu nemmeno attaccato dai tarli presenti nella legna per la stufa: un ottimo legno!

A riportalo in auge questa volta come oggetto di curioso antiquariato furono le mie letture in età matura degli scritti della professoressa Tiberi e del professor Naccarato che hanno fatto riemergere dal passato l’illustre proprietario del bastone: Don Giovanni Sbrinchetti, patrizio cornetano.

Gli Sbrinchetti erano una ricca famiglia originaria di Preci in provincia di Perugia che si era trasferita a Corneto agli inizi dell’ottocento, dove esercitava la nobile arte dell’agricoltura e aveva intrapreso la scalata sociale fino ad entrare, non senza difficoltà, a far parte dell’elite del patriziato locale nel 1846. La loro sontuosa abitazione, more nobilium, era posta al primo piano del palazzo che fu dei Costantini in piazza San Giovanni.

Il prete, essendo rimasto l’unico dei fratelli ancora viventi, oltre ad amministrare il culto religioso provvedeva a curare le enormi ricchezze di cui disponeva nei terreni fra Fontanile della Torre, Monte Cimbalo e Pian di Spille.

Il 7 luglio del 1877 dopo una giornata passata all’ara ad assistere alla trebbiatura del grano della propria lestra si avviò verso Corneto sul calesse in compagnia di Pietro Petrighi. Proprio in vocabolo Cavalline trovò la morte per un colpo di fucile. Le indagini del sindaco Dasti portarono alla scoperta dell’assassino individuato in un certo Felice Cardarelli che avrebbe dovuto “prendere servizio nel lunedì 9 come operaio del cimitero, quale scavatore di fosse, dimodochè sarebbe egli stesso che scavi la fossa per lo Sbrinchetti e cooperi con le sue mani all’interramento di questi”.

Rimase oscuro il movente del delitto anche se la voce popolare parlò dei prestiti di denaro, forse con interessi non proprio cristiani, che Don Giovanni era solito fare.

La storia cominciava così a tingersi giallo e ad incuriosirmi sempre più: come aveva fatto quel bastone a finire a casa nostra? Nessuna parentela, anche perché quel ramo della famiglia Sbrinchetti si estinse senza che vi fossero eredi diretti e comunque quello che ci arrivò fu solo il bastone e non quel tesoro che si trovava sotterrato nelle cantine di una casa vicina alla mia e di cui avevo spesso sentito vociferare.

Non rimaneva che indagare sulla zia Maria che avrebbe potuto far luce sul mistero ma che il mistero portò con sé nella tomba, almeno prima che il fatto potesse suscitare in me interesse. Dopo un paio di tentativi di ricerche presso l’archivio parrocchiale del Duomo andati a vuoto finalmente il nome di collegamento è uscito fuori. La zia Maria aveva sposato Cesare Scappini e proprio andando indietro nella famiglia di lui ho scoperto che sua nonna paterna era tal Costanza Sbrinchetti, cugina e appartenente ad un ramo minore della famiglia e che era nata a Corneto nel 1824. Il bastone e ad altri oggetti probabilmente furono ereditati da questa cugina che li tramandò ad una parte della famiglia Scappini che ne è tuttora in possesso.

La ricostruzione della storia ha tolto quel velo di mistero fatto di voci, supposizioni, racconti familiari su un oggetto che forse quel giorno caldo di luglio era sul calesse ad aiutare l’anziano prete nei suoi passi in campagna.

Solo al termine di queste mie ricostruzioni dei fatti ho deciso che valeva la pena far uscire il bastone dal suo lento oblio in un magazzino e dopo averlo fatto passare ancora una volta in Piazza S. Giovanni davanti alla sua antica abitazione, consegnarlo all’Archivio Storico del Comune di Tarquinia perché anche un piccolo oggetto, appartenuto ad un personaggio vittima di un fatto di sangue della storia locale, possa essere degnamente conservato.

Ai Musei Capitolini gli ultimi folli giorni dell’Impero

di Francesco Rotatori

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_2“Niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere”. scrive Marco Aurelio nei suoi pensieri A se stesso. Chissà se l’imperatore filosofo avrebbe pensato lo stesso se di lì a qualche anno avesse osservato dall’alto la situazione in cui versava il suo grande impero. Da Commodo (180 d.C.) in poi la carica di imperatore si associò sempre di più a una figura tirannica e dispotica, a un lusso sfrenato e all’impossibilità di saper governare un territorio oramai disomogeneo e ricco di tendenze diversificate.

Il secolo d’oro dell’impero si era improvvisamente chiuso con la decadenza dei commerci e una grave crisi agricola a cui seguì l’inflazione. La situazione politica era degenerata di giorno in giorno, e una serie di comandanti si erano susseguiti velocemente al potere con una conseguente instabilità crescente. Commodo era difatti caduto vittima di una congiura, Pertinace governò per soli tre mesi, Didio Giuliano comprò addirittura all’asta il titolo di imperator, Settimio Severo prevalse coll’aiuto dell’esercito, Caracalla fece assassinare il fratello Geta per ascendere al soglio imperiale ma si trovò colpito a morte da Macrino, a sua volta deposto da Eliogabalo sotto l’influsso della nonna Giulia Mesa, che tra l’altro non esitò a fare uccidere il nipote per favorirne un altro, Alessandro Severo, il quale fu assalito dai suoi stessi militari dopo un regno di una decina d’anni, Massimino il Trace, il primo imperatore barbaro, durò nemmeno tre anni. Anni di anarchia militare e di signori della guerra condussero infine all’avvento della riorganizzazione dell’impero e della sua stessa divisione in quattro regioni sotto Diocleziano. Alla sua abdicazione (305 d.C.) si era conclusa un’epoca di distruzione e ne era iniziata un’altra, quella cristiana, con il grande Costantino.

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_1A questi anni i Musei Capitolini dedicano una rassegna inedita, il quarto grande appuntamento del ciclo “I Giorni di Roma”, L’età dell’angoscia - Da Commodo a Diocleziano (180-305 d.C.). Sette sezioni affrontano i temi fondanti dell’analisi storica e sociologica: dalla riorganizzazione dell’esercito, elemento divenuto fondamentale per l’elevazione al potere, ai nuovi culti religiosi che si affiancarono a quelli principali e finirono per unirsi in un generale sincretismo portando a Roma la cultura del mitraismo, della dea Iside, del dio greco-egizio Serapide o del culto del sole, di cui fu grande promotore Marco Aurelio Antonino, meglio noto come Eliogabalo; dal nuovo assetto dell’urbe agli arredi delle dimore patrizie; dagli usi e costumi di tutti i giorni alla ritrattistica dei protagonisti, tra cui spiccano il ritratto di Commodo come Eracle, un bellissimo busto femminile del II sec. d.C. che ci permette di indagare la fantasia delle acconciature femminili, e il ritratto di Settimio Severo proveniente dalla Grecia.
E proprio a quest’ultimo ambito è legata un’affascinante attività proposta dalla direzione museale: due mercoledì al mese, da marzo a maggio, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma saranno in mostra a disegnare dal vivo i volti di pietra, cercando di carpirne i segreti e di riportarne con varie tecniche le espressioni profonde, e a tutorare gli eventuali interessati e curiosi che si avvicinano per la prima volta in questo modo alla ricerca storico-artistica.

Non dobbiamo accostarci a questo mondo romano pensando che sia del tutto diverso dal nostro: le disgrazie naturali, le gravi crisi economico-finanziarie, il crollo della borsa, la successione di governi-lampo impossibilitati a ottenere completamente il consenso popolare, la fuoriuscita di una miriade di credenze religiose e tendenze innovative che si sommano alle tradizioni comuni… Siamo davvero così lontani da quella realtà?

Enrico Modigliani ha incontrato gli studenti del “Cardarelli” per ricordare la tragedia della Shoah

Riceviamo e pubblichiamo

Da sinistra, alcuni studenti, la dirigente Piroli, il prof. Bondi e ModiglianiStraordinario incontro il 5 febbraio tra Enrico Modigliani, membro del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e promotore di “Progetto Memoria”, e gli studenti dell’IIS “Vincenzo Cardarelli” di Tarquinia, organizzato nell’ambito delle iniziative dedicate al “Giorno della Memoria”. Ad accogliere Modigiliani – nato a Roma nel 1937 e coinvolto insieme alla famiglia dalle leggi razziali (si salvarono grazie all’aiuto di amici) – nell’aula magna, 14 classi del triennio, cui i docenti hanno fatto svolgere un approfondito percorso didattico per comprendere come si arrivò alle leggi razziali in Italia e Germania e al successivo dramma della Shoah. I ricordi di Modigliani, co-presidente dell’associazione Democrazia Laica e per molti anni membro del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma, hanno suscitato un grandissimo interesse e una grandissima emozione, portando gli studenti a fare domande articolate su come fu possibile che milioni di persone vissero questo dramma, negli anni bui del Fascismo e del Nazismo.

“Perché duri la memoria” è stato lo slogan dell’incontro, che ha dato il senso profondo della responsabilità personale e collettiva di essere “propugnatori di memoria”, per non far ripetere più tragedie così indicibili. «La scuola come la famiglia, – dichiarano gli insegnanti – sono i luoghi più efficaci dove i giovani possono ricevere le testimonianze dei valori più importanti, quali il rispetto per le diversità. Modigliani è stato bravissimo nel trasferire agli studenti il concetto che non esistono le razze ma solo l’umanità. Ghandi affermava che “esiste una sola razza. L’umanità!”».

Il dirigente scolastico Laura Piroli ha portato il saluto dell’istituto e ha espresso i più sinceri ringraziamenti a Modigliani. «C’era un sogno, racconta Primo Levi, – ha affermato Piroli – scrittore conosciutissimo scampato ai campi di concentramento, che tormentata i prigionieri: il sogno di essere tornati a casa e di cercar di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, e accorgersi, con un senso di pena desolata, che essi non capivano, non riuscivano a rendersene conto. Oggi ricordiamo non solo ciò che è accaduto nell’altro secolo; oggi vogliamo ricordare le atrocità che ancora insanguinano i nostri giorni tranquilli. Noi siamo fortunati, ma anche in questo presente ci sono realtà in cui l’odio acceca la ragione e la vita umana è meno di niente. Per evitare tutto ciò è necessario che i giovani sappiano difendersi dalle fanatiche ideologie e sappiano esprimere liberamente, senza cercare la sopraffazione, le proprie idee. Per tale motivo noi ricordiamo e, nei racconti che si ripetono, idealmente passiamo il testimone da una generazione all’altra, perché i sopravvissuti di ieri ormai sono pochissimi. Ma tantissimi giovani devono avere nel cuore le loro testimonianze».

Giornata del Ricordo, a Grosseto un convegno per una riflessione condivisa

Riceviamo e pubblichiamo

Schermata 2015-02-05 a 12.09.35Decimo anno di attuazione della legge 10 febbraio 2004 n. 92, Istituzione della Giornata del Ricordo: è tempo per una riflessione sulla differenza tra il presente e il clima di dieci anni fa.  Una riflessione che a Grosseto passa anche per un convegno, in Prefettura, organizzato da ISGREC.

Le istituzioni pubbliche oggi hanno interiorizzato la celebrazione del 10 febbraio, spesso andando oltre le liturgie celebrative. Insegnanti e studenti hanno imparato a parlare di foibe e di Confine orientale, del breve e del lungo periodo di un rapporto fra culture e storie delle genti di qua e di là dal confine. Venezia Giulia e Istria sono mete di viaggi di studio, rari prima del 2005. Alla circolazione troppo locale ed elitaria di letteratura, memorialistica e storiografia sulle vicende del lungo Novecento in quelle zone, è seguita una diffusione nazionale delle vecchie e nuove ricerche sui molti temi sottesi alla questione Confine orientale.

Il lavoro grossetano ha prodotto “beni culturali durevoli” per la formazione in servizio degli insegnanti e degli studenti. La storia che siamo stati capaci di scrivere è locale: si limita alla ricostruzione del lungo esodo nell’area grossetana: arrivi, accoglienza, applicazione delle norme.

Non si possono considerare completamente sopite le polemiche dell’accoglienza iniziale alla legge: per la scelta della data, per alcuni passaggi della norma, per la insistita denuncia di un silenzio duraturo e colpevole da parte della società civile, della comunità scientifica e anche dello Stato.

Tuttavia sono più rari i momenti di scontro fra memorie che, pur non potendosi omologare, riescono più facilmente a far decantare il vecchio conflitto in tanta buona storia prodotta e divulgata.

10 febbraio 2015

Ricerca, divulgazione, usi pubblici della storia.
10 anni dell’ISGREC su storia e memoria del Confine orientale
Palazzo del Governo, piazza Rosselli, Grosseto

h. 10.00 – 10.30
Saluti delle Autorità
Anna Maria Manzone, Prefetto di Grosseto
Emilio Bonifazi, Sindaco di Grosseto
Adolfo Turbanti, Presidente ISGREC
Nello Bracalari, Presidente dell’ANPI provinciale di Grosseto “Norma Parenti”

h. 10.30 – 11.15
Laura Benedettelli, Vicepresidente ISGREC
Il lungo esodo: tra panorama nazionale e realtà locali Presentazione della ricerca I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto.

h. 11.15 – 11.30
Luciana Rocchi, Direttrice ISGREC
2005 – 2015 Riflessioni su 10 anni di giornate del ricordo.

h. 11.30 – 12.00
Dibattito

h. 12.00 – 12.30
Visita guidata alla mostra curata dall’ISGREC
La nostra storia e la storia degli altri. Viaggio intorno al confine orientale

La mostra
10-13 febbraio 2015
La mostra rimarrà aperta dal 10 al 13 febbraio 2015 con il seguente orario:
• 10 febbraio: dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00;
• 11/12/13 febbraio: apertura la mattina solo per visite guidate alle scuole su prenotazione

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Informazioni e prenotazioni.
Per la mattina del 10 febbraio e per le visite guidate alla mostra dei giorni successivi è richiesta prenotazione.
Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea
Via de’ Barberi 61 | 58100 GROSSETO
Tel/fax +39 0564 415219
Port. +39 3461413572
[email protected] | www.isgrec.it

A Book&Wine Tiziano Torresi presenta il volume Alfredo Carlo Moro – Vivere nella storia

Riceviamo e pubblichiamo

Tiziano_TorresiIl 25 ottobre, nella prestigiosa sala consiliare del Comune di Tarquinia, Book&Wine inaugura un mini-ciclo tutto dedicato a opere editoriali di autori tarquiniesi che, nell’arco di due settimane, presenterà ai cittadini i lavori di Tiziano Torresi e Luciano Marziano.

Si parte nel pomeriggio di sabato, appunto, quando il palazzo comunale, alle 18.30, ospiterà la presentazione del volume Alfredo Carlo Moro – Vivere nella storia, raccolta di scritti che tracciano i contorni dell’impegno sociale, politico, culturale ed ecclesiale di uno dei protagonisti della giurisprudenza, della società e della Chiesa italiane, curata da Tiziano Torresi. Un itinerario ideale lungo la maturazione di Moro che spazia tra vari temi, dalla tutela dei minori alla famiglia, dalla giustizia alla laicità: il tutto con una veste di modernità e attualità a tratti spiazzante. A dialogare con l’autore – già presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, attuale Segretario nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e vincitore, nel 2010, del Premio Capri per l’opera “L’altra giovinezza” – sarà Federico Manzoni, consigliere comunale di Brescia.

Al termine della presentazione, i presenti potranno intrattenersi con l’autore durante la tradizionale, per Book&Wine, degustazione del vino curata dai sommelier della FISAR – Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori: protagonista il “Soremidio” della Tenuta Sant’Isidoro di Tarquinia. Ad accompagnarlo, come di consueto, un prodotto tipico delle aziende cittadine, in questo caso la carne del Pascolo degli Etruschi, nelle ricette di Vittoria Tassoni.Questo particolare appuntamento di Book&Wine, così come quello del 7 novembre con Luciano Marziano, nascono dalla collaborazione tra l’Università Agraria e il Comune di Tarquinia.

Ricordi d’estate. Anni ’20: le sartine al mare

Foto Renato Rosatidi Paolo Fiorentini

Il tormentone di questa anomala estate 2014 non è un motivetto musicale più o meno orecchiabile trasmesso a ripetizione su ogni frequenza radio, ma la fatidica frase che ognuno di noi ha pronunciato: “Che Estate!”.

E fra uno scroscio d’acqua e la speranza del sol leone attendiamo ancora quella canicola che poi detestiamo dopo qualche ora che ci attanaglia. Chi più ama il mare rimpiange i bagni che quest’anno si contano preziosamente. Fra confronti e paragoni con il passato ci si ritrova a fare i conti con i ricordi e i racconti di altre e più radiose stagioni estive. I miei ricordi personali non vanno oltre il capanno del nonno Amedeo con il fornello dove bolliva il sugo e la verandina dove si pranzava e alle esotiche paillottes del primo Tamurè evocative di terre misteriose e lontane.

È da queste e altre reminiscenze che mi è venuta la curiosità di conoscere quando i nostri antenati cornetani hanno scoperto la marina come luogo di svago. Sicuramente la ammiravano da lontano dagli affacci giù alle mura, alla ripa o giù da piedi piazza. Quanto ad esserne attratti per la frequentazione, essendo la loro provenienza per la maggior parte dalle montagne dell’appennino tosco-marchigiano e umbro mi sembra un po’ strana. La Corneto dei commerci con le repubbliche marine era persa irrimediabilmente nei secoli del medioevo.

Eppure ci deve essere stato però un momento in cui quel luogo ha cominciato ad esercitare la sua attrattiva. Era però lontano, distante circa sette chilometri dal colle turrito, troppi per poterci andare a piedi. Un cavallo con un carretto o una bicicletta erano lussi non certo alla portata di tutti. Più vicino c’era la Marta con i bagni rischiosi alla Brombolina per i ragazzi più audaci o il Guado delle Donne per le famiglie numerose che la raggiungevano a piedi. Senza dimenticare la  pericolosità dei galeotti che lavoravano alle Saline e che ne facevano un luogo cui tenersi a debita distanza.

Foto Renato RosatiDa queste considerazioni mi è tornato alla memoria quanto mi fu raccontato ormai molti anni fa dalla Nonna Lidia, la nonna di un mio amico e compagno di scuola. La nonna Lidia, classe 1913, in giovane età, nella seconda metà degli anni venti del secolo scorso, era stata mandata ad  imparare un mestiere come accadeva a quel tempo alle ragazze ritenute più fortunate di quelle che lavoravano i campi. I suoi genitori avevano scelto la casa della Zia Maria, sorella della mia nonna materna. La zia Maria, del 1895, era camiciaia e sarta di biancheria per uomo e signora. Le ragazze impegnate tutto il giorno ad imparare a cucire e tagliare e non avevano molti svaghi e soprattutto erano sotto costante controllo.

Foto Renato Rosati“Non era come oggi che le ragazze frequentano i ragazzi con tanta libertà, una volta le occasioni di incontro erano rare” – iniziò la nonna Lidia – ma la zia Maria ci faceva un regalo. D’estate dal 15 luglio a Ferragosto ogni lunedì affittava un carretto e ci portava al mare. I costumi erano di lana e a contatto con l’acqua si gonfiavano ed erano così lunghi che c’era poco da mostrare e quindi da far vedere. Ma il lunedì – proseguì nel suo racconto – era anche il giorno di festa dei barbieri e sulla spiaggia potevamo incontrare i loro maschietti di bottega. Ah! Quante corse sulla sabbia e quanti travuzzoli in mezzo alle onde con quei barbieretti” – mi disse con gli occhi persi in una felice nostalgia e la voce calda di commozione… Il tutto sotto lo sguardo vigile della zia Maria che per far trascorrere una giornata diversa alle sartine si assumeva un compito oneroso che era quello di salvaguardia della buona reputazioni delle giovinette.

Da questo piccolo spaccato di vita quotidiana della nostra cittadina in anni lontani del secolo scorso è nata in me la curiosità di conoscere storie simili riguardanti l’iniziazione dei nostri antenati alla vita balneare. Lettori de lextra fatevi avanti e sfruttiamo le colonne online di questo giornale per la salvaguardia della memoria della nostra storia minore!

Le foto a corredo provengono dall’archivio di Renato Rosati e fanno riferimento ai primi anni ’30 al Lido di Tarquinia.

Tre canne di seta ponzò: una ricerca storica di Anna Alfieri e Piero Nussio

PasoDelleSterte1)  Dei nostri pesi e delle nostre misure

di Anna Alfieri

Già a metà del XIII secolo il nucleo urbano di Santa Maria in Castello non riusciva più a contenere la comunità cornetana, che si faceva sempre più numerosa, prospera e potente. Era il più antico della città di Tarquinia, affacciata su un vivace porto mercantile, su una vasta pianura produttrice di grano e su un fiume navigabile che trasportava uomini e merci.

Fu allora che, di torre in torre, di palazzo in palazzo, di chiesa in chiesa, la comunità tarquiniese cominciò ad estendersi verso sud ed est, dove i due nuovi e vitalissimi conventi di san Francesco e di san Marco stavano velocemente incrementando ogni tipo di scambi spirituali, sociali ed economici.

Tarquinia - Palazzo ComunaleAccadde così che, nel luogo equidistante  fra i due conventi rampanti, e precisamente all’incrocio delle strade in cui convergevano i fedeli e i mercanti, sorse il nostro attuale Palazzo Comunale. Per costruirlo furono abbattute le vecchie mura di difesa, che nascondevano la campagna aperta e sterminata. Un’epigrafe afferma che i lavori terminarono il 20 agosto 1276, ma ormai sappiamo che essi non finirono mai, e che per secoli e secoli fu tutto un susseguirsi di ampliamenti, di restauri e di modifiche.

Eppure, più che dal successivo impianto cinquecentesco, più ancora che dalla chiesa barocca che vistosamente lo affianca, ancora oggi il Palazzo di Governo risulta connotato, con la forza didattica di un autentico archetipo, dalle tre fondamentali caratteristiche architettoniche dei municipi medioevali dell’Italia dei Comuni. Cioè dall’arco della mercanzia, sotto il quale si svolgevano i piccoli commerci quotidiani, dalla spettacolare gradinata composta da 53 gradoni dove si stipulavano a voce i contratti privati, e dalla loggia-arengo. Questa introduceva alla “camera”, dove i notai e i cancellieri redigevano e – instancabilmente – copiavano gli Atti più importanti regolati dai nostri Statuti e i Contratti più robusti garantiti dalla civica esattezza dei pesi e delle misure usati nella nostra città.

Atti e contratti ora raccolti nella Margarita Cornetana, il liber iurium che, perfettamente conservato nell’archivio comunale tarquiniese, conta 519 pergamene redatte dal 1201 al 1592. Documenti preziosi che testimoniano concretamente l’ordine civile, l’equità e la giustizia che per secoli hanno regolato la vita della nostra città agricola, mercantile e spesso ben armata. Nel frattempo raccontano il potere che la città esercitava sui paesi e sulle rocche a lei circostanti. Perché in quei ferrosi tempi di lotte e di sopraffazioni reciproche, l’egemonia di una città sull’altra si esprimeva soprattutto sull’entità delle gabelle, dei dazi e dei tributi che i vincitori calcolavano nei propri pesi e misure, e imponevano agli sconfitti.

Civico, solenne e simbolico era dunque il culto dei modelli metrici che garantivano la giustizia e il potere di ogni comunità. E sacri, solenni e ben difesi erano i luoghi dove questi modelli venivano conservati. Infatti, i marmorei romani conservavano i loro “metri” nel gran tempio di Giove Capitolino e in quello di Giunone Moneta, da cui regolavano a loro misura il respiro del resto del mondo. Andando ancora più indietro nel tempo, si potrebbe ipotizzare che il crollo della Torre di Babele –simbolo della scellerata superbia umana – non fu tanto dovuto alla confusione delle lingue, ma alla sciocca confusione delle misure usate nell’atto di erigerla.

All’inizio, in Corneto, i preziosi strumenti di misura locali erano conservati in Santa Maria in Castello, chiesa civica per eccellenza, voluta e pagata dal popolo per ringraziare la Gran Madre di Dio per la prosperità acquisita. E, soprattutto, per mostrare ai viandanti e ai navigatori la sua abside arrogante esposta su un’alta roccia: tempio e castello, racchiusa in solidi massi di macco dorato, fortezza agli occhi dei nemici, esempio di civiltà per gli amici e per i sottoposti.

Tarquinia - Palazzo dei prioriQuando più tardi il cuore mercantile di Corneto si spostò a sud-est, fu San Pancrazio, chiesa civica anch’essa, a rappresentare il governo cittadino e a conservare i riferimenti di pesi e misure. Proprio lì i signori delle città e delle rocche sottomesse contrattavano sui pesi delle gabelle da pagare, e lì solennemente depositavano i loro tributi. Lì, narrano le historiae (cioè le pergamene della Margarita), nell’anno 1300 «sotto li sei di gennaro Adunno e Pieraldo a nome proprio e a nome di Guittarello e Simone fratelli et di Cola loro nepote signore di Tolfa, promessero di defendere et honorare i cornetani, et dare per tributo un palio il giorno avanti la festa di di san Secundiano e un cereo annuo di libbre dieci a la vigilia di Santa Maria d’agosto».

Ancora in san Pancrazio «li sette sotto gennaro Guastapane di Guastapane anche a nome di Tebaldello e Tebaldino suo fratello si fece obbligo di portare pubblicamente il tributo di un pallio di seta di dieci lire di denaro». Infatti nel giorno stabilito Guastapane di Guastapane in persona, signore della rocca di Sant’Arcangelo, entrò in cavalcata a Corneto sventolando «belli panni zendati rossi, di settore sottile ma di grande lunghezza da misurare dentro la chiesa».

Più tardi nel tempo san Pancrazio non bastò più, e il Palazzo Comunale sorto nel nuovo centro cittadino svolse le funzioni mercantili pubbliche e private, divenendo il custode dei nostri “giusti” pesi e delle nostre “giuste” misure.

2)  Il “paso delle sterte”

di Piero Nussio

«Era una buona figliola, Mariannina: le avrebbe portato tre canne di seta ponzò, la prossima volta che sarebbe andato da lei». Giuseppe Tommasi di Lampedusa, ambientando il suo Gattopardo nel 1860, sapeva bene che le stoffe all’epoca si misuravano a canne e non a metri. Magari dalla Francia era arrivata la tintura del colore ponceau, un bel rosso rubino italianizzato in ponzò, ma faticavano ad arrivare le nuove misure metriche che l’illuminismo aveva creato, e Napoleone diffuso per tutt’Europa.

Gli uomini, per praticità anche se a rischio della precisione, continuavano come sempre a misurare le cose a spanne. A cominciare dalle proverbiali spanne, appunto, che usavano le dita della mano e misuravano con la mano aperta le piccole distanze, quei 20 centimetri dalla punta del pollice alla punta del mignolo. Il palmo, ai tempi degli egiziani e dei romani erano quegli otto centimetri che misura il palmo di una mano, ma poi nel medioevo si era confuso con la spanna e i centimetri erano diventati più di 20 (22,3 cm, in quel di Roma, 26 a Napoli, 25,8 in Sicilia). Quattro palmi poi facevano un braccio, misurato dal “posto dell’ombrello” fino a tutta la mano. E due braccia facevano una canna.

Se il venditore misurava stoffe, una canna di seta ponzò era due volte la misura presa col braccio dal gomito in su. Era una mossa tipica, quella che svolgeva la pezza di stoffa dal supporto e intanto la misurava a braccio. I muratori, invece, e gli agrimensori, misuravano i palazzi e le terre con altri metodi: sempre a canne, ma di dieci palmi l’una, non da 8 palmi come i venditori di stoffe…

Era pratico contare con le dita (V era 5 per i romani perché erano le dita di una mano, e X era 10 perché rappresentava due mani unite per il polso), ma di imbrogli un venditore dalla parlantina sciolta ne faceva quanti ne voleva, a danno dei paesani un po’ tardi: “Ecco signora, tre belle canne di seta ponzò”. “Canne siciliane (2,34 metri), braccia da lana (m 0,68) o braccia da seta (m 0,63), braccio mercantile romano (m 0,84)  o canna da stoffa toscana (m 0,58)…”?

Per risolvere la questione misero la faccenda in mano ai notai. Questi fecero realizzare misure campione in ferro da mettersi nella loggia della mercanzia, a disposizione dei venditori, e soprattutto dei confusi acquirenti.

A Tarquinia, nella prospera e mercantile Corneto, le misure campione stavano nel loggiato del Palazzo Comunale, e lì sono rimaste fino almeno al 1910, quando il sacerdote don Carlo Scoponi le ha riscontrate. Il suo lodevole intento era di raccogliere e descrivere tutte le iscrizioni lapidarie delle chiese cittadine, e non poté fare a meno di elencare anche le iscrizioni della loggia del Palazzo pubblico, fra cui spicca quella di Eugenio IV che dichiara Corneto come “città” nel 1435.

Già che c’era annotò anche una serie di strane scritte, su quel loggiato: «Mensura kanne pannorum de lana. Mensura panni lini. Anno D.ni MCCLXXXXIII. Tempore potestariae D. Falconis de Urbe. Per D.M. Pandulfum de Hispello». Pandolfo da Spello era stato dunque il notaio esecutore, Domenico Falcone da Roma era a quel tempo il podestà, e l’anno in cui tutto ciò accadeva era il 1293.

Cosa di preciso accadeva? Senza troppo sforzo di fantasia si può presumere che venisse murata nella loggia del palazzo comunale (per lungo, altrimenti non sarebbe servita a niente) una sbarra di ferro montata su una scanalatura di marmo su cui erano stati segnati 10 palmi, con una segno particolare per i 5 palmi e con l’indicazione dei mezzi palmi. Una sorta di antico righello in ferro, di misure (relativamente) precise che riportavano i dieci palmi della “canna architettonica romana” e le indicazioni marmoree per la canna mercantile da 8 palmi (quella dei panni di lana). Per il panno di lino ignoriamo dove fosse posizionata la tacca, ma non ci stupisce che fosse diversa da quella della lana. Era di lunghezza particolare anche quella della seta: sono stati trovati decine di manuali ad uso degli antichi mercanti che descrivevano usi, misure e abitudini commerciali delle varie città d’Europa ed i relativi fattori di conversione.

Renzo Chiovelli, che ha pubblicato nel 2007 per l’Erma di Bretschneider la ricerca “Tecniche costruttive murarie medioevali: la Tuscia”, ha raccolto diligentemente tutte le misure riportate sull’antico righello e ne ha ricavato che la canna tarquiniese misura 2,2275 metri (quella standard romana era di 2,2342) e che i singoli palmi oscillano fra 21,6 cm e 23,1 cm. Considerando la tecnica esecutoria totalmente artigianale, lo strumento può definirsi pienamente rispondente alle necessità del tempo.

Ma il buon prevosto Scoponi, a differenza delle lapidi funerarie riscontrate nelle chiese, non ha ritenuto necessario disegnare la barra campione ed i suoi sottomultipli, né indicare dove fosse ubicata la marca “pannorum de lana” né quella “panni lini”.

Le misure, specie poi quelle che nel 1910 erano superate da un paio di decenni ma ancora in uso nel parlare della gente, sono da sempre considerate ben poca cosa rispetto ai grandi temi della religione o dell’arte. Solo per completezza riporta l’iscrizione, ma non è difficile immaginare in lui un qualche ribrezzo, come se a fatica si fosse dovuto fermare a raccogliere una cartaccia. Ma il prevosto Scoponi brilla per spirito scientifico, se lo paragoniamo ai suoi successori. Perché fra la sua lodevole raccolta del 1910 ed i giorni nostri è passato solo un secolo, ma tutto è cambiato e senza che ne fosse lasciata alcuna traccia. Nella loggia del Palazzo comunale, più volte restaurata in questo secolo, non c’è più alcuna lapide e quelle che vi si trovavano sono state sparse e rimontare alla chetichella.

Canna_1Il nostro righello in ferro, che si era difeso dal 1293 al 1910 per quasi mille anni, è stato rimontato in verticale sulla facciata del palazzo, sotto ad una lapide che ricorda un conte Bruschi e, soprattutto, sotto un incongruo “capitello”. Il “capitello” è un cartiglio in marmo che riporta una iscrizione (sicuramente non fra quelle che erano nella loggia del Palazzo, e che il canonico Scoponi diligentemente elenca) con le parole “PASO DELLE STERTe” L’ultima “e” è stata trascritta in minuscolo perché l’iscrizione la riporta in carattere minore, come se fosse finito lo spazio e si fossero calcolate male le parole da scrivere.

Se il cartiglio è antico, che la parola PASO sia scritta con una sola S non fa molta cura, dato che in antico l’uso delle doppie consonanti era spesso impreciso. In tal caso il “passo” sarebbe un’altra antica misura, corrispondente in genere a 7 palmi. Serviva a misurare con “strumenti umani” le piccole distanze, e se qualcuno obietta che a m 1,561 viene un “passo da gigante”, sappia che c’era anche il “passetto” da 3 palmi, corrispondente ai nostri abituali 70 cm.

Ma per capire le sterte non bastano solo le antiche misure, bisognerà fare un discorso un po’ più lungo sulle tecniche di trebbiatura dell’agricoltura dei vecchi tempi. Ci faremo aiutare da una “Memoria sull’agricoltura delle Maremma” scritta nel 1865 dal signor Luigi Dasti, e conservata nella Biblioteca nazionale a Firenze. «Dopo la mietitura, si lascia trascorrere qualche giorno, onde tutto il raccolto mediante il calore del sole finisca di maturarsi bene sui covoni, e quindi si pone mano alla tritatura verso i primi di Luglio. […] Si trasportano i covoni dal campo all’aia col mezzo di carri tirati da bovi, ciò che si chiama carrucola. Quindi si forma sul suolo dell’aia già preparato e misurato all’uopo, la massa circolare ossia sterta, dei covoni ritti con le spighe in alto in una circonferenza di canne romane 24, e tanto bene connessi insieme per opera del mettitrita, coadiuvato da cinque monelli, da poter sostenere il peso delle cavalle, che vanno a rompere la detta sterta. Codesta rompitura della sterta, lavoro assai faticoso, si fa col mezzo della treccia delle cavalle, cioè con dodici cavalle dette rompitrici, le più pesanti e forti, per più ore, sino a che la sterta sia rotta bene. Le dette cavalle sono divise in due mezze treccie di sei cavalli l’una, legate di fronte, e guidate da due trecciaroli immobili nel centro rispettivo, mentre le cavalle fanno il volteggio. […] Una compagnia di otto uomini pratici, chiamata gavetta, accorre sul suolo, al partire delle cavalle rompitrici, e si accinge, durante la notte, a cavare la sterta, ossia a estrarre con le forcine la pagliata da quella massa confusa, ed a portarla tutta alla superficie della sterta medesima, lasciando al disotto il grano e la pula. L’indomani tornano a lor volta le cavalle in soccorso degli uomini per completare il lavoro della spagliatura: il così detto spagliare. Quando la paglia lasciata in superficie dalla gavetta sia ben prosciugata dal calore del sole del giorno seguente, si conducono sulla sterta 12 altre cavalle, dette pagliarole, e queste guidate, col solito metodo, dai soliti trecciaroli, scorrendo di buon trotto sulla paglia già smossa, finiscono la separazione totale dei grani dalle spighe».

Luigi Dasti descrive dettagliatamente la trebbiatura con i cavalli “alla sterta” perché proprio in quegli anni la si va sostituendo con le prime macchine trebbiatrici, in cui i cavalli servono solo come forza motrice dei nuovi apparati meccanici. Secondo il “Supplemento a’ vocabolarj italiani” proposto da Giovanni Gherardini nel 1857, «le spighe del grano si riuniscono sull’aja, e si forma una sterta, cioè una massa circolare che ha un diametro di circa braccia 21, e nel centro un’altezza di circa 4 braccia», ma sterta vale anche, per traslato, «Una determinata porzione di grani da battere».

«E ogni sterta suol pagarsi 7 in 8 scudi di pestatura» aggiunge il Giornale dell’Associazione agraria di Grosseto del 1848, valutandola dal punto di vista economico. E più avanti, proprio per confrontare il costo della mietitura “a sterta” con la proposta delle nuove macchine trebbiatrici, riporta un dato interessante: «La Tenuta di Magliana batte per anno sterte 60, ossia circa moggia 350 di grano». Dunque 60 sterte producono 350 moggi di grano, e dunque una sterta produce circa 6 moggi di grano (5,83). Sappiamo pure che nel 1835 un moggio di grano si vendeva e comprava a 80 lire al moggio. Il moggio, antica misura dell’epoca romana, era una specie di secchio usato per valutare la capacità (quasi 9 litri). Ma, soprattutto, sappiamo che un moggio era diventato una misura del terreno necessario per produrre quella stessa quantità di grano, e che era come al solito estremamente variabile da luogo a luogo, ma che più o meno equivaleva a 3.200-3.400 metri quadri.

Il Giornale dell’Associazione agraria di Grosseto del 1836 ci dice che in zona «il moggio grossetano è una misura di estensione di terreno che ragguaglia braccia 91,672 quadre» e ci chiarisce che «il moggio vale ettare 0,35».

Oltre che a rapportare il moggio (inteso come superficie da coltivare) alle braccia quadre, era anche comune rapportarlo ai passi quadrati, con un rapporto – sempre approssimato – di 30 passi quadri per un moggio. Questo dunque lega la misura dei passi (quadri) a quella delle sterte, e potrebbe dare un senso ad una misura del passo corrispondente alla coltivazione a grano di una sterta di superficie.

3)  Conclusione

di Anna Alfieri e Piero Nussio

Siamo forse giunti a dare un qualche significato all’iscrizione “Paso delle sterte” che campeggia sulla facciata del Palazzo comunale di Tarquinia, ma non siamo né paghi né soddisfatti da tanto cammino.

LizzaQualche tempo fa un simpatico avvocato cornetano ha capeggiato una sorta di “movimento popolare” teso a chiedere spiegazione della scritta e del suo “righello”. Oggi, travolti da questo movimento e dopo un po’ di studi e ricerche, possiamo rispondergli. L’oggetto di misura è un’antica “canna”, composta di dieci “palmi”,  che era posizionata sul loggiato del palazzo ad uso dei cittadini per le loro misure. Lì ha resistito dal 1293 al 1910 almeno. Poi, nell’ultimo secolo è stata travolta, spostata e adornata di un’iscrizione a mo’ di capitello architettonico. L’iscrizione si riferisce alle pratiche delle trebbiatura del grano sull’aia per mezzo di cavalli, e forse anche a vecchi modi di misurare il terreno. Ma di più – e di più documentato – non riusciamo a scoprire.

Abbiamo anche scoperto che nella Lizza di porta Maddalena (Torre di Dante) c’è una pietra scanalata, murata in verticale, che aveva forse ospitato anch’essa un altro “righello” di ferro. Questo apre nuove prospettive alla questione, e rafforza le nostre curiosità. Ci farebbe davvero piacere che qualcuno delle autorità che di recente hanno provveduto ai restauri e alle risistemazioni dei monumenti (Amministrazione comunale e Soprintendenza, nella fattispecie) ci aiutasse a scoprirne i particolari mancanti.