“Non passa lo straniero”: il 24 maggio ricordato con una pagina di diario

Isonzo1917_aNel giorno in cui l’Italia ricorda la sua entrata nella Prima Guerra Mondiale, avvenuto esattamente il 24 maggio di cento anni fa, proponiamo – grazie alla concessione di Anna Alfieri – una pagina del diario di sua madre che ricorda la ricezione della notizia della morte del fratello, avvenuta proprio nel corso della Grande guerra. Lo zio materno di Anna, ricordato in queste righe, è stato poi decorato con la medaglia d’argento al valore.

“Nella primavera del ’17 andavo a scuola di ricamo dalle suore del Preziosissimo Sangue. Un pomeriggio qualcuno venne a chiamare concitatamente mia cugina Marietta, ma io stranamente capii che quella chiamata era per me e corsi via. La mia casa era piena di gente. Arnaldo, il mio allegrissimo fratello sempre entusiasta di tutto, era morto sull’Isonzo. Aveva 19 anni e aveva lasciato la scuola dove già insegnava per andare volontario in guerra. A casa il dolore fu indicibile. Ci fu una processione di parenti, di amici,di semplici conoscenti e perfino di estranei. Venne anche il Principe don Felice Borghese molto amico del babbo, ma tutto questo non servì a niente. Io non volevo vedere nessuno e, chiusa nella mia camera, ripensavo all’ultima volta che avevo visto mio fratello che ripartiva per il fronte mentre pioveva a dirotto. Lui se ne andò correndo, coprendosi la testa con la sua mantellina militare da bersagliere, mi salutò con la mano e io non lo vidi mai più.”

Il bastone del prete Sbrinchetti

di Paolo Fiorentini

Per dovere d’ufficio sono costretto a percorre giornalmente le macchie del comune di Corneto-Tarquinia.. nei giorni 6- 7 (luglio) dovetti trovarmi per servizio in quella parte della macchia che confina con Piandarcione per assistere alle ultime caricazioni (sic!) dei carboni. .. nel punto della macchia dove si è fatto il carbone, in contrada Selvaccia, vocabolo Cavalline, frequentavano ogni giorno vari carrettieri addetti al trasporto dei carboni. Venendo a parlare del fatto avvenuto il giorno avanti a danno del Sig. Don Giovanni Sbrinchetti posso dire che quella mattina partii con Antonio Borzacchi per recarmi alle Cavalline ove trovammo i carrettieri. Poco dopo le 11 avendo i carrettieri terminato di caricare il carbone partimmo tutti per la carrareccia delle Cavalline che sbocca a Torre Bianca ai cosiddetti Due Cancelli luogo proprio ove avvenne l’assassinio di Sbrinchetti. Prima di arrivare alla strada Provinciale ci fermammo presso il fontanile di Piandarcione per far bere le bestie… essendo capitato Luigi il portatore di Sbrinchetti ci invitò di andare all’ara, ma noi avendo inteso che c’era il padrone, per un riguardo non volemmo andarci. (deposizione di Francesco Carosi al sindaco Luigi Dasti)

f6323135412f71ec9415b26e0f45b494C’era sempre stato in casa un bastone per appoggiarsi. Un vecchio bastone di legno con incastonati nel manico delle figure metalliche di carta da gioco. Era per un bambino un formidabile oggetto che poteva trasformarsi in una lancia, una spada o un cavallo con cui correre nelle stanze. Correre fino a quando la zia Maria al culmine dell’esasperazione non pronunciava la frase che era in grado di interrompere ogni gioco: “Il bastone del prete Sbrinchetti!” come se il legittimo proprietario, cui si doveva un certo riguardo, fosse potuto comparire da un momento all’altro a riprendersi ciò che gli era appartenuto.

Ci fu poi un periodo che il bastone riacquistò la funzione per cui era stato costruito e servì da ausilio per la zia e poi per mia nonna che lo utilizzò solo in casa perché, a suo dire, all’esterno era disdicevole specie con le scarpe con il tacco.

Poi come molti oggetti finì in garage dove non fu nemmeno attaccato dai tarli presenti nella legna per la stufa: un ottimo legno!

A riportalo in auge questa volta come oggetto di curioso antiquariato furono le mie letture in età matura degli scritti della professoressa Tiberi e del professor Naccarato che hanno fatto riemergere dal passato l’illustre proprietario del bastone: Don Giovanni Sbrinchetti, patrizio cornetano.

Gli Sbrinchetti erano una ricca famiglia originaria di Preci in provincia di Perugia che si era trasferita a Corneto agli inizi dell’ottocento, dove esercitava la nobile arte dell’agricoltura e aveva intrapreso la scalata sociale fino ad entrare, non senza difficoltà, a far parte dell’elite del patriziato locale nel 1846. La loro sontuosa abitazione, more nobilium, era posta al primo piano del palazzo che fu dei Costantini in piazza San Giovanni.

Il prete, essendo rimasto l’unico dei fratelli ancora viventi, oltre ad amministrare il culto religioso provvedeva a curare le enormi ricchezze di cui disponeva nei terreni fra Fontanile della Torre, Monte Cimbalo e Pian di Spille.

Il 7 luglio del 1877 dopo una giornata passata all’ara ad assistere alla trebbiatura del grano della propria lestra si avviò verso Corneto sul calesse in compagnia di Pietro Petrighi. Proprio in vocabolo Cavalline trovò la morte per un colpo di fucile. Le indagini del sindaco Dasti portarono alla scoperta dell’assassino individuato in un certo Felice Cardarelli che avrebbe dovuto “prendere servizio nel lunedì 9 come operaio del cimitero, quale scavatore di fosse, dimodochè sarebbe egli stesso che scavi la fossa per lo Sbrinchetti e cooperi con le sue mani all’interramento di questi”.

Rimase oscuro il movente del delitto anche se la voce popolare parlò dei prestiti di denaro, forse con interessi non proprio cristiani, che Don Giovanni era solito fare.

La storia cominciava così a tingersi giallo e ad incuriosirmi sempre più: come aveva fatto quel bastone a finire a casa nostra? Nessuna parentela, anche perché quel ramo della famiglia Sbrinchetti si estinse senza che vi fossero eredi diretti e comunque quello che ci arrivò fu solo il bastone e non quel tesoro che si trovava sotterrato nelle cantine di una casa vicina alla mia e di cui avevo spesso sentito vociferare.

Non rimaneva che indagare sulla zia Maria che avrebbe potuto far luce sul mistero ma che il mistero portò con sé nella tomba, almeno prima che il fatto potesse suscitare in me interesse. Dopo un paio di tentativi di ricerche presso l’archivio parrocchiale del Duomo andati a vuoto finalmente il nome di collegamento è uscito fuori. La zia Maria aveva sposato Cesare Scappini e proprio andando indietro nella famiglia di lui ho scoperto che sua nonna paterna era tal Costanza Sbrinchetti, cugina e appartenente ad un ramo minore della famiglia e che era nata a Corneto nel 1824. Il bastone e ad altri oggetti probabilmente furono ereditati da questa cugina che li tramandò ad una parte della famiglia Scappini che ne è tuttora in possesso.

La ricostruzione della storia ha tolto quel velo di mistero fatto di voci, supposizioni, racconti familiari su un oggetto che forse quel giorno caldo di luglio era sul calesse ad aiutare l’anziano prete nei suoi passi in campagna.

Solo al termine di queste mie ricostruzioni dei fatti ho deciso che valeva la pena far uscire il bastone dal suo lento oblio in un magazzino e dopo averlo fatto passare ancora una volta in Piazza S. Giovanni davanti alla sua antica abitazione, consegnarlo all’Archivio Storico del Comune di Tarquinia perché anche un piccolo oggetto, appartenuto ad un personaggio vittima di un fatto di sangue della storia locale, possa essere degnamente conservato.

Ai Musei Capitolini gli ultimi folli giorni dell’Impero

di Francesco Rotatori

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_2“Niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere”. scrive Marco Aurelio nei suoi pensieri A se stesso. Chissà se l’imperatore filosofo avrebbe pensato lo stesso se di lì a qualche anno avesse osservato dall’alto la situazione in cui versava il suo grande impero. Da Commodo (180 d.C.) in poi la carica di imperatore si associò sempre di più a una figura tirannica e dispotica, a un lusso sfrenato e all’impossibilità di saper governare un territorio oramai disomogeneo e ricco di tendenze diversificate.

Il secolo d’oro dell’impero si era improvvisamente chiuso con la decadenza dei commerci e una grave crisi agricola a cui seguì l’inflazione. La situazione politica era degenerata di giorno in giorno, e una serie di comandanti si erano susseguiti velocemente al potere con una conseguente instabilità crescente. Commodo era difatti caduto vittima di una congiura, Pertinace governò per soli tre mesi, Didio Giuliano comprò addirittura all’asta il titolo di imperator, Settimio Severo prevalse coll’aiuto dell’esercito, Caracalla fece assassinare il fratello Geta per ascendere al soglio imperiale ma si trovò colpito a morte da Macrino, a sua volta deposto da Eliogabalo sotto l’influsso della nonna Giulia Mesa, che tra l’altro non esitò a fare uccidere il nipote per favorirne un altro, Alessandro Severo, il quale fu assalito dai suoi stessi militari dopo un regno di una decina d’anni, Massimino il Trace, il primo imperatore barbaro, durò nemmeno tre anni. Anni di anarchia militare e di signori della guerra condussero infine all’avvento della riorganizzazione dell’impero e della sua stessa divisione in quattro regioni sotto Diocleziano. Alla sua abdicazione (305 d.C.) si era conclusa un’epoca di distruzione e ne era iniziata un’altra, quella cristiana, con il grande Costantino.

Eta_dell_Angoscia_Musei_Capitolini_1A questi anni i Musei Capitolini dedicano una rassegna inedita, il quarto grande appuntamento del ciclo “I Giorni di Roma”, L’età dell’angoscia - Da Commodo a Diocleziano (180-305 d.C.). Sette sezioni affrontano i temi fondanti dell’analisi storica e sociologica: dalla riorganizzazione dell’esercito, elemento divenuto fondamentale per l’elevazione al potere, ai nuovi culti religiosi che si affiancarono a quelli principali e finirono per unirsi in un generale sincretismo portando a Roma la cultura del mitraismo, della dea Iside, del dio greco-egizio Serapide o del culto del sole, di cui fu grande promotore Marco Aurelio Antonino, meglio noto come Eliogabalo; dal nuovo assetto dell’urbe agli arredi delle dimore patrizie; dagli usi e costumi di tutti i giorni alla ritrattistica dei protagonisti, tra cui spiccano il ritratto di Commodo come Eracle, un bellissimo busto femminile del II sec. d.C. che ci permette di indagare la fantasia delle acconciature femminili, e il ritratto di Settimio Severo proveniente dalla Grecia.
E proprio a quest’ultimo ambito è legata un’affascinante attività proposta dalla direzione museale: due mercoledì al mese, da marzo a maggio, gli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma saranno in mostra a disegnare dal vivo i volti di pietra, cercando di carpirne i segreti e di riportarne con varie tecniche le espressioni profonde, e a tutorare gli eventuali interessati e curiosi che si avvicinano per la prima volta in questo modo alla ricerca storico-artistica.

Non dobbiamo accostarci a questo mondo romano pensando che sia del tutto diverso dal nostro: le disgrazie naturali, le gravi crisi economico-finanziarie, il crollo della borsa, la successione di governi-lampo impossibilitati a ottenere completamente il consenso popolare, la fuoriuscita di una miriade di credenze religiose e tendenze innovative che si sommano alle tradizioni comuni… Siamo davvero così lontani da quella realtà?

Enrico Modigliani ha incontrato gli studenti del “Cardarelli” per ricordare la tragedia della Shoah

Riceviamo e pubblichiamo

Da sinistra, alcuni studenti, la dirigente Piroli, il prof. Bondi e ModiglianiStraordinario incontro il 5 febbraio tra Enrico Modigliani, membro del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e promotore di “Progetto Memoria”, e gli studenti dell’IIS “Vincenzo Cardarelli” di Tarquinia, organizzato nell’ambito delle iniziative dedicate al “Giorno della Memoria”. Ad accogliere Modigiliani – nato a Roma nel 1937 e coinvolto insieme alla famiglia dalle leggi razziali (si salvarono grazie all’aiuto di amici) – nell’aula magna, 14 classi del triennio, cui i docenti hanno fatto svolgere un approfondito percorso didattico per comprendere come si arrivò alle leggi razziali in Italia e Germania e al successivo dramma della Shoah. I ricordi di Modigliani, co-presidente dell’associazione Democrazia Laica e per molti anni membro del Consiglio della Comunità Ebraica di Roma, hanno suscitato un grandissimo interesse e una grandissima emozione, portando gli studenti a fare domande articolate su come fu possibile che milioni di persone vissero questo dramma, negli anni bui del Fascismo e del Nazismo.

“Perché duri la memoria” è stato lo slogan dell’incontro, che ha dato il senso profondo della responsabilità personale e collettiva di essere “propugnatori di memoria”, per non far ripetere più tragedie così indicibili. «La scuola come la famiglia, – dichiarano gli insegnanti – sono i luoghi più efficaci dove i giovani possono ricevere le testimonianze dei valori più importanti, quali il rispetto per le diversità. Modigliani è stato bravissimo nel trasferire agli studenti il concetto che non esistono le razze ma solo l’umanità. Ghandi affermava che “esiste una sola razza. L’umanità!”».

Il dirigente scolastico Laura Piroli ha portato il saluto dell’istituto e ha espresso i più sinceri ringraziamenti a Modigliani. «C’era un sogno, racconta Primo Levi, – ha affermato Piroli – scrittore conosciutissimo scampato ai campi di concentramento, che tormentata i prigionieri: il sogno di essere tornati a casa e di cercar di raccontare ai famigliari e agli amici le sofferenze passate, e accorgersi, con un senso di pena desolata, che essi non capivano, non riuscivano a rendersene conto. Oggi ricordiamo non solo ciò che è accaduto nell’altro secolo; oggi vogliamo ricordare le atrocità che ancora insanguinano i nostri giorni tranquilli. Noi siamo fortunati, ma anche in questo presente ci sono realtà in cui l’odio acceca la ragione e la vita umana è meno di niente. Per evitare tutto ciò è necessario che i giovani sappiano difendersi dalle fanatiche ideologie e sappiano esprimere liberamente, senza cercare la sopraffazione, le proprie idee. Per tale motivo noi ricordiamo e, nei racconti che si ripetono, idealmente passiamo il testimone da una generazione all’altra, perché i sopravvissuti di ieri ormai sono pochissimi. Ma tantissimi giovani devono avere nel cuore le loro testimonianze».

Giornata del Ricordo, a Grosseto un convegno per una riflessione condivisa

Riceviamo e pubblichiamo

Schermata 2015-02-05 a 12.09.35Decimo anno di attuazione della legge 10 febbraio 2004 n. 92, Istituzione della Giornata del Ricordo: è tempo per una riflessione sulla differenza tra il presente e il clima di dieci anni fa.  Una riflessione che a Grosseto passa anche per un convegno, in Prefettura, organizzato da ISGREC.

Le istituzioni pubbliche oggi hanno interiorizzato la celebrazione del 10 febbraio, spesso andando oltre le liturgie celebrative. Insegnanti e studenti hanno imparato a parlare di foibe e di Confine orientale, del breve e del lungo periodo di un rapporto fra culture e storie delle genti di qua e di là dal confine. Venezia Giulia e Istria sono mete di viaggi di studio, rari prima del 2005. Alla circolazione troppo locale ed elitaria di letteratura, memorialistica e storiografia sulle vicende del lungo Novecento in quelle zone, è seguita una diffusione nazionale delle vecchie e nuove ricerche sui molti temi sottesi alla questione Confine orientale.

Il lavoro grossetano ha prodotto “beni culturali durevoli” per la formazione in servizio degli insegnanti e degli studenti. La storia che siamo stati capaci di scrivere è locale: si limita alla ricostruzione del lungo esodo nell’area grossetana: arrivi, accoglienza, applicazione delle norme.

Non si possono considerare completamente sopite le polemiche dell’accoglienza iniziale alla legge: per la scelta della data, per alcuni passaggi della norma, per la insistita denuncia di un silenzio duraturo e colpevole da parte della società civile, della comunità scientifica e anche dello Stato.

Tuttavia sono più rari i momenti di scontro fra memorie che, pur non potendosi omologare, riescono più facilmente a far decantare il vecchio conflitto in tanta buona storia prodotta e divulgata.

10 febbraio 2015

Ricerca, divulgazione, usi pubblici della storia.
10 anni dell’ISGREC su storia e memoria del Confine orientale
Palazzo del Governo, piazza Rosselli, Grosseto

h. 10.00 – 10.30
Saluti delle Autorità
Anna Maria Manzone, Prefetto di Grosseto
Emilio Bonifazi, Sindaco di Grosseto
Adolfo Turbanti, Presidente ISGREC
Nello Bracalari, Presidente dell’ANPI provinciale di Grosseto “Norma Parenti”

h. 10.30 – 11.15
Laura Benedettelli, Vicepresidente ISGREC
Il lungo esodo: tra panorama nazionale e realtà locali Presentazione della ricerca I profughi giuliani, istriani, fiumani e dalmati in provincia di Grosseto.

h. 11.15 – 11.30
Luciana Rocchi, Direttrice ISGREC
2005 – 2015 Riflessioni su 10 anni di giornate del ricordo.

h. 11.30 – 12.00
Dibattito

h. 12.00 – 12.30
Visita guidata alla mostra curata dall’ISGREC
La nostra storia e la storia degli altri. Viaggio intorno al confine orientale

La mostra
10-13 febbraio 2015
La mostra rimarrà aperta dal 10 al 13 febbraio 2015 con il seguente orario:
• 10 febbraio: dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 15.00 alle 18.00;
• 11/12/13 febbraio: apertura la mattina solo per visite guidate alle scuole su prenotazione

***

Informazioni e prenotazioni.
Per la mattina del 10 febbraio e per le visite guidate alla mostra dei giorni successivi è richiesta prenotazione.
Istituto storico grossetano della Resistenza e dell’età contemporanea
Via de’ Barberi 61 | 58100 GROSSETO
Tel/fax +39 0564 415219
Port. +39 3461413572
[email protected] | www.isgrec.it

A Book&Wine Tiziano Torresi presenta il volume Alfredo Carlo Moro – Vivere nella storia

Riceviamo e pubblichiamo

Tiziano_TorresiIl 25 ottobre, nella prestigiosa sala consiliare del Comune di Tarquinia, Book&Wine inaugura un mini-ciclo tutto dedicato a opere editoriali di autori tarquiniesi che, nell’arco di due settimane, presenterà ai cittadini i lavori di Tiziano Torresi e Luciano Marziano.

Si parte nel pomeriggio di sabato, appunto, quando il palazzo comunale, alle 18.30, ospiterà la presentazione del volume Alfredo Carlo Moro – Vivere nella storia, raccolta di scritti che tracciano i contorni dell’impegno sociale, politico, culturale ed ecclesiale di uno dei protagonisti della giurisprudenza, della società e della Chiesa italiane, curata da Tiziano Torresi. Un itinerario ideale lungo la maturazione di Moro che spazia tra vari temi, dalla tutela dei minori alla famiglia, dalla giustizia alla laicità: il tutto con una veste di modernità e attualità a tratti spiazzante. A dialogare con l’autore – già presidente nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, attuale Segretario nazionale del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale e vincitore, nel 2010, del Premio Capri per l’opera “L’altra giovinezza” – sarà Federico Manzoni, consigliere comunale di Brescia.

Al termine della presentazione, i presenti potranno intrattenersi con l’autore durante la tradizionale, per Book&Wine, degustazione del vino curata dai sommelier della FISAR – Federazione Italiana Sommelier Albergatori Ristoratori: protagonista il “Soremidio” della Tenuta Sant’Isidoro di Tarquinia. Ad accompagnarlo, come di consueto, un prodotto tipico delle aziende cittadine, in questo caso la carne del Pascolo degli Etruschi, nelle ricette di Vittoria Tassoni.Questo particolare appuntamento di Book&Wine, così come quello del 7 novembre con Luciano Marziano, nascono dalla collaborazione tra l’Università Agraria e il Comune di Tarquinia.

Ricordi d’estate. Anni ’20: le sartine al mare

Foto Renato Rosatidi Paolo Fiorentini

Il tormentone di questa anomala estate 2014 non è un motivetto musicale più o meno orecchiabile trasmesso a ripetizione su ogni frequenza radio, ma la fatidica frase che ognuno di noi ha pronunciato: “Che Estate!”.

E fra uno scroscio d’acqua e la speranza del sol leone attendiamo ancora quella canicola che poi detestiamo dopo qualche ora che ci attanaglia. Chi più ama il mare rimpiange i bagni che quest’anno si contano preziosamente. Fra confronti e paragoni con il passato ci si ritrova a fare i conti con i ricordi e i racconti di altre e più radiose stagioni estive. I miei ricordi personali non vanno oltre il capanno del nonno Amedeo con il fornello dove bolliva il sugo e la verandina dove si pranzava e alle esotiche paillottes del primo Tamurè evocative di terre misteriose e lontane.

È da queste e altre reminiscenze che mi è venuta la curiosità di conoscere quando i nostri antenati cornetani hanno scoperto la marina come luogo di svago. Sicuramente la ammiravano da lontano dagli affacci giù alle mura, alla ripa o giù da piedi piazza. Quanto ad esserne attratti per la frequentazione, essendo la loro provenienza per la maggior parte dalle montagne dell’appennino tosco-marchigiano e umbro mi sembra un po’ strana. La Corneto dei commerci con le repubbliche marine era persa irrimediabilmente nei secoli del medioevo.

Eppure ci deve essere stato però un momento in cui quel luogo ha cominciato ad esercitare la sua attrattiva. Era però lontano, distante circa sette chilometri dal colle turrito, troppi per poterci andare a piedi. Un cavallo con un carretto o una bicicletta erano lussi non certo alla portata di tutti. Più vicino c’era la Marta con i bagni rischiosi alla Brombolina per i ragazzi più audaci o il Guado delle Donne per le famiglie numerose che la raggiungevano a piedi. Senza dimenticare la  pericolosità dei galeotti che lavoravano alle Saline e che ne facevano un luogo cui tenersi a debita distanza.

Foto Renato RosatiDa queste considerazioni mi è tornato alla memoria quanto mi fu raccontato ormai molti anni fa dalla Nonna Lidia, la nonna di un mio amico e compagno di scuola. La nonna Lidia, classe 1913, in giovane età, nella seconda metà degli anni venti del secolo scorso, era stata mandata ad  imparare un mestiere come accadeva a quel tempo alle ragazze ritenute più fortunate di quelle che lavoravano i campi. I suoi genitori avevano scelto la casa della Zia Maria, sorella della mia nonna materna. La zia Maria, del 1895, era camiciaia e sarta di biancheria per uomo e signora. Le ragazze impegnate tutto il giorno ad imparare a cucire e tagliare e non avevano molti svaghi e soprattutto erano sotto costante controllo.

Foto Renato Rosati“Non era come oggi che le ragazze frequentano i ragazzi con tanta libertà, una volta le occasioni di incontro erano rare” – iniziò la nonna Lidia – ma la zia Maria ci faceva un regalo. D’estate dal 15 luglio a Ferragosto ogni lunedì affittava un carretto e ci portava al mare. I costumi erano di lana e a contatto con l’acqua si gonfiavano ed erano così lunghi che c’era poco da mostrare e quindi da far vedere. Ma il lunedì – proseguì nel suo racconto – era anche il giorno di festa dei barbieri e sulla spiaggia potevamo incontrare i loro maschietti di bottega. Ah! Quante corse sulla sabbia e quanti travuzzoli in mezzo alle onde con quei barbieretti” – mi disse con gli occhi persi in una felice nostalgia e la voce calda di commozione… Il tutto sotto lo sguardo vigile della zia Maria che per far trascorrere una giornata diversa alle sartine si assumeva un compito oneroso che era quello di salvaguardia della buona reputazioni delle giovinette.

Da questo piccolo spaccato di vita quotidiana della nostra cittadina in anni lontani del secolo scorso è nata in me la curiosità di conoscere storie simili riguardanti l’iniziazione dei nostri antenati alla vita balneare. Lettori de lextra fatevi avanti e sfruttiamo le colonne online di questo giornale per la salvaguardia della memoria della nostra storia minore!

Le foto a corredo provengono dall’archivio di Renato Rosati e fanno riferimento ai primi anni ’30 al Lido di Tarquinia.