“Carissimo Papà”: lettere ottocentesche di una ragazza cornetana diventata Contessa

di Anna Alfieri

Molti anni orsono mia madre, per una serie di strane circostanze, salvò dal macero un vecchio pacchetto di lettere che erano state gettate nella spazzatura come cose senza valore. Si trattava, invece, di tutta la preziosa corrispondenza privata ricevuta nel 1841 da Benedetto Mariani, ricco proprietario terriero di Corneto (oggi Tarquinia), città a quel tempo dominata da uno stretto gruppo di grandi agricoltori e allevatori di bestiame che da soli gestivano tutte le immense risorse del suo territorio.

Le lettere – sessantacinque – erano divise in vari mazzetti, alcuni dei quali composti da fogli di carta molto raffinata, altri di carta ruvida, altri ancora di carta addirittura rozza. Le grafie, che rivelavano i vari gradi di cultura degli scriventi, erano ora spigolose, ora tondeggianti, decise o incerte, diritte o inclinate. L’ortografia, la grammatica e perfino la sintassi erano invece usate da tutti con la cordiale, condivisa e speciale informalità del tranquillo parlare quotidiano tra familiari o tra amici molto fidati.

ARTICOLO-ANNA-BOLLETTINOPer tanto tempo ho ritenuto che queste lettere dovessero restare chiuse in una scatola di legno, ma poi – pensando che esse costituivano un importante documento storico e di costume riemerso miracolosamente dalla profonda periferia italiana dell’Ottocento risorgimentale – nel 2003 decisi di divulgarne il contenuto in un articolo pubblicato nel XXXII Bollettino della Società Tarquiniense d’Arte e Storia. Un lungo articolo pieno di echi risorgimentali e garibaldini intitolato “Lettere a un nobiluomo cornetano nell’anno del Signore 1841”. Un articolo in cui, forse per empatia femminile, parlai molto anche di Margherita Mariani detta Mita, che – figlia del Nobiluomo in questione – proprio nel gennaio del ’41 aveva sposato il conte Saverio Bruschetti di Camerino. Un matrimonio prestigioso e solenne, celebrato nel palazzo episcopale di Tarquinia dal Vescovo di Montefiascone e Corneto, l’Eminentissimo Filippo De Angelis, da poco eletto cardinale, alla presenza di Monsignor Angelo Scappini Penitenziario della Cattedrale, del teologo Giovanni Bottone e del Canonico Domenico Sensi.

Da Camerino, Mita Mariani, ormai Contessa Bruschetti, inondò il padre di lettere traboccanti di affetto e di complicità. Con grafia minuta e regolare, su carta inglese di marca Bath color avorio, o rosa, o azzurrina, gli raccontava quasi quotidianamente ogni dettaglio della sua vita di giovane sposa. Dalla sua prima entrata in paese quando molte persone salirono perfino sui tetti e sui campanili per vederla passare in carrozza al suono della banda locale, alle bizzarrie del vecchio suocero, l’avarissimo conte Vincenzo “che comincia a rimbambire e è diventato come una creatura. Ma gli ottantanove sono passati e per la sua età è felice”. Dalle sue mansioni di padrona di casa nel grande palazzo arredato “all’ultimo gusto dove ‘ci potessimo’ ricevere qualunque signore”, ai bei giorni passati alla fiera di Senigallia o a Fabriano dove si faceva bella musica di teatro e di chiesa, e dove operava la Compagnia di cavalli di Bernabò che lei aveva già ammirato anche a Corneto. E una volta, ripensando proprio a Corneto, Mita si lasciò andare perfino ad un pettegolezzo e ciò accadde quando le giunse la clamorosa notizia che la sua cara amica d’infanzia Anna Maria Bruschi Falgari si era fatta rapire dallo spiantato ma fascinoso Giggi Mastelloni “noto nell’intera provincia per le sue dissolutezze e per i modi disonestissimi di sedurre”.

Con la lettera del 29 maggio, Mita inviò al padre un messaggio speciale: “Ora che sono passati tre mesi di gravidanza sicura, Saverio e io vi diciamo che dovete preparare un bel regalo per il primo nipotino che avrete, dovendo essere voi il compare”. E aggiunse: “Dite a zia Checca che mi faccia venire da Viterbo tre dozzine di fasce assortite e una di quelle più fini perché da queste parti non si trovano”.

Il 26 novembre fu, invece, il Conte Saverio in persona ad inviare a Benedetto la seguente grande notizia: “Mio carissimo suocero, circa le otto di questa mattina la mia Mita ha felicemente dato alla luce un bel figlio maschio. Quale sia l’allegrezza di tutti è inesprimibile”. Un mese più tardi lo stesso Saverio, nel fare gli auguri di Natale ai buoni amici, ai cari parenti di Corneto, precisò: “La mia Mita sta benissimo e il piccolo Cesare è un torello”.

Emanuela_Cesetti_Un_tranquillo_patriota_-di_provinciaQuesta fu l’ultima lettera ricevuta da Benedetto Mariani entro l’anno del Signore 1841, quindi fu anche l’ultima lettera ad essere giunta per caso in mio possesso. Perciò con essa conclusi il mio articolo nel grande rammarico che di Mita, di Saverio e del piccolo Cesare non avrei avuto mai più alcuna notizia. Invece mi sbagliavo.

Infatti, qualche anno dopo la sua pubblicazione, il mio scritto destò l’interesse di Emanuela Cesetti dell’Università di Macerata che, attenta studiosa di genealogie nobiliari marchigiane e dei relativi palazzi gentilizi, si mise subito in contatto con me. Io le inviai tutti i documenti a mia disposizione e lei, Emanuela, pochi giorni orsono, cioè alla fine del gennaio appena trascorso, mi ha fatto pervenire il suo ultimo libro ancora fresco di stampa, sorprendentemente intitolato Un tranquillo patriota di provincia, l’appartamento ‘all’ultimo gusto’ del Conte Saverio Bruschetti di Camerino. Un importante saggio storico che racconta i fermenti e gli eventi risorgimentali nelle Marche proprio attraverso le vicende familiari dei nostri Conti Bruschetti. Un testo severo che, però, io ho letto in un soffio, quasi volando, felice e incredula nell’aver ritrovato, virgolettate nel titolo, le precise parole che in un giorno lontanissimo la mia Mita aveva scritto a suo padre.

deputato-Cesare-Bruschetti-figlio-di-MitaE ora so. So che il conte Saverio, animato da grandi ideali patriottici, fu perfino volontario Tenente Colonnello della Guardia Civica e della Guardia Nazionale prima, durante e dopo le vicende della Repubblica Romana. So che Mita in pochissimi anni di matrimonio gli dette sei figli: Cesare (1841), Marianna (1842), Guendalina (1844), Giulia (1846), Vincenzo (1847) e Sofia (1848). So anche che Cesare, il primogenito che già conoscevo, nel 1876 venne eletto Deputato al Parlamento italiano dove, memore del pensiero liberale e democratico di suo padre Saverio, sedette nell’ala sinistra dell’aula. So perfino che Sofia, l’ultimogenita, sposò il Conte Giacomo Leopardi di Recanati, nipote del grande poeta e che nel 1897 profuse gran parte della sua notevole dote per pubblicare, a cura di Giosuè Carducci, il voluminoso “Zibaldone” del celeberrimo zio acquisito.

Sono, però, anche al corrente che Vincenzo, l’altro maschio Bruschetti, il burrascoso, velleitario e anche un po’ sfortunato Vincenzo, in poco tempo dilapidò l’intero patrimonio familiare, perdendo anche il prestigioso Castello di Rocca d’Ajello fino al suo ultimo arredo e l’intero palazzo di città che Saverio aveva amorevolmente ristrutturato, all’ultimo gusto, per accogliervi la sua giovane Mita.

La sua, ma anche la mia e la nostra Mita Mariani cornetana, che si sarebbe spenta a soli ventinove anni il 17 marzo 1851, quando la sua bellissima nidiata di figli aveva ancora un immenso bisogno del suo amore di mamma.

“La Grande Guerra: storie di vita e di aerei”: una mostra nel centenario del primo conflitto mondiale

Riceviamo e pubblichiamo

aereiLa Mostra documentaria è organizzata in occasione del 100° Anniversario della Grande Guerra (1915-1918), dall’Associazione Arma Aeronautica Sezione Tarquinia; è un momento importante per ricordare non soltanto i tanti protagonisti della Grande Guerra ma anche coloro che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria della Città, con particolari storie di vita.

L’iniziativa è nata con l’intento di estendere la manifestazione commemorativa, arricchendola di testimonianze dell’epoca, video, documenti, oggetti che appartennero a semplici cittadini che abbandonarono le abitudini, le proprie Città e i propri affetti per una Guerra che ha lasciato traccia nella storia come un conflitto che ha causato la morte di migliaia di vite umane, una Guerra tragica e cruenta. La Mostra accoglie un centinaio di documenti e oggetti provenienti da collezioni di privati e documenti provenienti dalla Sala Museale del CAE di Viterbo. L’Associazione Arma Aeronautica Tarquinia ha coinvolto anche le altre Sezioni dell’Arma Aeronautica del comprensorio inoltre sono esposti alcuni prototipi di aerei della Prima Guerra Mondiale, ricostruiti dal Maresciallo Carlo Boseggia.

La Mostra è divisa in sezioni, arricchite da testimonianze dell’epoca, video, documenti, oggetti che illustrano la nascita di quella che diventerà la Regia Aeronautica attraverso varie Sezioni: La Storia dell’Arma Aeronautica nella I Guerra Mondiale. Il percorso espositivo converge nella storia cittadina con le seguenti tematiche: i militari di Tarquinia – Storie di vita: cittadini-soldati al fronte – D’Annunzio e il Volo su Vienna. Il percorso espositivo è arricchito dalla Sezione La Fede Cristiana nella Guerra (1915- 1918). Collezione realizzata da Edmondo Barcaroli, socio del Circolo Filatelico Numismatico Tarquiniense ed A.I.C.I.S.. Gli uomini che combatterono nella Prima Guerra Mondiale erano eroi consapevoli di quanto visuto al fronte per aver sfidato e affrontato in situazioni difficilissime il nemico.

La Mostra Documentaria è patrocinata dal Comune di Tarquinia e dall’Università Agraria Tarquinia e si svolge presso la Sala Grande della Biblioteca Comunale dal 20 dicembre al 6 gennaio (orario di apertura dal Lunedì al Venerdì ore 17,30- 19,00 –Sabato e Domenica ore 10,30-13,00 16,00 – 19,00 – nei giorni 25, 26, 27 dicembre e 1 e 2 gennaio la Mostra sarà chiusa). Invitiamo la Cittadinanza a partecipare.

Gem Sultan, un turco a Tarquinia

di Anna Alfieri

GEM-SULTANOIl primo a parlarmi di Gem Sultan, principe-poeta ottomano del XV secolo e dei suoi strani rapporti con la nostra città, è stato il compianto Giacomo Emilio Carretto, importante studioso di storia e letteratura turca, nonché cittadino tarquiniese per sua scelta precisa. Un amico carissimo che, accompagnandomi come in pellegrinaggio tra le migliaia e migliaia di libri della sua biblioteca privata, qualche volta ha perfino tentato di introdurmi, almeno un pochino, nei misteri misteriosissimi del Medio Oriente antico e moderno.

Gem Sultan, detto anche Zizim (1459-1495) era figlio di Maometto II il Conquistatore, cioè di colui che annientò l’Impero Bizantino, strappò per sempre Costantinopoli alla cristianità, trasformò la più grande basilica romana d’Oriente nell’attuale moschea di Santa Sofia a Istanbul e costruì il Palazzo Topkapi. Un sovrano così potente e magnifico che i giannizzeri della sua guardia imperiale avevano il compito di sostenere per le braccia gli ambasciatori occidentali che perdevano i sensi al solo guardarlo.

Maometto-II-il-ConquistatoreAlla morte del padre, Gem contese il trono al fratello maggiore Bayezid, ma venne sconfitto. Perciò, portando già dentro di sé i germi di quella sua speciale e inestinguibile malinconia che avrebbe fatto di lui un poeta, si rifugiò presso i cavalieri di Rodi. Severi cavalieri cristiani che prima lo accolsero come un ospite di rango, poi lo considerarono un ostaggio e infine lo cedettero a papa Innocenzo VIII, impaziente di riceverlo a Roma per convertirlo al cristianesimo e metterlo a capo di una grande Crociata.

Fu per questo lontano motivo che l’inconsapevole Gem irruppe, con la forza devastante di un uragano inatteso, nella storia della nostra città, dove portò lo scompiglio. Tutto cominciò il 4 marzo 1489 quando – come raccontano alcuni documenti conservati nell’archivio storico comunale di Tarquinia – i cornetani, chiamati a Palazzo dal suono delle campane a martello, vennero informati che il famoso turco Gem Sultan chiamato pure Zizim, anzi Zizimo, figlio di Maometto il Conquistatore e fratello dell’infedelissimo Bayezid imperatore di Costantinopoli, stava navigando verso Roma sulla triremi del pirata Villamarina, protetta dal Santissimo Signor Papa in persona e scortata da 400 cavalieri rodensi. E che essi – gli esterrefatti cornetani – avrebbero dovuto macinare una grande quantità di frumento e predisporre, per lui e per la sua bizzarra corte ottomana, cinquanta letti provvisti di coperte e di altri ornamenti. Pena una multa di 1000 ducati da destinarsi alla costruzione della fortezza del porto di Civitavecchia dove la nave sarebbe approdata.

Fu il Magnifico Nobile Consultore (così si esprimono i nostri documenti d’archivio) Guittuccio Vitelli che, superate la rabbia e la disperazione iniziali, prese in mano la situazione e ordinò a Guidantonio Mazzatosta, Antonio Bernardi e Carlo di Campo di cavalcare per ogni dove sotto la supervisione del nobile Iacopo Malvicini e scovare – a qualunque costo e in breve tempo – i 50 letti richiesti, coperte e ornamenti compresi.

Ma, ciò nonostante, il 7 e il 10 marzo successivi le campane suonarono di nuovo a martello e comunicarono che, siccome i cornetani non erano stati abbastanza solerti nella ricerca degli oggetti richiesti, se entro l’undicesimo giorno del mese essi non avessero consegnato le suppellettili ancora mancanti, le truppe del Papa avrebbero devastato le loro campagne e razziato il loro bestiame. Quel giorno, a Corneto – dicono ancora le carte – tremarono case, chiese, torri, palazzi, orti e giardini. Tutto fu rovistato, sconvolto e messo a soqquadro: perfino i grandi conventi che, all’avvicinarsi del turco “infedele”, si erano arroccati in ostinata difesa. Anzi, solo allora, cioè solo quando le porte dei conventi più ricchi e ostili vennero sfondate con la forza, i letti destinati a Gem Sultan vennero finalmente alla luce e da quel giorno, almeno per un po’, le campane a martello a Corneto non suonarono più.

DISPUTA-DI-SANTA-CATERINA-D'ALESSANDRIAPochi mesi dopo Innocenzo VIII morì e Gem che, ovviamente, non si era mai fatto cristiano, finì nelle mani del nuovo Pontefice, Alessandro VI Borgia. Questa volta, però, tra lui e la sanguigna famiglia del papa spagnolo si stabilì un’intesa profonda. Perciò non vi fu, a Roma, cavalcata papale o processione nel cui corteo non splendesse il principe turco che in costume ottomano distribuiva maestose elemosine, mentre don Juan, duca di Candia e figlio primogenito di papa Alessandro, entrava perfino in San Pietro indossando il vistoso turbante bianco Sarik tipico dei musulmani e Cesare Borgia affrontava i tori abbigliato in costume giannizzero. Intanto Lucrezia arrossiva nel leggere i versi che Gem componeva nella morbida quiete orientale dei suoi appartamenti sovrastanti la Cappella Sistina: “Tu nel giaciglio di rose riposi – diceva il poeta – di gioia felice. Io nella cenere della fornace mi dolgo, quale è la ragione?”.

Ma la storia è crudele e i Borgia – forse inseguendo anche loro il sogno ricorrente di una grande Crociata che restituisse Gerusalemme e Costantinopoli ai cristiani – cedettero Gem “come un azzurro oggetto senza dolore” a Carlo VIII d’Angiò, re di Napoli. E Gem, esiliato perfino dal suo esilio romano, in pochi giorni morì “al pari di un fiore reciso”. Morì a Capua “da semplice e buon musulmano recitando più volte la sua professione di fede perché nel sufismo sempre presente nella sua vita come in quella di ogni poeta ottomano, raggiungere la verità e la massima libertà interiore significava attenersi alla più attenta osservanza delle norme del proprio mondo culturale”.

Così mi raccontava Giacomo Emilio Carretto, convinto a ragione che il principe Gem, detto Zizim, mi sarebbe piaciuto un bel po’.

Fonti:
Archivio Storico Comunale Tarquinia (ASCT)
Giacomo E. Carretto Un sultano prigioniero del papa Ed. Ad Orientem, Centro Internazionale della Grafica, Venezia 1989.
Giacomo E. Carretto, Falce di Luna, Ed. Società Tarquiniense d’Arte e Storia (STAS), 2004.

Porto Santo Stefano, il dramma della Costa Concordia rivive in un libro

Riceviamo e pubblichiamo

Costa ConcordiaIl libro “Le voci della Concordia” di Guido Fiorini ed Angela Cipriano sarà presentato giovedì 22 ottobre 2015 nella sala consiliare del Municipio di Porto S. Stefano alle ore 17.00.  L’amministrazione comunale di Monte Argentario ha infatti aderito alla richiesta pervenuta dalla sezione soci “Costa d’Argento” – Unicoop Tirreno di concessione del  patrocinio.

Il volume ripercorre l’intera vicenda della Costa Concordia attraverso le parole dei protagonisti, racconta con interviste inedite il naufragio all’Isola del Giglio nella notte del 13 gennaio 2012, il raddrizzamento, la partenza della nave per Genova ed il processo tenuto a Grosseto fino alla sentenza di primo grado. Un ampio spazio è dedicato a naufraghi e parenti delle vittime. Due donne che erano a bordo, Patrizia e Ester, raccontano i drammatici momenti del naufragio e come hanno affrontato i mesi successivi. La cronaca si intreccia con i ricordi, il dolore, l’impegno, la commozione. Non solo date, numeri e nomi, ma la vicenda umana di chi era sulla nave, al Giglio, in aula a Grosseto e di chi nel naufragio ha pagato un prezzo altissimo per la perdita di una persona cara.

 La presentazione de “Le voci della Concordia” costituirà dunque un’importante occasione per riflettere su quanto avvenne in quei momenti, ricordare il dolore e la commozione assieme all’impegno ed alla solidarietà dei soccorritori. L’Argentario è stato uno dei grandi protagonisti in positivo, dando accoglienza, cibo e coperte  alle migliaia di passeggeri che quella notte e il giorno seguente sbarcarono a Porto S.Stefano. Non a caso, a seguito di ciò, il Comune di Monte Argentario è stato insignito della medaglia d’oro al merito civile.

Storie e leggende sulla Sala degli Affreschi al Palazzo Comunale di Tarquinia

di Anna Alfieri

foto-3_-Fuga-di-Eugenio-IV-da-RomaIl Palazzo Comunale di Tarquinia presenta in modo esemplare le tre caratteristiche tipiche del Comune medievale italiano: l’arco della mercanzia sotto il quale si svolgevano a riparo delle intemperie i commerci quotidiani, la spettacolare scalinata costituita da 53 ripidi gradoni e la Loggia che era anche l’arengo che portava alla Camera dove si tenevano le riunioni consiliari e introduceva agli ambienti della Cancelleria. Sulla loggia e sulle scale si stipulavano i contratti privati. Quelli pubblici si stendevano formalmente nella Camera e nelle stanze ad essa adiacenti, dove i notai ed i cancellieri redigevano e trascrivevano instancabilmente verbali, atti e contratti.

Uno di questi ambienti, che nello scorrere dei secoli fu adibito ora a Cancelleria, ora a Sala Consiliare, ora ad emblematico atrio di rappresentanza, oggi è noto come Sala degli Affreschi.

Gli affreschi di questo emozionante salone celebrano, tramite il ricordo di eventi mitologici e storici, la nobiltà di Corneto, città primigenia, madre di Roma, sua fedele paladina e sua protettrice grazoe alle imprese guerresche del Cardinale Vitelleschi.

foto-1_-rientro-trionfale-di-Eugenio-IV-in-roma_-particolareAccanto alla grande storia che attraversa i millenni, le pitture del Palazzo raccontano anche una storia più piccola, quasi una cronaca, fatta di committenze e pagamenti, di incomprensioni, di ripicche, di ripensamenti e di drammi, minutamente documentati nelle raccolte degli Speculi , dei Mandati e dei Consigli conservati nell’Archivio storico della nostra città.

Le vicende degli “abbellimenti” iniziarono nel 1598, ma trovarono concretezza solo quando tre notabili cornetani, Fabio Fani, Pietro Cappetta e Baldassarre Latini, si impegnarono a sostenerne le spese in cambio dell’appalto cittadino di Macelleria. L’incarico fu affidato a Camillo Donati, capriccioso pittore maceratese, residente in Ronciglione che lavorò fin quasi alla fine di marzo del 1631 insieme al suo aiutante Domenico Taddei. Poi all’improvviso, abbandonò tutto e se ne andò.

Invano i Cornetani lo implorarono di fenire quella facciata che aveva lasciata imperfetta; e invano lo assicurarono che, se fosse tornato sarebbe stato trattato bene et accarezzato da tutti universalmente e che volentieri gli avrebbero baciato le mani.

Inutilmente – loro che avevano a lungo sparlato di lui e della sua sfacciata lentezza operativa – ammisero che mai se sia voluto dare l’incarico ad altro pittore, mai noi gli haveriamo fatto questo torto e inutilmente gli scrissero più volte: Vogliamo che solo lei fenischa e non altro. Venghi quanto prima allegramente et haverà tutte le soddisfazioni che lei desidera.

Il “Signor Camillo, puntiglioso pittore marchigiano ormai residente in Ronciglione, non tornò più.

I lavori vennero successivamente affidati a Giulio Giusti di Montefiascone che, al contrario dell’artista precedente, era bono et non lavattivo e furono pagati, nel 1636, con 45 scudi. Ma qui si inserisce il dramma che commosse l’intera città. Il denaro, che sarebbe stato consegnato al Giusti, in realtà era stato destinato dalla comunità al pagamento degli studi di Giulio Martellacci (i cui sospiri sembrano ancora oggi dolorosamente alitare tra le figure che affollano le pareti municipali), un promettente giovane di intelligenza chiara e speciale, che purtroppo, per poca fortuna seguita alla sua infermità, morì precocemente.

foto-2_-Cavalieri-vitelleschiani-al-rientro-di-Eugenio-IV-in-RomaAlla sua scomparsa, con 18 voti favorevoli e 2 contrari, fu deliberato che la somma raccolta venisse applicata in beneficio del Palazzo per fenire la pittura della Sala.

Con il tempo gli affreschi furono offuscati dalla polvere e devastati da oziosi che avevano prodotto guasti e mutilazioni. Perciò molto presto cominciò una serie di ritocchi, di ripuliture e di restauri.

Nel 1734, Mattia Gerardini ridipinse alcuni particolari e Lazzaro Nardeschi provvide ai cartigli con le iscrizioni esplicative degli avvenimenti rappresentati. Nel 1790, Luigi Tedeschi intervenne nuovamente sulle pitture e altrettanto fece nel 1798, Luigi Dell’Era. La caduta di un fulmine impose, nel 1824, ulteriori interventi e altri ritocchi furono eseguiti tra il 1980 e il 1981.

Gli affreschi sono ora chiaramente leggibili grazie all’opera di Roberto Ercolani e Vittorio Cesetti che li hanno restaurati nel periodo che va dal 1994 al 1996.

Lettere al Direttore: “Un ricordo della guerra a Tarquinia”

Riceviamo e pubblichiamo

Gentili redattori,
alleati-italiail racconto che vi trasmetto mi è stato gentilmente sollecitato da Anna Alfieri e si inserisce nel filone dei ricordi dei tarquiniesi del periodo tragico e convulso dell’ultimo conflitto mondiale. In particolare si riferisce ad un episodio a cavallo della battaglia del Mignone e dell’arrivo in paese degli alleati, cioè inizio giugno 1944. I ricordi sono di mia madre e di sua sorella Vincenza Luccioli (classe 1931).

La famiglia di mia madre, Luccioli Maria Caterina (classe 1937), era “sfollata” alle grotte di Villa Tarantola e suo padre Serafino Luccioli coltivava, in mezzadria con la famiglia Proli, un terreno agricolo al Piano, oggi sarebbe di fronte alla macelleria biologica, dove era anche posizionato un cancello. Qui transitarono le retroguardie dell’esercito tedesco in ritirata durante le fasi concitate della battaglia del Mignone. Tra questi, molti giovanissimi, anche in bicicletta e anche di nazionalità austriaca. Ebbene, uno di questi ragazzi fu abbandonato morto proprio sulla strada all’altezza del succitato cancello del Piano. Mio nonno Serafino, persona di grandissima umanità e sensibilità, non poté fare a meno di dare pietosa sepoltura a quel soldato, apponendo una croce con l’elmetto sul tumulo, proprio nel punto del ritrovamento del corpo, cioè di fronte alla odierna macelleria e non lontano dall’attuale edicola.

Tale gesto di cristiana umanità, causò però problemi a mio nonno. Infatti, con l’arrivo degli alleati dopo il 6 giugno, la costatazione che in quel punto il contadino italiano aveva osato seppellire con tanto di croce ed elmetto un “nemico”, causò l’ira di alcuni militari americani che per sfregio iniziarono a distruggere con le baionette i cocomeri del campo di mio nonno. Serafino Luccioli gentilmente chiese loro di prendere i cocomeri che volevano mangiare, ma di non distruggere il resto del raccolto, all’epoca tanto prezioso per tutta la famiglia. I militari a questa reazione si arrabbiarono ancora di più e lo minacciarono con le armi da taglio e da fuoco. Intervenne quindi prima il figlio, Giuseppe (Peppe) Luccioli di 11 anni, che si frappose tra gli americani e mio nonno cercando di difenderlo e di mandarli via urlando e piangendo, ma fu risolutivo e provvidenziale l’intervento del vicino di campo di mio nonno, tale Francesco “Checco” Viscarelli, uomo di grande coraggio e soprattutto grande mole e forza che, sentendo le urla, arrivò di corsa brandendo un forcone. Alla vista di quel gigante, gli americani preferirono battere in ritirata e ai miei parenti, per quella volta, andò liscia. In seguito, mio zio Peppe aveva preso l’abitudine di collocare spesso qualche fiore di campo su quella croce. La sepoltura rimase per alcuni anni in loco, fino a quando rappresentanti del governo tedesco vennero a traslare i resti del militare in Germania.

Una curiosità collegata a quel periodo riguarda il fatto che ancora oggi, dopo oltre settant’anni, la famiglia Luccioli possiede il tavolone da mensa che gli ufficiali tedeschi usavano al tempo a Villa Tarantola che, dopo la loro ritirata, mio nonno si affrettò a mettere da parte e che ancora oggi usiamo in occasione di feste e pranzi.

Saluti e buon lavoro,

Stefano Celletti, Tarquinia

Centenario della Grande Guerra: il 28 giugno una manifestazione a Tarquinia

trincea-grande-guerraTarquinia ricorda il centenario della Grande Guerra e lo farà con una manifestazione che si terrà il 28 giugno, dalle ore 10, nella sala consiliare del palazzo comunale. Alle ore 10 si terrà il saluto di benvenuto, con gli interventi del sindaco Mauro Mazzola e del presidente della commissione cultura Angelo Centini. A seguire prenderanno la parola la prof.ssa Catia Papa, dell’Università degli Studi della Tuscia, e la dott.ssa Vilma Nazzi. Alle ore 11.30, il coro CanTarQui eseguirà gli inni Stella d’Italia e la Canzone del Piave. Alle ore 12.30, presso l’ex sala capitolare degli agostiniani di San Marco, sarà inaugurata la mostra “Tarquinia nella Grande Guerra 1915-1918”. L’iniziativa è organizzata in collaborazione con il Centro Studi dell’Europa Mediterranea e l’Università degli Studi della Tuscia.