Paolo Lattanzi: gli acquerelli in mostra a Tarquinia sino al 21 giugno

di Anna Maria Vinci

PaoloLattanziGli acquerelli di Paolo Lattanzi in mostra nella Sala D. H. Lawrence di via Umberto I. Torna nella cittadina etrusca la Personale del noto pittore ed incisore romano, fino al 21 giugno nella sala Lawrence si potrà percorrere il diafano itinerario insieme allo straordinario artista. L’iniziativa è a cura della Lestra.

Il viaggio è connaturale a Lattanzi, vera linfa vitale del suo spirito creativo, diventa musa ispiratrice. E’ singolare osservare come abbia infatti saputo cogliere della cittadina etrusca-medievale , gli angoli, le architetture più care ai tarquiniesi. È quasi il luogo, la sua peculiarità, è lo spiritus loci, ad attirare l’artista, che con maestria inimitabile, riesce a riprodurre atmosfere, suggestioni, con quelle sfumature che solo un grande acquarellista è in grado di proporre all’occhio che cerca nell’opera quell’emozione che vorrebbe durasse in eterno. Nell’ottica di un inesausto viaggiatore , Lattanzi, non proporrà nel suo itinerario artistico soltanto la cittadina e le sue meraviglie, ma anche marine, scorci paesaggistici ed architettonici , come dei notturni, di altre località visitate.

Difficile raccontare la straordinarietà dei suoi acquerelli, mai scontati, mai ripetitivi, Lattanzi scopre ogni volta un oggetto nuovo, ne mantiene la forma, ma lo trafigge con una destrutturante magia delle sfumature. Le case, i vicoli, gli antichi palazzi, le marine, acquisiscono grazie alla sua sapienziale bravura nuovi contorni, una nuova primigenia e intoccata natura, quasi che mai piede di uomo avesse sfiorato quell’ambiente, o se l’ha fatto, vedi i particolari delle finestre e dei balconi, i panni stesi e tanto altro, Lattanzi lo stempera, quasi a ritrarre un’umanità che esiste, ma che non fa rumore, è celata nelle abitazioni, oppure semplicemente sta osservando la sua storia in un correlativo oggettivo che si ripete, senza mai che traspaia la nudità dell’uomo moderno, dimentico di una sua ancestrale fusione con il tutto.

Poussin e Dio: al Louvre le tele sacre del maestro barocco

di Francesco Rotatori

1665-2015: 350 sono gli anni trascorsi dalla morte del magnifico Nicolas Poussin(1594-1665), maestro del Barocco francese che attraverso le sue tele ha anticipato gli esiti dell’arte ottocentesca, scavalcando quasi duecento anni di storia e di ricerca.

Fino al 29 giugno il Museo del Louvre gli dedica un’appassionata retrospettiva, POUSSIN ET DIEU, nella Sala Napoleonica, curata da Nicolas Milovanovic e Mickael Szanto i quali hanno inteso sottolineare l’estrema novità della pittura sacra dell’artista che, partendo come i migliori da stilemi raffaelleschi (il Louvre ha qua temporaneamente trasferito la Belle Jardinière dell’Urbinate evidenziandone l’importante ascendenza esercitata sulla sua scuola), ha inteso scardinare le ripetitive articolazioni del primo Seicento alla luce di una Poussingrande profondità di riflessione. L’intento dei curatori è di rivalutare la produzione di tematica religiosa che la storia dell’arte ha sempre provveduto a retrocedere rispetto a quella profana, nella quale è stata letta un’importante acquisizione della classicità a partire da modelli antichi e archeologici.

Se infatti la grande pittura di storia ha avuto proprio in Poussin uno dei massimi cantori, anche la religiosità non è da meno: la serie dei Sacramenti– ora divisa tra la National Gallery of Art di Washington e il Bevoir Castle di Grantham- non solo evoca i principali trascorsi dell’umana vita all’interno del filone di Controriforma cattolica, ma soprattutto è da rileggersi nell’ottica dell’influenza che la figura del maestro ebbe su Stella, Bourdon e l’intiera tradizione che dagli anni di Luigi XIII conduce a quelli tragici di Luigi XVI e rivoluzionari di Luigi XVIII.

3934232155_3dc23b1ca6Così come nel ciclo delle Stagioni, suo lascito e ultima riflessione sul destino ineluttabile dell’uomo, è impossibile distinguere in La primavera o Il paradiso terrestre la concretezza sensibile del paesaggio lussureggiante dall’immateriale presenza del noema religioso, che vi aleggia al pari della figura del Creatore, posto tra le nubi in alto a destra.

E infine è necessario indicare in Eliezer e Rebecca non tanto l’incontro biblico trascritto alla maniera dell’artista, che qui realizza un bassorilievo di alta levatura e raffinatezza cromatica, quanto il tentativo di porsi al di sopra della semplice enucleazione di elementi presupposti che aveva fino ad allora spadroneggiato nell’iconografia.

Come è possibile non innamorarsi poi della resa pittorica dei capolavori esposti? Lo stesso Poussin avrebbe detto: “Il disegno è lo scheletro di ciò che hai intenzione di fare, il colore è la carne”. Un colore che indomito regna, vincendo sulle diffide e i discrimini che la storia dell’arte pone a volte a se stessa, riscoprendo poi solo in tempi successivi i limiti assiomatici del suo filtro selezionatore.

A Tarquinia una mostra di acquerelli di Paolo Lattanzi

Riceviamo e pubblichiamo

10277069_994018880616843_8731335087247685973_nDa sabato 13 giugno e fino al 21 giugno sarà possibile visitare la mostra di acquerelli di Paolo Lattanzi presso la Sala David H. Lawrence in Via Umberto I, 49. La mostra resterà aperta tutti i giorni dalle 17.00 alle 20.00 e sabato e domenica anche dalle 10.00 alle 12.00.

Alcune notizie sull’artista: Paolo Lattanzi, acquarellista, incisore è nato a Roma il 25 gennaio 1949. Opera da anni tra Roma e Tarquinia. Figlio di noto artista, sin da piccolo ha frequentato lo studio artistico del padre Ferruccio, apprendendo i primi rudimenti del disegno e del colore, prediligendo da subito il colore ad acqua e l’inchiostro di china. Il debutto nel mondo artistico avviene nel 1971 a Roma nella galleria “La Parioletta” e attualmente può contare su un considerevole numero di mostre personali e di collettive e Rassegne nazionali ed internazionali.

Affianca all’acquarello la tecnica dell’incisione, che ha perfezionato seguendo, presso Palazzo Rivaldi in Roma, nel 1983, corsi teorico – pratici tenuti dai Maestri: Attardi, Calabria, Cattaneo, Cordio, Ferroni, Schifano, Sughi, Vespignani e Volo. Tecnica che pratica tuttora, presso lo Studio d’Arte “Four for Art” di Roma, con l’ amico maestro Palleschi. E’ socio dell’Associazione Italiana Acquarellisti (A.I.A.) e di altre numerose associazioni artistiche. Sue opere figurano in collezioni di Enti Pubblici.

Di fuoco e di acqua nel “vuoto” della pittura

di Francesco Rotatori

Margherita_Ferro_1Sarà pure giovanissima, ma Margherita Ferro affronta già problematiche profonde e dal forte impatto. Prima fra tutte una costante e incessante dialettica col Vuoto, che da oblio nel quale far pendere i nostri sogni infranti si tramuta, nella sua ottica, in una enucleazione complessa da cui far emergere pressioni, potenti incombenze, conflitti irrisori che la psiche quotidianamente pare eclissare.

E’ un baratro che rifulge nello splendore dell’invisibile, dove la vita impazzita, inquieta eppure così cara alla nostra routine è oscurata dall’attrazione del silenzio, dalle riflessioni ferme sui cicli dell’esistenza, dalle esigenze che spuntano fuori come macchie dell’anima.

Nella sua ultima personale, CHROMOMOVES: MOVIMENTI CROMATICI, Margherita Ferro ha indagato ancora di più, cercando di carpire l’invisibile regno che sorge al limite della coscienza razionale e lasciandolo fluire attraverso di sé. Sono come mura le sue tele da cui improvvisamente comincia a trasudare un’entità, un qualcosa si muove e si rigetta all’esterno, ma nel momento in cui lo afferriamo sfugge via, si autoeclissa nel suo inaccessibile e affascinante essere-al-di-là.

L’acrilico, una volta dominato, è volutamente liberato nell’acqua che lo scioglie, e una volta asciutto è isolato da strati di olio e a volte di bitume, così da mantenere in vita quel suggerimento cromatico fondante.

Margherita_Ferro_2Nella serie Corpographia, foto digitali realizzate con la webcam, la ragazza analizza un corpo diafano, che sommessamente sparisce nella rarefazione dell’apparenza: è come il vapore che nasce dal matrimonio dell’acqua scrosciante e del fuoco della lava di un vulcano; di esso rimane l’aria che se ne vola via e la scia nera a terra, cenere finale della trasmutazione.

Nelle sue incisioni, siano esse litografie, serigrafie o calcografie su zinco o plexiglass, Margherita affronta l’intricata selva di segni come se quel Vuoto si fosse materializzato nel materiale e solidificato nel tratto. Può essere allora un labirinto da cui ricavare un corpo o un volto frantumati, talvolta è una bruta cicatrice che squarcia l’ipocrisia della nostra realtà, altre è un invito a quello che più ci spaventa, un nulla disarmante che allo stesso tempo ci affascina nel suo gorgogliante risucchio.

“In un momento in cui tutto è diventato frenetico e assordante, dove tecnologia e media ci sovrastano velocissimi e appiattiscono ogni nostra comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, cerco un altro modo di esprimermi che superi i limiti della rappresentazione oggettiva e sensibile ed oltrepassi ciò che è visibile fino ad arrivare all’essenza dell’invisibile”

Un’essenza che, pur misteriosa, non tarda a mostrarsi epifanicamente all’interno della nostra psiche lacerata.

Acquapendente, Michele Panfoli espone a Hong Kong

Riceviamo e pubblichiamo

michele-panfoli_delitto-passionale_hong-kongL’artista aquesiano Michele Panfoli esporrà una propria opera all’Asia Contemporary Art Show di Hong Kong dal 12 al 15 marzo 2015. Panfoli è stato selezionato dal Movimento Arte del XXI Secolo, in joint-venture con la Galleria NoviArt3 di Novi Ligure (SV), insieme ad una quarantina di altri artisti rappresentativi di gran parte delle sfaccettature stilistiche dell’attuale panorama italiano.

La manifestazione asiatica si svolgerà dal 12 al 15 marzo nella straordinaria location del Conrad Hong Kong Pacific Place ai piani 40, 41, 42, 43 e 44. La 6° edizione  dell’evento accoglie artisti e gallerie provenienti dai cinque continenti, in particolar modo da Hong Kong, dalla Cina e dalla maggior parte dell’Asia, dall’Australia, dal Nord e Sud America e dall’Europa. La maggior parte delle opere esposte non sono mai state viste prima ad Hong Kong. L’obiettivo principale dell’evento, che si sta affermando a livello mondiale, è quello di riunire con le sue 3000 opere esposte i più interessanti e promettenti artisti del mondo, dalla scultura alla pittura ed alla fotografia.

L’opera con cui Michele Panfoli è stato selezionato, e invitato a partecipare all’evento, è “Il Delitto Passionale” un’opera realizzata olio su tela 90X90 cm facente parte della più ampia collezione delle “X Scomposizioni sulla passione”, esposte per la prima volta in una personale a Berlino nel 2009 in occasione dei festeggiamenti per il ventennale della caduta del Muro, e visibile sul sito dell’artista (www.michelepanfoli.com). In quest’opera l’autore si interroga sulla natura dell’uomo e sulle sue passioni positive e negative; proprio quest’ultime a volte lo portano a compiere gesti che tutt’oggi sembrano essere diventati una delle piaghe della società contemporanea e che nonostante il passare del tempo, dagli albori della civiltà ad oggi, diventano una triste costante nella natura dell’essere umano.

Questa la motivazione della scelta: “Nel novero dei prescelti occupa una singolare posizione l’opera di Michele Panfoli, autore di un modus pingendi che riconduce a modi popolari antichi, quelli usati nella produzione di stampe del passato per la semplificazione delle linee e la truculenta dei particolari”.

Al Vittoriano Giorgio Morandi, “altissimo pittore, enclave nella pittura contemporanea”

Cesare Brandi, studioso poliedrico, storico e critico d’arte, ideatore de La Teoria del restauro, guardando alla pittura di Giorgio Morandi ha annotato: << appare maltita, appannata dai contatti umani… la durata è infinita>>.

MorandiBottiglieA questo “inattuale” – nel senso di un conservatore al di qua delle Avanguardie artistiche del primo Novecento- il Complesso del Vittoriano dedica la stagione primaverile fino al 21 giugno con la retrospettiva GIORGIO MORANDI 1890-1964 curata da Maria Cristina Bandera, composta da più di 150 opere e inserita nella saga dedicata ai grandi dell’arte contemporanea italiana, tra i quali hanno figurato lo scorso anno Mario Sironi e tra il 2012 e il 2013 Renato Guttuso.

E’ un’occasione unica per ammirare le lastre di rame originali da cui l’artista ha tratto poi le sue famosissime acqueforti, che sono esposte in vari esemplari nelle prime sale e che sono una rarità per gli occhi, dal momento che spesso sono rinchiuse in bacheche private o non esposte al pubblico. La tecnica a incisione raffinatissima ha permesso a Morandi di concentrarsi sulla resa perfetta del chiaroscuro e delle varie intensità attraverso cui la luce si propaga nei volumi plastici di bottiglie e tazze, occasionalmente di conchiglie, tabacchiere e frutti.

E in quel valore cromoluminoso nasce l’immagine pittorica, dalle numerosissime nature morte del salone centrale ai paesaggi esibiti al piano rialzato dell’esposizione fino ai fiori.

Perché se i più conoscono essenzialmente le sue tele, è dall’incisione che fondamentalmente si snoda il vincolo problematico dell’essenza dell’artista. Non a caso fu insignito del titolo di docente di grafica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Bologna e ricevette il Gran Premio per l’Incisione alla Biennale di San Paolo in Brasile nel 1953, e solo nel 1957 per la pittura.

imagesSono bottiglie le sue (le famose “bottiglie di Morandi”) che risentono dell’esistenza, di una dimensione emotiva, come se fossero in grado di percepire l’ambiente in cui sono posizionate e nel quale assumono quel particolare rilievo.

<<Erano poveri spunti, cose che non significavano per se stesse, in modo da poterle non fare significare affatto>> ha annotato ancora Brandi, il cui scambio di lettere con Morandi è accostato a quello che quest’ultimo ebbe con Roberto Longhi, figura fondamentale per la rivalutazione di Caravaggio ma anche critico d’arte e grande stimatore dell’operato di Morandi.

Quelle bottiglie non sono, dunque, semplici bottiglie: sono forme che si sottraggono infinitamente ai significati che possono avere nella nostra quotidianità.

<<Si può dipingere ogni cosa, basta solo vederla>> avrebbe detto della sua arte Morandi.

Ma qui la domanda è: siamo noi in grado di vedere?

Francesco Rotatori

“Impressioni d’Artista”: Fabrizio Berti espone alla Milano Art Gallery

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31bisUna nuova mostra collettiva sta per inaugurare presso la prestigiosa e storica “Milano Art Gallery” la galleria milanese situata in via G. Alessi 11, a pochi passi da Corso Genova. Si chiama “Impressioni d’artista”, aprirà i battenti sabato 7 Marzo, alle ore 18, con l’organizzazione del manager Salvo Nugnes, e vedrà la nota scrittrice e attrice Dalila Di Lazzaro tenere un’interessante conferenza sul tema “Il dolore e la speranza”. Fino al 20 Marzo saranno in esposizione le opere di talentuosi artisti contemporanei, tra cui il pittore Fabrizio Berti.

Nato a Varese, Berti inizia il suo percorso negli anni Settanta, partecipando ad importanti mostre collettive, dove viene definito un “impressionista puro”. La sua missione, il suo scopo principale è quello di donare emozioni, utilizzando l’arte come mezzo per dar voce alla persona interiore, all’anima. Per lui l’arte diventa il linguaggio cosmico che ci mette in contatto con il Dio Creatore, pur definendosi “credente non praticante”. “Fabrizio Berti ha la genialità di saper dosare forme e masse cromatiche in un’armonia che avrebbe un compositore” afferma il Prof. Alberto D’Atanasio e prosegue “Alcuni suoi quadri si muovono come note su un pentagramma, ho visto le sue opere ascoltando una suite tratta da un’opera di Giancarlo Menotti “Sebastian” 1944. Se Menotti ha reso l’immagine e il ricordo che diventa memoria e teatro con la musica, Berti lo fa con linea, forma e colore”.

Di lui il Prof. Paolo Levi ha scritto: “E’ pittore della natura ed ha uno spirito antico. Fabrizio Berti non ha bisogno di dipingere all’esterno, la sua campagna, il suo mondo contadino sono ricordi poetici interiori. La sua tavolozza è portatrice di essenzialità. Ama il primo piano di un mondo senza ode, racconta un mondo contadino, come un maestro dell’800. Fabrizio Berti è l’ultimo cantore di una campagna del nord che ha sempre un riconoscibile profumo”.

Elena Gollini Curatrice della Mostra “Impressioni d’artista” scrive;I dipinti di Berti rappresentano la purezza dell’arte, da cui l’artista demiurgo attinge e ne celebrano la bellezza incontaminata e di autentico candore nella sua più genuina manifestazione. Il filosofo Scruton sostiene, che l’arte che provoca non è arte e che la vera bellezza risiede nei gesti gentili. Berti è artefice di una pittura, che sprigiona un senso di spiritualità. Una pittura sussurrata, sottovoce, che trasporta un sentimento che assomiglia a un emozionato rispetto. Una pittura, che riesce a scendere e a calarsi nel profondo della sfera interiore, risvegliando antiche sensazioni che credevamo perdute, ma che grazie all’abilità del suo pennello e alla spiccata sensibilità che lo guida, possiamo recuperare ed essere pervasi da una commistione di sentimenti positivi e di sorprendenti e piacevoli percezioni emotive”.

L’Evento è a cura di PROMOTER ARTE MOSTRE EDITORIA COMUNICAZIONE via Donizetti n. 55, 20122 Milano Tel. 02-76280638 via della Chimica n. 12, 00144 Roma Tel. 06-54220848 via Cavour n. 9, 36061 Bassano d. G. (VI) Tel. 0424-237636 [email protected] www.promoterarte.it