A Porto Ercole a febbraio parto il corso di fotografia di base

Riceviamo e pubblichiamo

Macchinetta fotograficaL’associazione culturale Melograno organizza, con il patrocinio del Comune di Monte Argentario, un corso di fotografia base livello I tenuto dal fotografo di Porto Ercole, Giuseppe Zanoni, che tanti premi ha vinto, anche in ambito internazionale.  Si tratta di un corso pensato appositamente per i principianti e progettato per chi ama la fotografia e vorrebbe avvicinarsi alla tecnica con il giusto approccio, partendo da zero.

La prima lezione, gratuita, avrà luogo martedì 2 febbraio 2016 dalle ore 20,30 alle ore 22,30 nella sede dell’associazione in lungomare Andrea Doria e per informazioni e preiscrizioni si può contattare il numero 339/6159477 o inviare una mail a: [email protected].

Per quanto riguarda gli argomenti che saranno trattati : introduzione alla fotografia; la fotocamera ed i suoi componenti: funzionamento e caratteristiche; i l menù: simboli e settaggi della fotocamera; le ottiche;  la messa a fuoco; diaframma ed otturatore: la corretta esposizione; scattare nelle modalità creative: Manuale, TV, AV;  la composizione e l’inquadratura: teorie e regole; la profondità di campo; uso corretto dell’esposimetro;  pixel, risoluzione e memorie;  luce ed esposizione, la sensibilità ISO; bilanciamento del bianco e temperatura colore;  il CloseUp e la Macrofotografia; fotografare in notturna;  il paesaggio; il ritratto; come realizzare un portaolio; come scegliere l’ottica giusta;  la postproduzione: Photoshop, Lightroom, Gimp; migliorare le immagini in tre mosse; gli istogrammi, a cosa servono e come leggerli; curve, luminosità, saturazione, livelli; il video con la reflex.

Oltre il 50 % delle lezioni è dedicato alle esercitazioni in aula ed in esterno per mettere in pratica quanto appreso durante le lezioni tecniche. Alla fine di ogni argomento l’allievo avrà a disposizione la dispensa in formato digitale per rivedere a casa le tecniche spiegate in aula. Esercizi pratici da realizzare durante la settimana completeranno gli strumenti didattici.

Il miracolo maieutico dell’arte dal cemento

di Francesco Rotatori

Zanazzo_1Quando comunemente discorriamo di cemento, la prima immagine che affiora è di un materiale da edilizia impiegato nella costruzione di edifici contemporanei o nella rassettatura urbanistica di reti autostradali. Raramente assoceremmo la materia a un interesse di tipo artistico, relegandolo più all’ambito di una quotidianità industriale che a quello dell’interpretazione della realtà che l’Arte offre.

Proprio su questo cambiamento del punto di vista- che potremmo definire, secondo una nota accezione kantiana, un’ennesima declinazione della “rivoluzione copernicana”- si innesta l’ultima fatica creativa dell’artista Patrizio Zanazzo, che da domenica 13 dicembre, e per tutto il mese, esporrà nel suo magnifico studio le creature scultoree che la sua fervida mano ha dato recentemente alla luce nell’esibizione La magia del cemento.

Avevamo lasciato l’autore alle lavorazioni in ferro primaverili e ora lo ritroviamo con un esercito di creazioni in cemento che aprono un’interessante fase della sua attività: nel periodo estivo egli si è dapprima contrastato con le grandi dimensioni che il mezzo eroga, arrivando a domarne gli esiti, per poi passare a una sfida ancora maggiore, ossia di riportare la grandiosità e la specialità del cemento nelle grandezze minori, dove l’esperienza deve piegare a duttilità l’estrema rozzezza del materiale nel rendere il candore dei volti, nell’esprimere la vivacità di un corpo al massimo del suo vigore, nel lasciar vibrare un essere investito in pieno petto dal vento. E quindi permettere la trasformazione, quasi alchemica, in raffinatezza ed eleganza, e questa metamorfosi può giustamente verificarsi solamente a opera di chi ha appreso come lavorare coi più diversi strumenti, dal marmo al bronzo, dalla resina alla terracotta, dal legno al ferro, e proprio la capacità di padroneggiare in modo particolare quest’ultimo ha condotto l’artista a un dialogo non più serrato o astioso, ma quasi di convivenza e di convivialità con la scultura in cemento, in quanto l’armatura sottostante è giocata su un attento equilibrio forgiato da un cuore ferroso.

Screen-Shot-2015-12-07-at-23.21.50Il grezzo si tramuta dunque in forma e predispone alla riflessione: sta poi al giusto fruitore mettersi all’ascolto e capire il messaggio di cui l’oggetto è tramite.
Tra le prove di maestria che Zanazzo ci racconta di aver realizzato, si sofferma sulle Mani di Michelangelo dal soffitto della Cappella Sistina: il miracolo tecnico che sembrano celare sotto la loro semplice veste è nella qualità del tocco, che plasticamente rivive nelle dita tornite, riflesso perfetto della vibrazione vivace che il Buonarroti seppe donare al suo capolavoro.

E ancora si guardi al Corridore, dove un solo perno, sul piede sinistro poggiato a terra, regge l’intero appalto che, in eco all’Uomo che corre di Boccioni, si disintegra al flusso del tempo e al movimento dello spazio in una scia magmatica.

Screen-Shot-2015-12-07-at-23.22.00Sorprendentemente, tra le opere troviamo anche qualche esperimento con il colore, in cui l’aggiunta cromatica sul materiale lavorato aumenta l’effetto di contrasto e di sconquassamento che la separazione della luce dal buio creò in origine e tuttora continua a riproporre, ma in un’armonia cosmica in cui tutto si astrae per poi ritornare all’indistinto primigenio in un ciclo infinito.

Accanto alle figure dalla tesa energia, omaggi ai sempre lodati Michelangelo e Bernini, spiccano le composizioni vorticose con le sfere e le spirali, espressioni rispettivamente della perfezione cui l’uomo tende e del ritmo che musica la vita di ogni essere.

E perciò a conclusione della nostra anteprima riportiamo che la scultura a cui abbiamo guardato con maggiore simpatia è quella del Tappeto Volante, in cui non possiamo non assimilare l’artista stesso all’uomo che provi l’ebrezza del volo, che è estasi dell’ispirazione e vertigine della bellezza artistica. Perché se davvero ci fosse richiesto di descrivere Zanazzo, probabilmente citeremmo in primis la sua instancabile e proverbiale professione di fede verso la vera Arte, il cui scopo ultimo è soccorrere la mortalità e la limitatezza dell’uomo e spingerlo con la sua meravigliosa veste e il suo ricco nutrimento all’evoluzione.

Anima Tusciae: a Tuscania la personale di Ambra Loreti

IMG_0933L’Associazione Culturale Magazzini della Lupa in collaborazione con La Botte Piccola, una deliziosa trattoria nel cuore di Tuscania, in via Roma 28, presentano la mostra di Ambra Loreti “Anima Tusciae, la donna etrusca si racconta”.

Nelle tele sfumature di luce si rivelano in arabeschi e volute, energie fluiscono e lasciano trasparire sguardi e volti, figure e segni di questo universo femminile. Scrive l’artista: ” Nell’anno degli Etruschi ho voluto rendere omaggio a questo popolo che abitava i luoghi dove la mia famiglia vive da quasi quattro secoli, la Tuscia, con questa serie di opere, dove le mie donne etrusche affiorano, emergono e si stagliano nella loro fierezza, accompagnate, come faccio sempre nei dipinti, dai miei versi Haiku”. Una bella iniziatva quella di Pino e Luisella, i gestori della trattoria La Botte Piccola, di accogliere l’arte e portarla nella quotidianità. Arte e cucina, gastronomia e cultura, nell’atmosfera raccolta dello spazio e in un posto suggestivo come il centro storico di Tuscania; accontentare così occhio e palato e coniugare l’amore per l’arte con il piacere della buona tavola. L’inaugurazione della mostra “Anima Tusciae” di Ambra Loreti si terrà giovedì 10 dicembre 2015 alle ore 17.00 alla Trattoria La Botte Piccola. Si pranzerà o si cenerà in compagnia delle sue opere appese alle pareti fino al 10 gennaio 2016.

A Roma la luce torna a brillare sulla Santa Teresa del Bernini

di Francesco Rotatori

teresa-31Nel 1647 al cavalier Bernini fu commissionato un gruppo scultoreo con tanto di scenografia il più possibile teatrale da realizzarsi nella Cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria. L’obiettivo dell’artista era di concretizzare la massima esemplificazione del suo stile, in un momento in cui la sua posizione sociale stava declinando e il pontefice Innocenzo X Pamphilj, dopo gli anni per Gian Lorenzo gloriosi di papa Urbano VIII Barberini, pareva dimentico delle qualità che una personalità eclettica e geniale quale quella del Bernini poteva vantare.

Il capolavoro che ne uscì in una sistemazione che occupò in tutto cinque anni fino al 1652, l’Estasi di santa Teresa d’Avila, è ora tornato a uno splendore inimmaginabile, avendo il restauro ridonato carnalità a quelle materie così dure- eppure tanto malleabili nelle mani dell’artista- che il tempo e l’usura avevano ingrigito, spegnendo la folgore che illuminava le statue della santa, colta riversa dalla “ferita d’amore” della Transverberazione, e l’angelo “di straordinaria bellezza” che dolcemente estrae la freccia dorata che ha appena attraversato il corpo della Carmelitana Scalza.

<<Il Signore,>> riporta Teresa nei suoi scritti (in questo caso citiamo un passo dal Libro della mia vita) <<mentre ero in tale stato, volle alcune volte favorirmi di questa visione: vedevo vicino a me, dal lato sinistro, un angelo in forma corporea, cosa che non mi accade di vedere se non per caso raro. […] Gli vedevo nelle mani un lungo dardo d’oro, che sulla punta di ferro mi sembrava avesse un po’ di fuoco. Pareva che me lo configgesse a più riprese nel cuore, così profondamente che mi giungeva fino alle viscere, e quando lo estraeva sembrava portarselo via, lasciandomi tutta infiammata di grande amore di Dio. Il dolore della ferita era così vivo che mi faceva emettere quei gemiti di cui ho parlato, ma era così grande la dolcezza che mi infondeva questo enorme dolore, che non c’era da desiderarne la fine, né l’anima poteva appagarsi d’altro che di Dio. >>

PIC3235OLe ridipinture ottocentesche che erano state aggiunte per accentuare il cromatismo del candido materiale non avevano fatto altro che appesantire l’intero complesso e restituire un falso dell’originale sottostante. Stesso procedimento era avvenuto per gli stucchi dorati che negli aggiustamenti dei secoli avevano perso la loro primigenia brillantezza e così l’oculo sulla volta, che negli ultimi tempi accusava guasti.

Le riparazioni così come le ripuliture e le detersioni hanno restituito ai nostri occhi la bellezza splendente che il Bernini aveva progettato, proprio riconsegnando alla Trafittura misterica il ruolo di squarciare nella sua epocale spettacolarità- da intendersi sia esteticamente sia dal punto di vista compositivo, dal momento che l’autore provvide a collocare la visione come in un palcoscenico, confinando ai lati della cappella due gruppi di spettatori divisi in palchetti privati dai quali si assiste alla scena del miracolo- le tenebre della costruzione con il suo folgorante scintillio, come lo stesso strale del messo divino che dilania lo spirito umano, fuoco scoppiettante dolce eppure amaro, mezzo assieme di piacere e dolore.

L’orgasmo mistico che travolge santa Teresa arriva quindi al fruitore nel suo aspetto ossimorico, aspro e mieloso, solido e molle, e propaga quell’inappagata voglia divina che tutto trascende: basta uno sguardo e il cuore è trapassato dalla veduta così reale del Verbo divino che penetra in ogni uomo.
E che ne cosa ne rimane se non la testimonianza dell’assoluto potere dell’Arte di vincere ogni fallace gioia terrena nel gioco dell’appagamento totale dei sensi e dell’anima?

La Scala Santa torna ai colori di un tempo

di Francesco Rotatori

cappellaParlare dell’età di Sisto V, nato Felice Peretti Montalto ed eletto al soglio pontificio il 24 aprile 1585, equivale a discutere della ristrutturazione urbanistica della città di Roma, a ricordare la costruzione dell’acquedotto dell’Acqua Felice, a sottolineare un particolare periodo della storia mondiale fervido di paradossi e ossimori noto come Controriforma.

Ma mecenatismo papale significa anche commissioni di opere d’arte e in particolare possiamo definire l’avvento al potere di Felice come l’inizio di un febbricitante eppure minuto arco temporale (dal 1585 al 1590) in cui l’intera capitale fu disseminata di differenti cantieri pittorici, dal Vaticano- la Biblioteca Sistina e il voltaggio della cupola di San Pietro- alla Basilica di Santa Maria Maggiore- la Cappella del Presepe-.

Uno dei maggiori interventi pontifici si ebbe nella demolizione e ricostruzione del patriarchio lateranense e nella conseguente ricollocazione della Scala Santa- che la leggenda vuole essere la stessa scalinata del palazzo di Pilato percorsa da Cristo-, la cui struttura, dotata di due cappelle in sommità e di un gruppo di scale laterali per favorire la discesa, fu decorata nell’arco di pochissimi mesi, tra il 1587 e il 1588.

Purtroppo il tempo, la noncuranza e la secondaria importanza delle pitture hanno fatto assumere a questi luoghi un aspetto tetro e scialbo. Tuttavia i restauri condotti a partire dal 2013 hanno permesso di riscoprire i colori tenui e le varie mani pittoriche che si sono affiancate nella realizzazione di questi affreschi.

In fondo aveva ragione Maurizio Calvesi quando, a introduzione de I pittori di Sisto V di A. Zuccari, assimilavlascalasanta10a quegli esecutori ai <<gatti del proverbio, che di notte sono tutti bigi>>, in quanto a lungo i fumi dei ceri e delle funzioni hanno negato la possibilità di associare con sicurezza un nome a ciascun frammento dipinto. Certo studi ne sono stati condotti, ma la ripulitura ora ci concede di poter distinguere addirittura i segni del pennello e di poter assegnare con una maggiore convinzione una porzione a uno di questi artisti. Abbiamo perciò riscoperto le tinte di alcuni paesaggi al limite del fiabesco di Paul Bril, il volto del pontefice ritratto come effige di San Silvestro tra le rappresentazioni allegoriche della Religione e della Chiesa, il loculo in prospettiva ardita sulla sommità della cappella di San Silvestro.

Ora attendiamo notizie sorprendenti dalla pulizia che comprenderà i muri affrescati delle scalinate con scene a losanga, con forma e funzione di indicatore di scorrimento, quindi in ascesa nella centrale e in discesa in quelle laterali. Magari potremmo trasformare le ipotesi di attribuzione finora proposte in teorie più avanzate e supportate da una visione più nitida.

Questi piccoli brani, che non sono stati eseguiti che da personaggi minori sotto la guida dei due “capi”, Cesare Nebbia da Orvieto e Giovanni Guerra da Modena, rappresentano in fin dei conti una frazione della nostra storia, quella più segreta e aneddotica.

Omaggio a Matta: da sabato 28 novembre a Tarquinia una mostra con le opere dell’artista cileno

Riceviamo e pubblichiamo

f6614-0-hMatta è un artista universalmente famoso come pittore ma sconosciuto come scultore. Forse la fama di pittore ha fatto ombra alla sua impegnativa attività di scultore?

Per riparare a questa ingiustizia culturale, un omaggio a Roberto Sebastian Matta, scultore, è reso nel luogo stesso della creazione dell’essenziale della sua opera scultorea: Tarquinia, dal 28 novembre al 13 dicembre 2015, presso l’Auditorium di “San Pancrazio”.

Con il patrocinio del Comune di Tarquinia e grazie a un’azione di mecenatismo, più di duecento opere di Matta sono state riunite per presentarle al pubblico.Questa esposizione, che è un evento di portata internazionale presenta delle sculture in terracotta, bronzi e ceramiche realizzate nel corso del periodo “etruscoludens”, il più fecondo dell’artista, dal 1982 al 1988.

Mai un così importante insieme di opere, sia per qualità che per quantità, è stato divulgato ad oggi. Ciò che è eccezionale è che, per la prima volta, più di ottanta terrecotte originali del Maestro Matta sono esposte. Più di cento bronzi, degli anni ottanta, costituiscono una delle maggiori esposizioni personali di Matta dedicate alla scultura.Il punto di partenza di questa esposizione, che è destinata a viaggiare nel mondo, è il luogo di nascita delle opere, ovvero Tarquinia.

Matta è nato l’11.11.1911 a Santiago del Chile ed è morto a Tarquinia il 22.11.2002, quindi una doppia commemorazione che celebra “l’omaggio” a Roberto Sebastian Matta scultore, a Tarquinia questo 28 novembre 2015 alle ore 18.00 al quale siete invitati.

Tesori da riscoprire e rivalutare: la Galleria Spada a Roma

di Francesco Rotatori

Galleria_Spada_RomaCapita sempre più che ciò che è famoso o noto eclissi gli angoli nascosti delle nostre città, facendoci dimenticare di quella grande eredità di storia che portiamo sulle spalle.

E perciò nessuno volge la propria passeggiata al di là di Campo de’Fiori, quando invece basterebbero pochi passi per oltrepassare l’Ambasciata di Francia in Palazzo Farnese e raggiungere una piazzetta seminascosta, piazza Capo di ferro, su cui affaccia Palazzo Spada.

All’interno della struttura è ospitata, al di fuori della sede del Consiglio di Stato, la Galleria Spada, la collezione di opere del XVI e XVII secolo che fu lentamente raccolta dal cardinale Bernardino Spada (1594-1661) sin da quando, nel 1632, acquistò il complesso.

La straordinarietà di queste quattro sale al primo piano è che esse tenterebbero di presentare le opere in una sequela quale avrebbe potuto aversi nei secoli precedenti all’avvento della museologia moderna- con quei manufatti che ovviamente sono rimasti, e perciò escludendo quelli acquisiti in altre collezioni e quelli perduti e che invece nella redazione dell’inventario del 1717 figuravano tra i beni ereditati dalla famiglia del magnate-: le pitture si propongono sui muri in coppie e a seconda delle relative dimensioni giocano a occupare lo spazio dalla fascia decorata dello zoccolo sino ai soffitti variamente realizzati. La grande cura, voluta dall’azione di Federico Zeri, lo storico dell’arte già direttore del polo che si applicò affinché fosse riaperto nel 1951, espone artisti che potremmo definire minori secondo l’ottica vigente della fama contemporanea, e tuttavia all’epoca le richieste fioccavano solamente per coloro che erano additati come i più bravi, e non è raro trovare qui nature morte, scene di battaglia e paesaggi con idilli boscherecci provenienti dalle terre fiamminghe, secondo la moda vigente all’epoca.

fintaprospettivapalazzospada2Nella Sala III, la centrale, detta anche “Galleria del Cardinale”, figurano quattro grandi tele che cingono la stanza accanto alle sculture antiche e seicentesche (come Il Sonno di Algardi), ai tavolini e agli arredi, tra cui i mappamondi, e che dovettero fare la fortuna del vano: un Caino e Abele di Giovanni Lanfranco è nella parete di fronte alla Morte di Didone del Guercino, mentre Il Banchetto di Cleopatra del Trevisani è davanti alla copia di Campana, ritoccata dallo stesso Guido Reni che era l’autore dell’originale, del Ratto di Elena oggi al Louvre. Quattro maestri del Barocco sono qua in una luce del tutto sconosciuta, sotto le decorazioni sul soffitto realizzate da Michelangiolo Ricciolini.

Purtroppo la dimenticanza dei fruitori impedisce al museo di raggiungere il pieno potenziale, e nemmeno l’attrattiva della finta prospettiva del Borromini -nel cortile del palazzo, talmente famosa eppure paradossalmente poco vista- pare far spiccare il volo alle entrate.
Un peccato davvero, perché si rischia di sotterrare sotto coltri di polvere e nel pozzo dell’oblio un gioiello che al momento non può rilucere e nemmeno avere la propria chance di rivalutazione nella panoramica degli enti museali contemporanei.