Alma Tadema ed i pittori dell’800 inglese

di Romina Ramaccini

Eleganza, bellezza, sfarzo e molto altro ancora quello che caratterizza l’esposizione, visibile ancora per pochi giorni, al Chiostro del Bramante.

Alma Tadema ed i pittori dell’800 inglese, è una mostra che presenta al pubblico un’ esauriente panoramica di quello che fu il pensiero inglese nel corso dell’Ottocento, tra rinnovamento, sviluppo economico ed, in contrasto, la corrente malinconica di artisti e letterati che invece di adeguarsi al nuovo che avanza, vanno a rifugiarsi in un passato oramai trascorso, rivivendo epoche passate dalle quali estraeva l’essenza della bellezza e dando vita ad una sorta di Nuovo Rinascimento.

Gli artisti dell’ Aesthetic Movement, molti dei quali fondatori della Confraternita Preraffaellita nata nel 1848 ed ora sciolta, sono tutti accomunati da simili tendenze, ma ognuno trae dalle proprie fonti uno stile personale: Leighton che nelle proprie tele racchiude mitologia ed introspezione; Moore che prevalentemente elabora un’arte decorativa, ispirata all’estetica antica e basata sulla bellezza formale e sul ritmo musicale della composizione; Rossetti, membro fondatore della Confraternita preraffaellita, nata per contrapporsi alla staticità dell’arte ufficiale, ben presto dedica i propri anni a rappresentare la bellezza femminile; Alma-Tadema,   artista originario dei Paesi Bassi che nelle proprie tele porterà testimonianza dei suoi molti viaggi ( tra cui in Italia di cui rimase particolarmente colpito) , riproducendo antichità classiche e facendo rivivere nelle proprie tele i grandi miti.

Questi sono solo alcuni degli artisti visibili durante il percorso della mostra, che si snoda su due piani ed è accompagnata da un allestimento impeccabile. Lungo tutto il percorso infatti, per sottolineare il connubio arte-poesia-letteratura dell’epoca vittoriana e lo stretto legame che gli artisti stabiliscono anche con la natura che li circonda, sulle pareti sono riportate frasi e poesie che alludono alle opere esposte, spiegandone allo spettatore il senso. In questo modo si viene trasportati all’interno dell’opera stessa, dove protagoniste sono le donne, figure allegoriche, muse, femme fatale, assorte nei loro pensieri che si mostrano in tutta la loro naturalezza e sensualità. Scene di vita quotidiana svolte in luoghi sfarzosi, tra fiori e tesori dell’antichità, alla ricerca di piaceri della vita , considerati come la sola fonte di svago e di gioia.

Le tele divengono come enciclopedie dove si concretizzano i drammi shakespeariani, i romanzi di Dickens ed i grandi miti classici, oltre che a presentare al pubblico un’innumerevole quantità di fiori e piante, ciascuno dei quali allude a sentimenti ed emozioni.  È la bellezza dell’arte che guarda sé stessa, che come fine ha quello del piacere, inteso come realizzazione di sé stessi, senza alcun fine morale ed etico. Filo conduttore di ogni sala  sono gli  stati d’animo ed sentimenti affini.

Cinquanta sono le opere esposte e riunite grazie al mecenate messicano Juan Antonio Pérez Simόn che, rivalutando l’Ottocento inglese, ha permesso di conoscere più a fondo questi artisti prima sottovalutati e le tendenze degli appassionati del tempo che appoggiavano questi artisti offrendo loro l’opportunità di viaggiare e conoscere le bellezze del mondo, per meglio trasportarle nei propri lavori.

È un mondo immaginario quello che rivive nelle sale del Chiostro del Bramante. Al termine di questo lungo viaggio l’apoteosi del bello: Le Rose di Eliogabalo, dipinto da Alma-Tadema nel 1888, è una tela di grandi dimensioni che rappresenta la morte degli ospiti dell’imperatore romano Eliogabalo, soffocati da una pioggia di petali di rose. L’imperatore infatti, era solito coprire i propri ospiti con petali di rosa che cadevano dal soffitto nel corso delle feste.

Qui, nonostante la drammaticità dell’evento, nulla sembra alludere all’infelice evento. Tutto è immerso in una magnifica eleganza, composta da virtuosi panneggi, marmi e gioielli sfarzosi. La sala dei banchetti è ispirata ad  una descrizione di Gibbon, il Bacco sullo sfondo è quello dei Musei Vaticani. E mentre l’imperatore e sua madre si godono i festeggiamenti, gli invitati volgono lo sguardo allo spettatore che non può far altro che rimanere incantato dinnanzi a tale opera che, con l’aiuto del profumo di rosa che inebria la sala, rivive lo stesso sfarzo che l’artista ha voluto mostrarci.

Io ritrovo nelle opere di questi  pittori inglesi qualcuno dei temi che toccano le mie emozioni più profonde ed i miei interessi fondamentali: la donna, l’erotismo, la bellezza, la famiglia e l’amore … Spero che il pubblico parteciperà allo stesso piacere che io provo davanti alla sensibilità indiscutibile di questi pittori inglesi” (Peréz Simόn) .

La mostra, reduce dal successo parigino e curata da Véronique Gerard-Powell, sarà visibile fino a giovedì 5 giugno al Chiostro del Bramante , per volare poi a Madrid.

Frida Kahlo: in mostra alle Scuderie del Quirinale le opere della pittrice messicana

di Romina Ramaccini

Frida Kahlo - Autoritratto con vestito di vellutoQuella inaugurata giovedì 20 marzo alle Scuderie del Quirinale, a Roma, è una di quelle mostre che  non si possono assolutamente perdere. Sono più di 160 le opere esposte tra disegni, fotografie, litografie e dipinti ad olio (di cui quaranta solo ritratti ed autoritratti), tutte volte a presentare al pubblico la complessa figura dell’artista messicana la cui vita, purtroppo, s’è conclusa troppo  presto.

La sua attività artistica, infatti, si concentra in poco meno di un trentennio, ma nonostante ciò Frida è riuscita a far propri ed a riportare sulla tela il suo tempo, le singole emozioni dell’individuo e soprattutto le sue sofferenze: in realtà la pittura, per lei, è stata un’ancora di salvezza, i suoi quadri sono come pagine di un diario da sfogliare e leggere attentamente, questo perché ha creato un’inseparabile legame ed uno stretto connubio arte-vita .

Il suo percorso artistico permette allo spettatore di entrare in contatto con i principali movimenti internazionali del tempo: dal Modernismo al Surrealismo, dalla Nuova Oggettività al cosiddetto Realismo magico, il tutto supportato anche dalla presenza di opere di De Chirico, Siqueiros, Rivera, Abraham ed altri artisti a lei contemporanei.

Frida Kahlo nasce il 6 luglio del 1907 a Coyoacan (Città del Messico), nonostante lei affermasse essere nata nel 1910, anno in cui ebbe inizio la Rivoluzione messicana. Il nome originario era Frieda, ma come possibile lo cambiò perché evocava fin troppo  le radici tedesche. Fin dalla nascita la sua salute risultò complessa perché affetta da spina bifida, ma fu all’età di 17  anni che la sua vita venne definitamente compromessa, a causa di un incidente che le farà subire ben 32 interventi chirurgici, 3 aborti e costanti dolori. L’evento la portò per molti mesi al letto, cambiandone definitivamente i progetti precedenti che la vedevano studentessa in medicina. È in questo periodo che, immobilizzata al letto, dedica molte ore alla lettura, in particolar modo quella relativa al movimento comunista, ed inizia a dipingere, soprattutto se stessa e per farlo al meglio, si farà mettere uno specchio nel soffitto.

“Dipingo me stessa perché trascorro molto tempo da sola e perché sono il soggetto che conosco meglio”, queste le sue parole, parole che esprimono pienamente il  dolore e la solitudine, costanti compagni di viaggio nella vita di Frida.

Le sofferenze però, non riguardano solamente la salute: oltre a sopportare il peso delle conseguenze dell’incidente, dovrà confrontarsi anche con quelle derivate dal suo matrimonio con il muralista messicano Diego Rivera, che ha vent’anni più di lei e che sposerà nel 1929. “Nella mia vita ho avuto due grandi disgrazie. La prima fu il mio incidente, la seconda, l’incontro con Diego. La seconda fu ben più grave della prima ”.

Frida Kahlo - Autoritratto come Tehuana, o Diego nei miei pensieriLa mostra si apre proprio con le opere a confronto dei due coniugi: quella di Diego, Paesaggio con cactus del 1931,affronta con umorismo il ruolo dell’uomo tra i suoi simili, mente quella di Frida, Autoritratto come Tehuana (o Diego nei miei pensieri) del 1943, affronta il tema della trascendenza e dell’amore: il marito è raffigurato come un terzo occhio, riferendosi ai molti pensieri che l’artista rivolge al proprio compagno.

L’opera mostra già una certa maturità se confrontata con il suo primo Autoritratto con abito di velluto del 1926 (che si può ammirare nella sala successiva e che richiama il linearismo botticelliano): nonostante autodidatta, Frida ha una mano ferma, un’attenzione quasi maniacale del particolare, probabilmente derivata dalla sua esperienza giovanile, quando aiutava il padre fotografo nel ritocco, attività che le ha conferito quel tipico tocco di pennello che caratterizza la sua opera. Nel 1943 Frida aveva già una ben radicata esperienza, grazie ai molti contatti Frida Kahlo - Autoritratto al confinecon artisti contemporanei e ai viaggi effettuati. Con Diego si era appena risposata dopo che, nel 1935, vi si era separata a seguito della relazione del marito con la sorella minore di Frida, Caterina. Con lui si recò anche a New York, città da cui rimase molto affascinata e che dipinse nel suo Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti nel 1932, dopo che tornò nella propria città a seguito della sospensione a Rivera dell’opera che stava eseguendo. Successivamente vi tornò per una propria mostra grazie ad André Breton conosciuto nel 1938 in Messico, teorico del surrealismo, che, colpito dalle opere di Frida ammirate nella sua casa, ne scrive anche l’introduzione nel catalogo dell’esposizione.

Proseguendo, una serie di paesaggi giovanili presentano il mondo circostante dell’artista, la piccola realtà attorno a lei. Sono eseguiti en plein air, secondo la nuova tendenza che si stava diffondendo a scapito del rigido accademismo e richiamano lo stile del pittore naif precocemente scomparso Abraham Angel.

Foto e video accompagnano il tutto ma sono i ritratti quelli che prevalgono: prima di accedere al piano superiore dove si avrà la massima espressione dell’artista, Autoritratto con collana di spine e colibrì, opera del 1940 e manifesto di questa mostra, rappresenta un vero e proprio capolavoro, con cromie accese, richiami esoterici, cura maniacale del dettaglio e fortemente evocativa. La corona di spine riconduce espressamente al suo dolore, ma lo sguardo dell’artista non sembra perdersi nella sofferenza, ma si presenta ben saldo e proiettato verso il futuro,  un futuro che ancora, purtroppo, non gli riserva episodi positivi. Al secondo piano alcune delle opere migliori che conducono all’interiorità dell’artista, ora in modo diretto.

Frida Kahlo - Busto in gessoImmergersi nel mondo di Frida vuol dire venir catturati da un vortice di emozioni in contrasto tra loro, dove odio ed amore, dolore e felicità si mischiano. Arma per esprimere il tutto sono gli innumerevoli simboli e richiami alle diverse culture, i suoi linguaggi criptati e le molte allusioni, come nel corsetto ortopedico esposto che lei dovette utilizzare negli anni Cinquanta, quando l’aggravarsi delle sue condizioni le impediva di muoversi. Qui son rappresentati il sole e la luna, simboli associati alla protezione del feto; Frida in realtà dipinge molto spesso questi due astri nelle sue opere, per trasporre in immagini anche la sua storia con Diego: così raffigura la conciliazione, all’interno di un’unità cosmica e  la loro unione,  concetto che è alla base della cultura dualistica messicana (L’abbraccio e l’amore dell’universo, la terra, io, Diego ed il signor Xòloti). Nello stesso corsetto, una falce e un feto, quel feto che non vedrà mai la luce. Sempre dei propri aborti “parla” nello studio preparatorio del Frida Kahlo - Bozzetto per l'Hery Ford Hospitaldipinto Henry Ford Hospital e nelle litografie Frida e l’aborto, eseguite con l’aiuto dell’amica Lucienne Bloch. Di notevole impatto anche la serie di disegni Le Emozioni, eseguiti su consiglio dell’amica studentessa in psicologia Olga Campos che le suggerì di esorcizzare i suoi pensieri suicidi rappresentandone le emozioni. È davvero un’impresa tentare di sintetizzare il lavoro dell’artista messicana perché ogni opera meriterebbe un capitolo a parte. La cosa certa è che la semplice  osservazione non basta, tutti i suoi lavori necessitano di una profonda conoscenza per riuscirne a captare ogni singolo messaggio. Chi ha provato già quando era in vita ad immortalare Frida ed il suo essere sono stati Leo Mati e Nikolas Muray (suo amante per lungo tempo). Una serie di foto mostrano l’artista in varie situazioni cercando di catturarne l’anima. È meraviglioso osservare i molti travestimenti e come lei orgogliosa si mostrava davanti alla macchina fotografica. La mostra termina con gli ultimi lavori: la pittrice sente enormemente il peso della malattia ed utilizza la frutta per raffigurare implicitamente sé stessa.  Negli anni Trenta la utilizzava come simbolo soprattutto dei desideri sessuali, ora, invece, ne traspare un’enorme malinconia, come in Sguardi del 1951 dove le forme della noce di cocco si trasfigurano nei tratti di un volto addolorato.

Autoritratto con colomba e lemniscata del 1954, fu probabilmente il suo ultimo dipinto. La colomba, che leggendo tra le righe del suo diario alludeva ad una poesia di Rafael Alberti, al tramonto del sole e della luna si posa sul capo dell’artista a simboleggiare l’anima smarrita. Frida si ritrae ammutolita, con i tratti non più ben delineati e con gli occhi tristi.

Frida Kahlo - L’amoroso abbraccioÈ il 13 luglio 1954 quando Frida chiude gli occhi. Oggi le sue ceneri son conservate nella Casa blu donata nel 1955 da Rivera allo Stato messicano. Il marito morirà 3 anni dopo e, contrariamente alla sua richiesta, verrà sepolto distante dalla sua amata.

Frida non fu solo la moglie di Rivera, ma una grande donna la cui vita, fatta di grande sofferenze e scandali (come le sue molte relazioni omosessuali o l’abuso di alcool e droghe) ha voluto rendere pubblica attraverso le opere ed il diario che ci ha lasciato. Ancora oggi c’è molto da scoprire e questa mostra ci aiuta a capire quanto Frida fosse in anticipo rispetto a molti artisti che solo successivamente riusciranno ad inglobare nei propri lavori le singole emozioni dell’uomo.

Le opere esposte provengono da tutto il mondo e sono davvero un’occasione unica per ammirare l’intera e completa carriera artistica di Frida. La mostra sarà visibile fino al 31 agosto, lunedì compreso e viste le molte prenotazioni già effettuate (35.000 erano quelle prima dell’inaugurazione), non sarà difficile il prevederne l’enorme e meritato successo.

Frida Kahlo, a cura di Helga Prignitz-Poda, dal 20 marzo al 31 agosto, Scuderie del Quirinale, Roma. Info: www.scuderiequirinale.it. Dal 20 settembre aI 15 febbraio 2015 Frida Kahlo e Diego Rivera al Palazzo Ducale di Genova.

In mostra al Vittoriano i capolavori del Musée d’Orsay

di Romina Ramaccini

complesso-del-vittoriano-roma-p11550pzQuella inaugurata il 22 febbraio al Complesso del Vittoriano è una delle migliori mostre organizzate negli ultimi anni all’interno della stessa struttura: Musée d’Orsay. Capolavori. Non poteva essere altrimenti: curata dal presidente del Musée d’Orsay Guy Cogeval e dal giovanissimo direttore delle collezioni e conservatore del dipartimento di pittura del Musée d’Orsay Xavier Rey, l’esposizione presenta per la prima volta a Roma 63 opere che sintetizzano il fervore artistico francese tra il 1848 ed il 1914.

Nella presentazione della mostra è stata più volte sintetizzata l’importanza della collaborazione tra il Musée d’Orsay ed i Musei italiani che, negli ultimi anni, hanno potuto vantare una rilevante presenza delle opere francesi: basti pensare alla mostra su Monet, Matisse, Renoir e Rodin, quest’ultima attualmente in corso presso le Terme di Diocleziano a Roma.

Oltre a questo, non sono mancate parole di elogio per il lavoro che costantemente il Musée d’Orsay svolge, aiutato dalle istituzioni, per promuovere l’arte e farla conoscere a livello mondiale, grazie anche al recente restauro della struttura museale che ha permesso l’esposizione di opere prima altrimenti costrette in magazzino. Insomma, una propaganda del proprio lavoro che sottolinea come nel paese francese sia forte la convinzione che “la cultura produce ricchezza e ci rende migliori”. Numeri alla mano: nel 2013 i visitatori al Musée d’Orsay hanno superato i 4 milioni, mentre i nostri Uffizi ne hanno avuti appena un milione e mezzo, non certo per la scarsa qualità delle opere che conserva!

1011278_10203291010065857_1146571961_nLa mostra, articolata in cinque sezioni, è preceduta da una presentazione che illustra le fasi salienti di quello che è il Musée d’Orsay oggi: dall’incendio avvenuto durante i tumulti del 1871, che hanno distrutto il palazzo ottocentesco che ospitava la Corte dei Conti, al suo trasformarsi in stazione ferroviaria per l’Esposizione Universale del 1900 per poi  giungere al 1977, quando il Presidente Giscard d’Estaing decide di farne un museo.

Particolare attenzione, attraverso fotografie e progetti, è rivolta al lavoro di allestimento e museografia realizzato dall’architetto italiano Gae Aulenti nel 1986.

Gustave Courbet - Nude Woman with DogLa prima sezione, Accademia e nuova pittura, mette a confronto L’arte dei Salon ancora molto apprezzata con quella realista che va affermandosi nella seconda metà dell’Ottocento ad opera del pittore Courbet . Spicca “Gioventù e amore” di Bouguereau, dove il classicismo contrasta nettamente con il realismo di “Donna nuda con cane” di Courbet. L’evolversi della pittura ed il distaccarsi dall’accademismo predominante del tempo, conducono l’artista allo studio della realtà, svolto non più all’interno di accademie, bensì immersi nella natura stessa. Con la Scuola di Barbizon, ha inizio lo studio impressionista della luce: il paesaggio diviene soggetto (non più solo mero sfondo)  raggiungendo  lo “stato nobile”.

MilletTele di Millet e Corot conducono alla seconda sezione: Il paesaggio e la vita rurale: dal classicismo all’impressionismo. Ogni artista, attraverso il proprio lavoro, rappresenta la realtà circostante della quale, nonostante la rivoluzione in atto ed il sopraggiungere della modernità, si sottolineano la purezza dei paesaggi, le sue luci ed i suoi colori, elogiando la vita rurale. Un lungo corridoio dove possono ammirarsi i primi studi di Cézanne, Monet, Pissarro, Sisley, Seurat, le relative influenze e le basi di ciò che da lì a poco porterà ogni artista a dipingere il proprio tempo.

20235-Edgar_Degas_Danseuses_montant_un_escalier_Ballerine_che_salgono_una_scalaAl piano superiore infatti, Rappresentare la propria epoca: la vita contemporanea, scene di tutti i giorni raccontano il cambiamento. Non possono non citarsi le famose ballerine di Degas: in mostra è “Ballerine che salgono una scala” ed ancora, dello stesso artista, L’orchestra dell’Opéra. De Nittis, Monet, Manet con Festa del 30 giungo 1878, Tissot, Pissarro e Renoir con Ragazze al pianoforte, un’opera dalla bellezza straordinaria eseguita nel 1892 ed acquistata nel 1959 dallo Stato, con l’aiuto della Società degli amici del Louvre.

La quarta sezione, Stati d’animo. La pittura simbolista, con le tele di Vuillard, Denis, Redon, pone l’accento sull’evolversi dell’arte allo scadere dell’Ottocento quando un gruppo di artisti, inventando un nuovo registro delle forme, introduce nei propri lavori le proprie emozioni, non unificandosi in un unico stile, ma dipingendo più soggetti ed in modo diverso gli uni dagli altri. Alla lezione impressionista della luce subentrano campiture di colore monocrome accostate tra di loro.

SeuratLa mostra si conclude nella quinta sezione dedicata alle Avanguardie del XX secolo. Qui non possono mancare Vincent van Gogh, Paul Gauguin, ancora Claude Monet, Seurat, Bonnard e molti altri, tutti debitori dall’impressionismo che hanno rivolto però lo sguardo verso nuovi orizzonti. Si moltiplicano le sperimentazioni, la prospettiva va scomparendo e le tele divengono sempre più grandi (Nabis) .

Al termine dell’esposizione, nessuna confusione: l’intero percorso è lineare, ripercorre sinteticamente e chiaramente le singole fasi evolutive dell’arte del periodo preso in esame, accompagnando il visitatore con brevi didascalie che ben sintetizzano la sezione che si va ad ammirare. Insomma, nessuna voglia di strafare con il rischio di cadere nel caos, ma la semplice volontà di presentare anche ai meno conoscitori una fase dell’arte francese  di grande importanza e farla comprendere nel migliore dei modi.

La mostra potrà essere visitata fino all’8 giugno 2014, tutti i giorni, presso il Complesso del Vittoriano.  Una grande occasione per chi, ancora, non ha mai potuto ammirare tali bellezze al Musée d’Orsay, ma anche per coloro che hanno avuto la fortuna di farlo.

“Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti”: la collezione Netter a Roma

di Romina Ramaccini

Blouse-1918Tre tavolini, alcune sedie, un bicchiere, una tavolozza posati su uno dei tavoli ed una musica in sottofondo: il tutto, immerso in una  luce soffusa che timidamente mostra l’insegna del “Cafè du Dome”. Siamo a Parigi e più precisamente nel quartiere di Montparnasse, luogo di incontro per gli artisti ed intellettuali che erano soliti riunirsi nei primi del ‘900. Prima di accedere alla sala successiva e scoprirne i tesori, un ritratto sulla parete di fondo: è Jonas Netter visto da Moise Kisting che decide di immortalare colui che ha creduto ed investito su artisti ripudiati dalla società.

Netter, di nazionalità ebrea, non era il classico mercante d’arte, dedito alla bella vita e ad incontri mondani. Piuttosto timido ed introverso, prese a buon cuore questi “artisti” con cui, grazie alla conoscenza del poeta polacco Zbrowski, entrò in contatto. Suo principale obiettivo era sostenere in tutto questi pittori, pagando loro anche vitto e alloggio e farli conoscere non solo ad un pubblico europeo, bensì anche a quello internazionale e creare una fruizione più ampia e non esclusiva degli abbienti.

the-treesLa mostra “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti” – inaugurata il 14 novembre a Palazzo Cipolla (via del Corso, Roma) e visibile fino al 6 aprile 2014 – presenta al pubblico 120 opere di pittori che agli albori del Novecento hanno segnato profondamente l’arte contemporanea, discostandosi dalle armonie impressioniste per rappresentare sé stessi, le loro emozioni ed il mondo circostante. Giudicati negativamente dalla critica del tempo, erano soliti riunirsi in bar e luoghi poco eleganti per disquisire e confrontarsi tra loro, eccedendo nel vizio dell’alcool o delle droghe: da qui il loro essere maledetti.  Una frase rende pienamente il disprezzo verso di loro. Chagall rivolgendosi alla persona di Soutine affermò infatti: “Fa veramente schifo!

downloadIl percorso della mostra si articola in sei sezioni ed è volto ad un continuo confronto delle varie personalità. Ognuno, a proprio modo, porta all’esasperazione la corrente espressionista, attraverso pennellate dure, contorni netti e campi di colore dove è del tutto assente lo sfumato. È una pittura aggressiva, diretta, che parla del disagio del singolo artista e del suo percorso, caratterizzato da sofferenza e delusioni. Palesi le influenze subite dai loro predecessori ed in particolare di Gauguin, Cezanne, dell’espressionismo nordico e dei Fauves.

Sono presenti artisti più o meno noti, ma ognuno di loro, degno di particolare attenzione; i temi affrontati sono diversi e vanno dalle bagnanti, al nudo, ai paesaggi. Numerose le opere di Derain, Soutine, Utrillo e Modigliani, solo per citarne alcuni. Presenti anche quelle di Vlaminck, Kisling e di Susan Valadon, madre di Utrillo ed amante di molti artisti, tra cui Degas e Renoir.

images (1)Di Utrillo dominano paesaggi e vedute che richiamano l’impressionismo, con colori e pennellate delicate, contrariamente a quanto accade nelle tele di Soutine, che sembrano denunciare la sua situazione da emarginato. Di origine ebrea, ebbe non pochi problemi, riuscendo a sfuggire anche dalle persecuzioni naziste. Le sue opere sono deformate, hanno pennellate violente e colori contrastanti.

Modigliani, forse l’artista più conosciuto, è presente con molti dei suoi ritratti “senza occhi”, in un contorno dove tutto sembra fermo. Morto poco più che trentenne, lasciò l’Italia, la sua amata terra, per recarsi dove era convinto potesse lavorare con l’arte.

images (2)Tutti gli artisti operarono in un clima di libertà espressiva e per questo motivo ognuno ha sviluppato una elevata diversità di stile, evidenziata dalle pareti scure di fondo e dalle luci che, posizionate idoneamente, rendono vive le opere trasmettendone le vibrazioni e risaltandone  la materia. Durante il percorso espositivo, pannelli sintetizzano la vita dei pittori qui esposti e gli eventi salienti del primo Novecento. Presenti anche alcune foto che ritraggono Zborowski, Netter, Soutin, Modigliani e la sua amata: Jeanne Hébuterne, di cui può ammirarsi un ritratto eseguito dall’amato.

Interessante è anche un breve filmato dove Corrado Augias narra della vita di questi artisti, i loro modi di rapportarsi al mondo circostante ed il loro essere. È davvero un’esposizione che non ci si può far sfuggire: reduce dal successo Milanese del 2010, ha già dato grandi numeri e fino ad aprile, certamente, potrà vantare un primato di presenze non irrilevante. Curata da Marc Restellini, e grazie ai numerosi sponsor che hanno creduto in questo evento, possiamo oggi ammirare opere che altrimenti, tutte assieme, non avremmo mai avuto la possibilità di vedere.

La mostra è interessante non solo per gli adulti: infatti, laboratori didattici, permettono di rendere fruibile anche ai più piccoli l’intero percorso, facendogli vivere un periodo storico fondamentale ed immergendoli in quell’ambiente dove i nostri “artisti” riuscirono a dar vita all’arte contemporanea.

Tutte le informazioni a riguardo nel sito http://www.mostramodigliani.it/

Cézanne e gli artisti italiani del ‘900: al Vittoriano piacevoli scoperte sull’arte italiana

di Romina Ramaccini

1 - Paul Cézanne_HermitageDopo il successo delle precedenti esposizioni, ha aperto al pubblico il 5 ottobre, al Complesso del Vittoriano, la mostra “Cézanne e gli artisti italiani del ‘900”. Obiettivo dell’esposizione è far conoscere al pubblico gli artisti italiani che, sull’esempio dello studio cezanniano, hanno dominato la scena artistica nella prima metà del ‘900 in Italia, segnando così una rottura con il passato ed una loro affermazione nella nostra penisola.

Cento sono le opere esposte, molte quelle di Cézanne che, nonostante non si fosse mai recato nella nostra terra, provava grande ammirazione per questa e per i “suoi” artisti del passato che tanto gli avevano insegnato. Il percorso espositivo segue un indirizzo tematico, volto ad una più facile comprensione delle influenze che gli artisti subirono in quegli anni ed ad un confronto tra le tecniche utilizzate.

La mostra inizia con la documentazione che attesta la presenza delle opere dell’artista francese in Italia. Quotidiani e riviste mensili, oltre a singole pubblicazioni, parlano di lui come il padre della modernità, colui che allontanandosi dalla corrente impressionista, ricerca l’ordine nel caos inserendo i suoi soggetti in strutture geometriche. È il critico e pittore fiorentino Ardengo Soffici a scoprirlo nel 1904, dopo aver visitato a Parigi il Salon d’Automne. “A Cézanne si deve la capacità di rendere tangibile la realtà, invece di limitarsi alla mera riproduzione di essa”, queste le parole del critico fiorentino che ben presto porterà in Italia i suoi lavori: nel 1910, infatti, avrà luogo la “Prima mostra di impressionismo francese”.

4 - CEZANNE_Bagnanti LionePrima di accedere alle opere pittoriche, pannelli descrittivi presentano gli artisti in mostra, molti dei quali quasi sconosciuti. Dopo aver appreso la divulgazione letteraria di tale innovazione, la mostra prosegue con una serie di opere relative al tema del paesaggio: si susseguono quadri di Morandi, Soffici e Cezanné. Il primo, infatuato dalla lezione dell’artista francese, eseguirà vere e proprie opere a lui celebrative, riproducendone quadri ed adottandone la tavolozza. Il cambiamento è immediatamente percepibile: a colori brillanti, pennellate fluide e sfumature impressioniste, si sostituisce una tavolozza dai colori scuri e macchie di colore accostate secondo la lezione dei macchiaioli, ancora viva nella Firenze del primo ‘900. La costruzione dell’immagine è basata invece sulla sintesi formale, quella che Cézanne ritiene più idonea per costruire la figura e renderne immediata la sua struttura.

11 - PIRANDELLO_Coll privataÈ nella sezione successiva che l’indirizzo cezanniano viene presentato nella sua interezza. Qui il tema è quello delle bagnanti e le opere in mostra testimoniano l’elevata influenza che in Italia è avvenuta. Sironi, Pirandello, Capogrossi e di nuovo Morandi, nessuno è immune ed è interessante scoprire come pittori da noi conosciuti “astratti”, abbiano invece avuto un passato figurativo, basato sulla lezione di Cézanne. Di quest’ultimo tre diverse versioni delle bagnati e due litografie fanno da corollario all’intera sezione. Sono opere di ridotto formato che esprimono nella loro interezza la filosofia dell’artista francese: rigore classico e sintesi formale.

Una volta giunti al piano superiore, la lista degli artisti si allarga. Carlo Carrà, conclusa l’esperienza metafisica , esegue negli anni Venti paesaggi spogli, dove rivolge particolare attenzione all’aspetto naturale delle cose . Le opere racchiudono una profonda poesia, non dovuta alla riproduzione del reale, ma a quella delle emozioni interiori. Anche Umberto Boccioni, padre del Futurismo, apprezzerà di Cézanne la forza 9 - CARRA MERIGGIO_Coll privataevocativa e rigeneratrice, la stessa che cercherà di immortalare nelle sue opere: interessante è “Ritratto del maestro Busoni”, opera del 1916 dove non si può non ricollegare il paesaggio sullo sfondo a quello del maestro francese. Di Gino Severini son presenti opere del suo intero percorso artistico: quelle degli inizi del novecento geometrizzate e volte alla sintesi e quelle del dopoguerra dove, oramai vittima delle restrizioni fasciste, torna ad una riproduzione fedele del reale.

Molti altri ancora sono i nomi presenti: Casorati, Gentilini, Cagli, Trombadori, Melli, Donghi, Francalancia, De Pisis, solo per citarne alcuni, tutti in qualche modo hanno metabolizzato la lezione cezanniana facendola propria e rielaborandola secondo le proprie esigenze. Lionello Venturi arriverà a sollecitare gli artisti astratti delDipinto, Ritratto del Maestro Busoni dopoguerra ad adottarne la tecnica ed il pensiero. In questo ambiente così influenzato dal padre del cubismo, non può mancare però un’eccezione: Giorgio De Chirico infatti si opporrà perennemente a “quest’arte facile da imitare proprio perché povera di contenuto e volta tutta sul versante di un formalismo stupido”.

L’argomento è davvero vasto e, per comprenderlo al meglio, non c’è altro modo che recarsi alla mostra ed analizzare personalmente le singole opere. L’impresa del Vittoriano è stata davvero ardua: un tema così complesso è indubbiamente complicato da presentare al pubblico, ma comunque bisogna dar merito di esser riusciti a raggruppare opere di notevole prestigio in un’unica occasione, grazie ai prestiti di prestigiosi musei di tutto il mondo, dando così la possibilità a noi di poterli ammirare e confrontare dal vivo, cosa molto difficile altrimenti da fare.

5 - MORANDI-NAT MORTA_MartErroneamente si pensa che l’Italia non abbia nulla di contemporaneo da presentare e questo perché, con l’avvento del fascismo, un ritorno all’ordine ha impedito a gran parte dei nostri artisti di evolversi verso nuove forme favorendo così l’affermazione dell’arte americana. In realtà noi abbiamo molto e qui possiamo veramente apprezzarne l’essenza.

La mostra, curata da Maria Teresa Benedetti, si potrà visitare fino al 2 febbraio 2014 quando chiuderà le porte per lasciare il posto ad una nuova esposizione, volta anche in questo caso, all’apprendimento e conoscenza dell’arte italiana del ‘900.

Arte: quel che era, quel che è e quel che sarà

di Romina Ramaccini

Da anni si dibatte dell’importanza che la cultura riveste nella nostra società e di quanto quest’ultima, spesso, se ne dimentichi. Il nostro paese vanta, fortunatamente, una storia millenaria che ci ha permesso di avere un’identità riconosciuta a livello mondiale. Per quanto questo nostro passato sia unico e di notevole importanza, accade oggi che lo stesso risulti un ostacolo per molte delle espressioni artistiche contemporanee che cercano di affermarsi in un paese che tende a rigettarne il pensiero. L’imporsi costantemente delle bellezze del passato intralcia notevolmente l’affermazione di un presente, che per avere riconoscimenti, tende ad espatriare in paesi che, invece, ne fanno la propria ricchezza.

Così, oggi, ci troviamo in una situazione di stallo: niente valorizzazione e promozione dell’arte del passato, che ci limitiamo esclusivamente ad adulare certi (erroneamente) del fatto che questa non abbia bisogno di ulteriori parole, e niente apertura e conoscenza del nuovo, che da molti continua ad essere un orrore per i propri occhi, perché assolutamente non paragonabile ai capolavori di Leonardo o Michelangelo.

Ho sempre avuto tale pensiero, affermando il grave danno che tutto ciò sta causando e spesso e mi sono trovata in disaccordo con molte persone che, non conoscendo l’arte contemporanea, ripetono come se fossero concetti inculcati pesantemente nella loro testa che l’unica arte possibile è quella “di una volta” e che tutto quello che oggi ci vogliono spacciare per arte è solamente merce da macero.

Qui occorre una precisazione: l’arte è prima di tutto espressione di un pensiero e riflessione del proprio tempo ed è una logica conseguenza che il linguaggio, nei secoli, sia cambiato drasticamente. Ci troviamo in un’epoca dove alcuni valori sono del tutto scomparsi, in cui l’artigianato è stato soppiantato dalla tecnologia e dove da piccoli non si gioca più con le biglie, bensì con I-pad e videogiochi vari. Come può quindi l’arte non poter rappresentare il nuovo mondo con mezzi diversi da quelli del 1500? Proviamo ad immaginare oggi Michelangelo, intento a raffigurare la nostra società e non quella del suo tempo, dove la Chiesa prepotentemente controllava ogni singolo cittadino, imponendone atteggiamenti ed idee, dove per le strade delle città non circolavano mezzi a motori ma carri, dove bambini malconci correvano all’impazzata giocando nei verdi prati. Ora, non dico sia meglio o peggio, ma semplicemente che è un nuovo giorno e, quindi, non possiamo ancora guardare alle glorie del passato, comportandoci secondo le regole del presente. Recentemente ho letto un’intervista ad un artista contemporaneo, nostalgico di un’epoca che egli stesso ritiene l’unica giusta.

La si può leggere su http://www.bormionews.it/2013/08/27/intervista-con-umberto-verdirosi/ e ha come protagonista Umberto Verdirosi, figura camaleontica che spazia dalla pittura, alla scultura, al teatro. Nulla da ridire sulle sue doti artistiche e sulla sua formazione, che palesemente ha radici ben radicate nella conoscenza della nostra letteratura e del nostro passato, ma leggere le sue affermazioni mi ha portata ad avanzare questo mio pensiero. “La pittura si è fermata, non c’è più il progresso. Io sono un artista italiano e non mi rispecchio nelle correnti blasfeme del ‘900 americano. Dovremmo difendere la nostra storia e invece inseguiamo la banalità.” “Mirò non è un pittore, è una tragedia. L’impersonificazione della ripetitività. Vogliamo parlare di Fontana? Il vero artista non è lui, ma quello che ha venduto il suo quadro per nove milioni di euro”.

Si percepisce, da queste parole, il grande astio nei confronti di un’arte mercificata che propone cifre da capogiro per opere la cui esecuzione non ha nulla a che vedere che quella dei grandi maestri. Certo, non può mettersi in dubbio quello che è visibile ai nostri occhi, quindi la straordinaria formazione che un tempo avevano i nostri artisti che, fin dalla giovane età, erano inseriti a bottega presso i grandi maestri per apprendere il mestiere. Ma tutto ciò non può avere paragone, come già affermato, con quello che avviene oggi.

La poetica di Juan Mirò è pura poesia: le sue figure danzano sulla tela dando vita al suo pensiero, al suo sogno, che trova realizzazione in un mondo che non esiste, ma dove lo stesso Mirò tende a rifugiarsi. La sua arte riproduce un’evasione dal mondo in cui egli realmente vive. Le sue figure traggono ispirazioni da numerose suggestioni, quali l’immagine della donna, la stella, il cielo e così via, resi con un’espressività e sensibilità sempre diverse e, soprattutto, con quel senso di libertà che caratterizza la produzione dell’artista catalano.

Lucio Fontana, allo stesso modo, ha contribuito con i suoi “Tagli” ad un nuovo concetto spaziale: il taglio di Fontana è in primo luogo una ricerca di potenzialità spaziali ancora inesplorate, di luoghi dell’arte oltre e dopo la tela ed è in linea con i nuovi studi psicologici che si stavano affermando nel Novecento. Il gesto di Fontana, apre simbolicamente uno spiraglio nel buio, creando una luce che rappresenta una sorta di salvezza – forse salvezza per l’uomo e per la crisi di pensiero che sta affrontando – è un viaggio che porta continuamente avanti e indietro.

Questo siamo noi, oggi, anche grazie a quello che siamo stati ieri. Purtroppo per molto tempo ci siamo attaccati ad un passato che non può tornare, rimanendo fermi ad osservare chi invece continua ad andare avanti. Non dimentichiamoci infine che Warhol, con le sue molte opere, ha voluto immortalare la sua America, ironicamente riproducendo ininterrottamente le icone del momento e mercificando volontariamente la sua arte, rispecchiando così la mercificazione in atto durante il dopoguerra nella società americana. Ha preceduto ciò che avrebbe fatto pima o poi qualcun altro al suo posto, prevedendo prima di altri quale sarebbe stata l’evoluzione del mercato dell’arte.

In ultimo mi sento di esprimere ancora un pensiero: non fermiamoci solo a quello che vediamo, ma cerchiamo di andare oltre perché solo così possiamo decifrare i messaggi che i nostri artisti, oggi, cercano di dirci e solo così possiamo imparare a non distruggere ciò che ci rappresenta.

La Germania in soccorso a Pompei

di Romina Ramaccini

Ci risiamo: noi italiani “ignoranti”, ancora una volta, ricorriamo all’aiuto di altri stati per salvare il nostro patrimonio. Da anni si ripete sempre la stessa antifona nel momento in cui, piano piano, mandiamo al macero, senza intervenire adeguatamente, ciò che può fruttarci. Già in alcuni scritti, sottolineai l’elevata importanza nell’investimento e nella promozione dei beni culturali, confermata da statistiche che affermano: un paese che investe nella cultura, è un paese più ricco. Questa volta è la Germania a soccorrerci, lei, che con i suoi 10 milioni di euro, “attuerà un programma decennale di restauri e ricerca sui materiali antichi da utilizzare per la costruzione del sito vesuviano”.

Il progetto “Pompei Sustainable Preservation Project” partirà da settembre 2014 e per 10 anni attuerà un restauro radicale di tutte le strutture presenti nel sito di Pompei. Giardini, coperture, sistema fognario e smaltimento delle acque piovane: insomma, nulla sarà tralasciato affinché Pompei non venga seppellita per la seconda volta. Assieme a questo intervento di restauro, non meno rilevante è la nascita, dal 2015, della summer school, una scuola dove verranno formate annualmente 510 persone che dovranno affiancare i più esperti in questa grande impresa. Insomma, oltre a darci i soldi, ci offrono anche la formazione ed il lavoro.

Per nostra fortuna però qualcosa di italiano (oltre al sito in questione!!) c’è: il partner dell’impresa colossale è il CNR che partecipa assieme all’Ibam (Istituto per i beni archeologici e monumentali) e uno dei promotori è l’ Iccrom, il centro studi per il restauro affiliato all’Unesco. La collaborazione degli enti coinvolti, con il lavoro della Soprintendenza per i beni archeologici di Pompei e l’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, cercheranno di far divenire Pompei un centro di ricerca sulla conservazione dell’architettura antica.

Ed ora cosa dovremmo fare? Ringraziare chi, contrariamente a noi, ha occhi per vedere e cervello per pensare ed “augurarsi che il nostro patrimonio non vada in mano allo straniero”, come lo stesso Brandi, già consapevole delle mancanze e della scarsa attenzione rivolta ai nostri beni culturali, affermava negli anni Sessanta.