Brividi gay & noir nella Tomba dei Tori

di Anna Alfieri

apollo belvedereLe cose scabrose che sto per raccontare – semmai avrò il coraggio di raccontarle fino in fondo – non sono tutte farina del mio sacco. Infatti alcune di esse, le prime, provengono direttamente dall’articolo di Nicola Imberti “Musei Vaticani in versione gay” che, apparso a tutta pagina nel novembre scorso sul quotidiano “Il Tempo”, è corredato dal seguente e necessario sottotitolo chiarificatore: “Un tour operator omosessuale organizza una visita ‘diversa’ tra i tormenti di Michelangelo e gli amori di Leonardo”.

Torso BelvedereIl pezzo comincia più o meno così: se diciamo che la statua di Apollo Belvedere conservata in Vaticano in realtà rappresenta un twink, cioè un gay delicato dalla pelle liscia e i capelli abboccolati, e che il poderoso Torso maschile anche lui in Vaticano raffigura un bear, cioè un omosessuale massiccio e nerboruto, possiamo anche dire tranquillamente che Michelangelo – omosessuale e fervente cattolico – nella figura del Cristo intorno al quale ruota l’intera rappresentazione del Giudizio Universale della Cappella Sistina, riunì consapevolmente il volto twink del primo e l’impressionante muscolatura bear del secondo.

Cristo MichelangeloDa queste premesse – continua l’articolo – il tour operator Alessio Virgilio ha tratto l’idea di offrire ai turisti “speciali”, che a suo parere scenderanno numerosissimi in Italia per l’Expo 2015, la gioia di una visita romana anch’essa speciale. Visita che, iniziando proprio dall’attenta e maliziosa contemplazione dell’Apollo e del celebre Torso, si snoderebbe piacevolmente tra le meraviglie nascoste dei Musei Vaticani e si concluderebbe con la trionfale visione della Sistina in SanGiovanniBattista_Leonardochiave un po’ osé. Luogo dove la guida potrebbe soffermarsi a parlare anche degli altri emozionanti capolavori un po’ gay non presenti in Vaticano: dei giovanetti ambigui e viziosi di certi quadri del Caravaggio, degli innumerevoli San Sebastiano che, dipinto seminudo qua e là nelle chiese, viene sempre trafitto da frecce gentili che non l’uccidono mai e, soprattutto, della ineffabile bellezza twink del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci. Misteriosissimo ritratto che si trova al Louvre, ma non importa perché – dice il tour operator – in questo caso basta il pensiero.

A questo punto della lettura del giornale ho avuto un sussulto. Se le cose stanno così – ho pensato – in fatto di twink o di bear, Tarquinia ha la carta turisticamente vincente: la Tomba dei Tori. Non tanto per le fin troppo esplicite immagini omosessuali che ormai tutti conosciamo a memoria, quanto per i sottili brividi gay e noir provenienti dalla pittura ad esse sottostante che, gelida emozione, rappresenta l’agguato di Achille a Troilo.

Troilo (ramoscello di latte, leoncello giocoso sulle cui guance porporine brillava la luce dell’Eros) era il più giovane, il più bello, il più amato di tutti i figli di Priamo. E anche il più prezioso perché un oracolo aveva predetto che, se perfino lui fosse stato ucciso, le mura di Troia sarebbero crollate e la città sarebbe stata distrutta.

tomba_tori_tarquiniaNella tomba tarquiniese, Troilo è rappresentato come un morbido twink dalle membra affusolate e i lunghi capelli acconciati alla maniera ionica che, nudo, anzi vestito di un solo braccialetto sull’omero sinistro e un paio di stivaletti azzurri, si aggira a cavallo nel recinto del tempio di Apollo Timbreo guardando il tramonto. Dietro il muro di una fontana, però, c’è Achille che, astuto determinato e feroce, gli tende un agguato impugnando già la machaira dei sacerdoti-macellai, con la quale intende sgozzarlo e farlo a pezzi per provocare la caduta di Troia. La scena è ferma, quasi incantata, ma – come narra una delle tante e diverse versioni di quel magico incontro – subito dopo Achille, improvvisamente accecato dall’inattesa bellezza della sua vittima, lascia cadere la machaira e, acceso d’amore, regala al ragazzo due belle colombe. E poi lo possiede. Ma il suo abbraccio amoroso fu tanto possente e così pieno d’ardore che il tenero Troilo, che non aveva ancora vent’anni, ne morì stritolato.

La Tomba dei Tori, animali fecondatori, è uno dei monumenti preromani più misteriosi e affascinanti del mondo. Un sepolcro allusivo e inquietante sulle cui pareti, 2500 anni orsono, l’etrusco Arath Spuriana lasciò scritto il suo nome.

Ma chi era il tarquiniese Arath Spuriana? Un sacerdote che conosceva i misteri legati ai miti del Minotauro? O un ricco e colto proprietario terriero che attraverso la magia e l’esoterismo voleva assicurarsi la felice riproduzione del suo bestiame e l’ampiezza del raccolto nei suoi campi? Oppure, semplicemente, un omosessuale felice di sé?

Forse fu tutte queste cose messe insieme perché nel pensiero magico della notte dei tempi, nell’antichità agricola, l’omosessualità, per sua natura infeconda, aveva in sé un potere scaramantico “rovesciato” che, se dedicato agli dei con riti propizi, produceva la fertilità della terra e quindi la felicità del mondo.

Marguerite Duras e i cavallini di Tarquinia

di Anna Alfieri

Marguerite Duras (1914-1996): autrice cinematografica e scrittrMarguerite-Duras1 foto da bambinaice francese nata in Indocina tra le foreste tropicali e le immense pianure di fango e di riso nel delta del fiume Mekong. Marguerite – un tempo chiamata Nené – che quasi bambina amò con passione carnale e colpevole un ricco trentenne cinese e che su quell’amore scandaloso e proibito costruì il suo romanzo più audace, L’Amante, vincitore di un Premio Goncourt e meritevole di un bel film di Arnaud.

Marguerite, poi chiamata Margot, eroina della resistenza francese durante l’occupazione nazista. Marguerite, sfrenata e bellissima, espulsa dal Partito Comunista perché dissidente e immorale. Marguerite, ancora attraente e audace, sulle barricate sessantottine del Maggio Francese tra i giovani contestatori che scandivano i suoi slogan ormai diventati famosi nel mondo.

l_amant_1991_reference film di arnaudSì, Marguerite Duras, proprio Marguerite Duras che, negli anni ’50, venne a Tarquinia dove nessuno la vide o, per pudore, nessuno la volle vedere. Eppure a me – ragazzetta ingoffata nell’eterno grembiule nero di studentessa di una perbenista scuola di monache benedettine – a me, quella magnifica scrittrice capace di raccontare con parole speciali ogni tipo di estreme passioni, ma capace anche di dire che nessuna di quelle passioni avrebbe mai potuto guarirla dal male di vivere, a me, quella donna, sarebbe piaciuta. Perciò, ora che conosco molte più cose di lei, posso affermare con certezza che avrei davvero voluto vederla risalire il Corso, attraversare Piazza Cavour e calpestare il nostro selciato con le sue scarpine eleganti. Mi sarebbe piaciuto avere ancora impresso nella memoria il suo fascino: una miniatura di donna con gli occhi verdi e distanti da sfinge, con le labbra colorate di rosso cupo e lo smalto alle unghie. Una regina dell’erotismo in tailleur grigio e filo di perle, umorale e amorale, profumata di Chanel e di amori avvinghiati.

Comunque, se è vero che – a Tarquinia – Marguerite passò inosservata o non piacque, è altrettanto vero che a Marguerite la nostra città piacque moltissimo. Le piacquero, e lo scrisse, il sole che inondava le piazze e la brezza che invece rinfrescava le strade ombrose, le scompigliava leggermente i capelli e sollevava i bordi delle tovaglie bianche di un ristorante all’aperto. Le piacquero le tombe etrusche più allegre, quelle in cui giovani uomini dal corpo resistente e temprato dal sole e dal vento danzano in estasi, consapevoli dei misteri orientali che forse anche lei conosceva. Le piacquero le chimere, i leoni dalla lingua infuocata, i delfini, i tori, gli ippocampi, le leonesse e le pantere dalle mammelle gonfie, dipinte sulle pareti 8583703524_5c9f071d0cdorate dei vecchi sepolcri. Ma ciò che le piacque di più furono i cavallini rossi e neri della Tomba del Barone. Infatti, concluso il suo viaggio in Etruria, la scrittrice pose subito mano a un suo nuovo lavoro, Les petits chevaux de Tarquinia (I cavallini di Tarquinia), nel cui titolo e nel cui cuore continuamente aleggia il ricordo della nostra città. Uno strano, estenuante e difficile romanzo a volte sgradevole in cui si parla di un’estate priva di brezza, angosciata dalla noia e frustrata da tante tentazioni irrisolte, un’estate senza spostamenti emotivi e immersa in un quotidiano e insopportabile snodarsi del nulla. Tutto accade in un luogo opprimente situato tra la Toscana e la Liguria dove qualcosa di opaco impedisce di respirare e dove perfino i platani muoiono senza che nessuno capisca il perché. Poi, all’improvviso, e solo nelle ultime righe spossanti, avviene la svolta che dà senso e valore esistenziale e letterario all’intero racconto e sostanzia il suo titolo.  “Per non impazzire – dice infatti, a sorpresa, qualcuno – bisogna tornare a Tarquinia e rivedere i suoi cavallini che sono belli come non si sa cosa”.

C’est une bonne idée, Tarquinia! Vous allez voir ces petits chevaux des tombes étrusques. Il sont beaux comme je ne sais pas quoi. Et tous recommencent à parler d’autres vacances faites, de nuits fraîches et de vent. Elle espérait que cette nuit-là, la pluie arriverait, et elle s’endormit très tard, dans cet espoir. “E’ una buona idea, Tarquinia”!

Ed ecco che al solo evocare i suoi cavallini, les petits chvaux de Tarquiniatutti ricominciano a sorridere a parlare di vacanze felici, di notti fresche e di vento rigeneratore. E perfino le foglie dei platani morti ricominciano a fremere.

Tarquinia e i quattro inglesi con un libro in tasca

David_Herbert_Lawrence_1di Anna Alfieri

Etrusca

L’etrusca danzante, da un lucido di Carlo Ruspi (1786-1863)

Nella tarda primavera del 1842, quasi in pellegrinaggio, giunse a Tarquinia, che allora si chiamava Corneto, il Console britannico George Dennis (1814-1898), viaggiatore instancabile e vibrante archeologo. Il quale, prima di intraprendere quel viaggio per lui definitivo e favoloso, aveva già raccolto dai classici greci e latini, dai grammatici del Medioevo, dai settecenteschi frugatori di tombe e dai mercanti antiquari dell’Ottocento tutte le notizie che direttamente o indirettamente riguardavano il mondo etrusco della nostra città. Ciò nonostante, quando realmente si immerse in Tarquinia, luogo sacro della sua mitologia interiore, rimase abbagliato.

Abbagliato dal volo antico degli uccelli nel  cielo azzurrissimo, dai campi morbidi ed erbosi nei quali si aprivano le bocche dei sepolcri dipinti e dal pulviscolo di macco dorato che tutto includeva. Abbagliato, soprattutto, dalla forza selvaggia del nostro paesaggio, che “raccoglieva in sé ogni segno della storia, come se rocce, vegetazione, rovine antiche e abituri moderni, subendo l’usura del tempo, fossero venuti a raccogliersi a poco a poco nel grembo della natura. Talché non si sapeva più se questa o quella pietra fosse stata sollevata dai costruttori moderni, dagli uomini dell’età di mezzo, dai mitici Titani o da Dio”. Sull’onda di questa esaltazione, il Console Dennis scrisse un libro che sarebbe diventato famoso: The Cities and Cemeteries of Etruria (Città e necropoli etrusche), che piacque molto agli inglesi, la cui passione archeologica si spostò dalle gelide aule dei musei neoclassici agli spazi aperti delle nostre terre assolate e si trasformò in avventura romantica, colta e curiosa, appena spruzzata di humour.

Fu così che, portando con sé il libro di Dennis, nel 1923 giunse a Tarquinia, alla ricerca di un magico tempo perduto, un altro inglese speciale: Aldous Leonard Huxley (1894-1963), un intellettuale di rango, ancora huxleyoggi considerato un leader indiscusso del pensiero moderno. E,  anche lui, come Dennis, dopo aver visitato Tarquinia scrisse un romanzo: Those barren leaves (Foglie secche), il cui protagonista, Cardan, in fuga da un mondo in cui il progresso aveva annientato ogni senso di civiltà spirituale, ritrovò tra gli Etruschi l’antica innocenza del tempo passato: “un mondo felice di una sua felicità naturale, non ancora imbrigliata dalla ragione e dalla morale che hanno prodotto l’infelicità del genere umano”. Nel brano più emblematico del libro, Huxley collocò i suoi personaggi in una tomba di Tarquinia che nella realtà non esiste ma che, per un gioco  della sua fantasia, riassumeva in sé tutte le immagini “traslucenti e carnose” della nostra necropoli. “Qui – concluse l’autore – gli Etruschi furono felici perché conoscevano il segreto del vivere armonioso e completo con tutto il loro essere. Invece il Cristianesimo ci ha imbarbarito nell’anima e ora la scienza ci sta imbarbarendo nell’intelletto”. Del resto, qui “rise” l’Etrusco guardando la marina. Così avrebbe detto più tardi anche Vincenzo Cardarelli che inglese davvero non era.

Lawrence a Tarquinia, acquerello di Brian Mobbs

Lawrence a Tarquinia, acquerello di Brian Mobbs

Quando nell’aprile del 1927 giunse a Tarquinia, David Herbert Lawrence, scrittore britannico sensitivo e sensuale, portava con sé, anche lui, un libro fatato, cioè il romanzo ancora in forma di manoscritto del suo amico Huxley. Di Tarquinia, “cittadina di pietra dove le ere si accavallano” Lawrence assorbì subito “la quiete di quelle calde giornate e la vergine essenza della campagna splendente di verde primaverile”. Poi, attraversando i campi “pieni di anemoni color malva, di chiazze di verbena, ciuffi di camomilla e grappoli di giacinti azzurri” scese nelle tombe. Qui le scene dipinte gli apparvero “naturali come la vita stessa in una purezza di significati densa ed arcaica”. Qui “i personaggi avanzavano con i lunghi piedi calzati di sandali tra piccoli ulivi, muovendosi veloci e pieni di brio fino alla punta delle dita”. E qui a lui l’universo tarquiniese sembrò “vivo e vibrante, come un’unica grande creatura che fremeva tutta”. “Qui – scrisse Lawrence – il cielo inspirava l’etrusco nel suo azzurro, lo inalava, lo assorbiva e lo trasformava prima di effonderlo ancora. Qui c’erano le fiamme dentro la terra”. E come avevano già fatto Dennis e Huxley, anche Lawrence scrisse un libro: Etruscan Places (Paesi Etruschi), forse il più bello di tutti.

Il londinese Brian Mobbs, pittore (biondo era e bello e di gentile aspetto), giunse per la prima volta nella nostra città alla fine degli anni ’50 e anche lui, da buon viaggiatore inglese, aveva con sé un utile libro da leggere, quello di Lawrence. Un libro che, avvicinandosi in treno alla nostra città, leggeva e rileggeva rigo

Brian Mobbs, foto di Guido Sabbatini

Brian Mobbs, foto di Guido Sabbatini

per rigo interrompendosi solo per guardare il paesaggio che gli scorreva davanti agli occhi. “Da Civitavecchia – scriveva infatti Lawrence – Tarquinia è la stazione successiva. Una ventina di chilometri attraverso la campagna pianeggiante della Maremma, con il mare sulla sinistra e a destra il grano verde che cresce orgoglioso e l’asfodelo che protende i suoi steli appuntiti”. “Presto – continuava lo scrittore – scorgemmo Tarquinia con le sue torri svettanti come antenne su un basso promontorio roccioso a pochi chilometri dall’entroterra”. A questo punto, come Lawrence aveva già fatto prima di lui, Mobbs, scese dal treno e salì su un autobus blu e color crema. “Dalla stazione l’autobus fa presto ad andare su – continuava infatti Lawrence –, s’infila in volata nella porta, fa una rapida giravolta nella piazza e si blocca in uno spiazzo scarno che sembrava senza pretese. Ma a destra c’è un caffè sopra i bastioni e a sinistra un palazzo di pietra, una costruzione incantevole che ora è Museo Nazionale.

Qui i due inglesi, uguali e diversi ma cronologicamente asimmetrici, si separarono. Nel ’27 Lawrence, dopo aver girovagato qua e là fiutando cose antiche nell’aria, s’infilò in Via Umberto I per raggiungere la locanda di Gentili in via Cesare Battisti. Invece, negli anni ’50, Mobbs risalì il Corso, poi voltò a destra alla ricerca di Isauro Pontani che in via Garibaldi aveva una casa e un giardino con un campetto di bocce, proprio lì dove ora sorge una banca. Pochi giorni dopo, Lawrence ripartì vagheggiando un nuovo viaggio a Tarquinia, un savage pilgrimage, un pellegrinaggio selvaggio per “etruschizzasi un po’”. Mobbs invece, risucchiato dal sole grande della Maremma, rimase per sempre con noi.

Ora possiamo incontrarlo in piazza d’Erba dove, nel cuore turrito della nostra città, si apre il suo studio. Per lui la Maremma è un giardino che richiama l’Unico Giardino, quello dell’Eden perduto. Perciò i fili d’erba, le spighe, i cardi, i boschi, i fiori, le luci, le ombre, le acque, short hands, nei suoi quadri sono in realtà nostalgie. Meditazioni su quel tempo fatato d’inizio vagheggiato da Dennis, Huxley e Lawrence, tempo immacolato in cui, lontani da questo secolo devastante e irrequieto, anche noi, come gli Etruschi eravamo natura.

Tre canne di seta ponzò: una ricerca storica di Anna Alfieri e Piero Nussio

PasoDelleSterte1)  Dei nostri pesi e delle nostre misure

di Anna Alfieri

Già a metà del XIII secolo il nucleo urbano di Santa Maria in Castello non riusciva più a contenere la comunità cornetana, che si faceva sempre più numerosa, prospera e potente. Era il più antico della città di Tarquinia, affacciata su un vivace porto mercantile, su una vasta pianura produttrice di grano e su un fiume navigabile che trasportava uomini e merci.

Fu allora che, di torre in torre, di palazzo in palazzo, di chiesa in chiesa, la comunità tarquiniese cominciò ad estendersi verso sud ed est, dove i due nuovi e vitalissimi conventi di san Francesco e di san Marco stavano velocemente incrementando ogni tipo di scambi spirituali, sociali ed economici.

Tarquinia - Palazzo ComunaleAccadde così che, nel luogo equidistante  fra i due conventi rampanti, e precisamente all’incrocio delle strade in cui convergevano i fedeli e i mercanti, sorse il nostro attuale Palazzo Comunale. Per costruirlo furono abbattute le vecchie mura di difesa, che nascondevano la campagna aperta e sterminata. Un’epigrafe afferma che i lavori terminarono il 20 agosto 1276, ma ormai sappiamo che essi non finirono mai, e che per secoli e secoli fu tutto un susseguirsi di ampliamenti, di restauri e di modifiche.

Eppure, più che dal successivo impianto cinquecentesco, più ancora che dalla chiesa barocca che vistosamente lo affianca, ancora oggi il Palazzo di Governo risulta connotato, con la forza didattica di un autentico archetipo, dalle tre fondamentali caratteristiche architettoniche dei municipi medioevali dell’Italia dei Comuni. Cioè dall’arco della mercanzia, sotto il quale si svolgevano i piccoli commerci quotidiani, dalla spettacolare gradinata composta da 53 gradoni dove si stipulavano a voce i contratti privati, e dalla loggia-arengo. Questa introduceva alla “camera”, dove i notai e i cancellieri redigevano e – instancabilmente – copiavano gli Atti più importanti regolati dai nostri Statuti e i Contratti più robusti garantiti dalla civica esattezza dei pesi e delle misure usati nella nostra città.

Atti e contratti ora raccolti nella Margarita Cornetana, il liber iurium che, perfettamente conservato nell’archivio comunale tarquiniese, conta 519 pergamene redatte dal 1201 al 1592. Documenti preziosi che testimoniano concretamente l’ordine civile, l’equità e la giustizia che per secoli hanno regolato la vita della nostra città agricola, mercantile e spesso ben armata. Nel frattempo raccontano il potere che la città esercitava sui paesi e sulle rocche a lei circostanti. Perché in quei ferrosi tempi di lotte e di sopraffazioni reciproche, l’egemonia di una città sull’altra si esprimeva soprattutto sull’entità delle gabelle, dei dazi e dei tributi che i vincitori calcolavano nei propri pesi e misure, e imponevano agli sconfitti.

Civico, solenne e simbolico era dunque il culto dei modelli metrici che garantivano la giustizia e il potere di ogni comunità. E sacri, solenni e ben difesi erano i luoghi dove questi modelli venivano conservati. Infatti, i marmorei romani conservavano i loro “metri” nel gran tempio di Giove Capitolino e in quello di Giunone Moneta, da cui regolavano a loro misura il respiro del resto del mondo. Andando ancora più indietro nel tempo, si potrebbe ipotizzare che il crollo della Torre di Babele –simbolo della scellerata superbia umana – non fu tanto dovuto alla confusione delle lingue, ma alla sciocca confusione delle misure usate nell’atto di erigerla.

All’inizio, in Corneto, i preziosi strumenti di misura locali erano conservati in Santa Maria in Castello, chiesa civica per eccellenza, voluta e pagata dal popolo per ringraziare la Gran Madre di Dio per la prosperità acquisita. E, soprattutto, per mostrare ai viandanti e ai navigatori la sua abside arrogante esposta su un’alta roccia: tempio e castello, racchiusa in solidi massi di macco dorato, fortezza agli occhi dei nemici, esempio di civiltà per gli amici e per i sottoposti.

Tarquinia - Palazzo dei prioriQuando più tardi il cuore mercantile di Corneto si spostò a sud-est, fu San Pancrazio, chiesa civica anch’essa, a rappresentare il governo cittadino e a conservare i riferimenti di pesi e misure. Proprio lì i signori delle città e delle rocche sottomesse contrattavano sui pesi delle gabelle da pagare, e lì solennemente depositavano i loro tributi. Lì, narrano le historiae (cioè le pergamene della Margarita), nell’anno 1300 «sotto li sei di gennaro Adunno e Pieraldo a nome proprio e a nome di Guittarello e Simone fratelli et di Cola loro nepote signore di Tolfa, promessero di defendere et honorare i cornetani, et dare per tributo un palio il giorno avanti la festa di di san Secundiano e un cereo annuo di libbre dieci a la vigilia di Santa Maria d’agosto».

Ancora in san Pancrazio «li sette sotto gennaro Guastapane di Guastapane anche a nome di Tebaldello e Tebaldino suo fratello si fece obbligo di portare pubblicamente il tributo di un pallio di seta di dieci lire di denaro». Infatti nel giorno stabilito Guastapane di Guastapane in persona, signore della rocca di Sant’Arcangelo, entrò in cavalcata a Corneto sventolando «belli panni zendati rossi, di settore sottile ma di grande lunghezza da misurare dentro la chiesa».

Più tardi nel tempo san Pancrazio non bastò più, e il Palazzo Comunale sorto nel nuovo centro cittadino svolse le funzioni mercantili pubbliche e private, divenendo il custode dei nostri “giusti” pesi e delle nostre “giuste” misure.

2)  Il “paso delle sterte”

di Piero Nussio

«Era una buona figliola, Mariannina: le avrebbe portato tre canne di seta ponzò, la prossima volta che sarebbe andato da lei». Giuseppe Tommasi di Lampedusa, ambientando il suo Gattopardo nel 1860, sapeva bene che le stoffe all’epoca si misuravano a canne e non a metri. Magari dalla Francia era arrivata la tintura del colore ponceau, un bel rosso rubino italianizzato in ponzò, ma faticavano ad arrivare le nuove misure metriche che l’illuminismo aveva creato, e Napoleone diffuso per tutt’Europa.

Gli uomini, per praticità anche se a rischio della precisione, continuavano come sempre a misurare le cose a spanne. A cominciare dalle proverbiali spanne, appunto, che usavano le dita della mano e misuravano con la mano aperta le piccole distanze, quei 20 centimetri dalla punta del pollice alla punta del mignolo. Il palmo, ai tempi degli egiziani e dei romani erano quegli otto centimetri che misura il palmo di una mano, ma poi nel medioevo si era confuso con la spanna e i centimetri erano diventati più di 20 (22,3 cm, in quel di Roma, 26 a Napoli, 25,8 in Sicilia). Quattro palmi poi facevano un braccio, misurato dal “posto dell’ombrello” fino a tutta la mano. E due braccia facevano una canna.

Se il venditore misurava stoffe, una canna di seta ponzò era due volte la misura presa col braccio dal gomito in su. Era una mossa tipica, quella che svolgeva la pezza di stoffa dal supporto e intanto la misurava a braccio. I muratori, invece, e gli agrimensori, misuravano i palazzi e le terre con altri metodi: sempre a canne, ma di dieci palmi l’una, non da 8 palmi come i venditori di stoffe…

Era pratico contare con le dita (V era 5 per i romani perché erano le dita di una mano, e X era 10 perché rappresentava due mani unite per il polso), ma di imbrogli un venditore dalla parlantina sciolta ne faceva quanti ne voleva, a danno dei paesani un po’ tardi: “Ecco signora, tre belle canne di seta ponzò”. “Canne siciliane (2,34 metri), braccia da lana (m 0,68) o braccia da seta (m 0,63), braccio mercantile romano (m 0,84)  o canna da stoffa toscana (m 0,58)…”?

Per risolvere la questione misero la faccenda in mano ai notai. Questi fecero realizzare misure campione in ferro da mettersi nella loggia della mercanzia, a disposizione dei venditori, e soprattutto dei confusi acquirenti.

A Tarquinia, nella prospera e mercantile Corneto, le misure campione stavano nel loggiato del Palazzo Comunale, e lì sono rimaste fino almeno al 1910, quando il sacerdote don Carlo Scoponi le ha riscontrate. Il suo lodevole intento era di raccogliere e descrivere tutte le iscrizioni lapidarie delle chiese cittadine, e non poté fare a meno di elencare anche le iscrizioni della loggia del Palazzo pubblico, fra cui spicca quella di Eugenio IV che dichiara Corneto come “città” nel 1435.

Già che c’era annotò anche una serie di strane scritte, su quel loggiato: «Mensura kanne pannorum de lana. Mensura panni lini. Anno D.ni MCCLXXXXIII. Tempore potestariae D. Falconis de Urbe. Per D.M. Pandulfum de Hispello». Pandolfo da Spello era stato dunque il notaio esecutore, Domenico Falcone da Roma era a quel tempo il podestà, e l’anno in cui tutto ciò accadeva era il 1293.

Cosa di preciso accadeva? Senza troppo sforzo di fantasia si può presumere che venisse murata nella loggia del palazzo comunale (per lungo, altrimenti non sarebbe servita a niente) una sbarra di ferro montata su una scanalatura di marmo su cui erano stati segnati 10 palmi, con una segno particolare per i 5 palmi e con l’indicazione dei mezzi palmi. Una sorta di antico righello in ferro, di misure (relativamente) precise che riportavano i dieci palmi della “canna architettonica romana” e le indicazioni marmoree per la canna mercantile da 8 palmi (quella dei panni di lana). Per il panno di lino ignoriamo dove fosse posizionata la tacca, ma non ci stupisce che fosse diversa da quella della lana. Era di lunghezza particolare anche quella della seta: sono stati trovati decine di manuali ad uso degli antichi mercanti che descrivevano usi, misure e abitudini commerciali delle varie città d’Europa ed i relativi fattori di conversione.

Renzo Chiovelli, che ha pubblicato nel 2007 per l’Erma di Bretschneider la ricerca “Tecniche costruttive murarie medioevali: la Tuscia”, ha raccolto diligentemente tutte le misure riportate sull’antico righello e ne ha ricavato che la canna tarquiniese misura 2,2275 metri (quella standard romana era di 2,2342) e che i singoli palmi oscillano fra 21,6 cm e 23,1 cm. Considerando la tecnica esecutoria totalmente artigianale, lo strumento può definirsi pienamente rispondente alle necessità del tempo.

Ma il buon prevosto Scoponi, a differenza delle lapidi funerarie riscontrate nelle chiese, non ha ritenuto necessario disegnare la barra campione ed i suoi sottomultipli, né indicare dove fosse ubicata la marca “pannorum de lana” né quella “panni lini”.

Le misure, specie poi quelle che nel 1910 erano superate da un paio di decenni ma ancora in uso nel parlare della gente, sono da sempre considerate ben poca cosa rispetto ai grandi temi della religione o dell’arte. Solo per completezza riporta l’iscrizione, ma non è difficile immaginare in lui un qualche ribrezzo, come se a fatica si fosse dovuto fermare a raccogliere una cartaccia. Ma il prevosto Scoponi brilla per spirito scientifico, se lo paragoniamo ai suoi successori. Perché fra la sua lodevole raccolta del 1910 ed i giorni nostri è passato solo un secolo, ma tutto è cambiato e senza che ne fosse lasciata alcuna traccia. Nella loggia del Palazzo comunale, più volte restaurata in questo secolo, non c’è più alcuna lapide e quelle che vi si trovavano sono state sparse e rimontare alla chetichella.

Canna_1Il nostro righello in ferro, che si era difeso dal 1293 al 1910 per quasi mille anni, è stato rimontato in verticale sulla facciata del palazzo, sotto ad una lapide che ricorda un conte Bruschi e, soprattutto, sotto un incongruo “capitello”. Il “capitello” è un cartiglio in marmo che riporta una iscrizione (sicuramente non fra quelle che erano nella loggia del Palazzo, e che il canonico Scoponi diligentemente elenca) con le parole “PASO DELLE STERTe” L’ultima “e” è stata trascritta in minuscolo perché l’iscrizione la riporta in carattere minore, come se fosse finito lo spazio e si fossero calcolate male le parole da scrivere.

Se il cartiglio è antico, che la parola PASO sia scritta con una sola S non fa molta cura, dato che in antico l’uso delle doppie consonanti era spesso impreciso. In tal caso il “passo” sarebbe un’altra antica misura, corrispondente in genere a 7 palmi. Serviva a misurare con “strumenti umani” le piccole distanze, e se qualcuno obietta che a m 1,561 viene un “passo da gigante”, sappia che c’era anche il “passetto” da 3 palmi, corrispondente ai nostri abituali 70 cm.

Ma per capire le sterte non bastano solo le antiche misure, bisognerà fare un discorso un po’ più lungo sulle tecniche di trebbiatura dell’agricoltura dei vecchi tempi. Ci faremo aiutare da una “Memoria sull’agricoltura delle Maremma” scritta nel 1865 dal signor Luigi Dasti, e conservata nella Biblioteca nazionale a Firenze. «Dopo la mietitura, si lascia trascorrere qualche giorno, onde tutto il raccolto mediante il calore del sole finisca di maturarsi bene sui covoni, e quindi si pone mano alla tritatura verso i primi di Luglio. […] Si trasportano i covoni dal campo all’aia col mezzo di carri tirati da bovi, ciò che si chiama carrucola. Quindi si forma sul suolo dell’aia già preparato e misurato all’uopo, la massa circolare ossia sterta, dei covoni ritti con le spighe in alto in una circonferenza di canne romane 24, e tanto bene connessi insieme per opera del mettitrita, coadiuvato da cinque monelli, da poter sostenere il peso delle cavalle, che vanno a rompere la detta sterta. Codesta rompitura della sterta, lavoro assai faticoso, si fa col mezzo della treccia delle cavalle, cioè con dodici cavalle dette rompitrici, le più pesanti e forti, per più ore, sino a che la sterta sia rotta bene. Le dette cavalle sono divise in due mezze treccie di sei cavalli l’una, legate di fronte, e guidate da due trecciaroli immobili nel centro rispettivo, mentre le cavalle fanno il volteggio. […] Una compagnia di otto uomini pratici, chiamata gavetta, accorre sul suolo, al partire delle cavalle rompitrici, e si accinge, durante la notte, a cavare la sterta, ossia a estrarre con le forcine la pagliata da quella massa confusa, ed a portarla tutta alla superficie della sterta medesima, lasciando al disotto il grano e la pula. L’indomani tornano a lor volta le cavalle in soccorso degli uomini per completare il lavoro della spagliatura: il così detto spagliare. Quando la paglia lasciata in superficie dalla gavetta sia ben prosciugata dal calore del sole del giorno seguente, si conducono sulla sterta 12 altre cavalle, dette pagliarole, e queste guidate, col solito metodo, dai soliti trecciaroli, scorrendo di buon trotto sulla paglia già smossa, finiscono la separazione totale dei grani dalle spighe».

Luigi Dasti descrive dettagliatamente la trebbiatura con i cavalli “alla sterta” perché proprio in quegli anni la si va sostituendo con le prime macchine trebbiatrici, in cui i cavalli servono solo come forza motrice dei nuovi apparati meccanici. Secondo il “Supplemento a’ vocabolarj italiani” proposto da Giovanni Gherardini nel 1857, «le spighe del grano si riuniscono sull’aja, e si forma una sterta, cioè una massa circolare che ha un diametro di circa braccia 21, e nel centro un’altezza di circa 4 braccia», ma sterta vale anche, per traslato, «Una determinata porzione di grani da battere».

«E ogni sterta suol pagarsi 7 in 8 scudi di pestatura» aggiunge il Giornale dell’Associazione agraria di Grosseto del 1848, valutandola dal punto di vista economico. E più avanti, proprio per confrontare il costo della mietitura “a sterta” con la proposta delle nuove macchine trebbiatrici, riporta un dato interessante: «La Tenuta di Magliana batte per anno sterte 60, ossia circa moggia 350 di grano». Dunque 60 sterte producono 350 moggi di grano, e dunque una sterta produce circa 6 moggi di grano (5,83). Sappiamo pure che nel 1835 un moggio di grano si vendeva e comprava a 80 lire al moggio. Il moggio, antica misura dell’epoca romana, era una specie di secchio usato per valutare la capacità (quasi 9 litri). Ma, soprattutto, sappiamo che un moggio era diventato una misura del terreno necessario per produrre quella stessa quantità di grano, e che era come al solito estremamente variabile da luogo a luogo, ma che più o meno equivaleva a 3.200-3.400 metri quadri.

Il Giornale dell’Associazione agraria di Grosseto del 1836 ci dice che in zona «il moggio grossetano è una misura di estensione di terreno che ragguaglia braccia 91,672 quadre» e ci chiarisce che «il moggio vale ettare 0,35».

Oltre che a rapportare il moggio (inteso come superficie da coltivare) alle braccia quadre, era anche comune rapportarlo ai passi quadrati, con un rapporto – sempre approssimato – di 30 passi quadri per un moggio. Questo dunque lega la misura dei passi (quadri) a quella delle sterte, e potrebbe dare un senso ad una misura del passo corrispondente alla coltivazione a grano di una sterta di superficie.

3)  Conclusione

di Anna Alfieri e Piero Nussio

Siamo forse giunti a dare un qualche significato all’iscrizione “Paso delle sterte” che campeggia sulla facciata del Palazzo comunale di Tarquinia, ma non siamo né paghi né soddisfatti da tanto cammino.

LizzaQualche tempo fa un simpatico avvocato cornetano ha capeggiato una sorta di “movimento popolare” teso a chiedere spiegazione della scritta e del suo “righello”. Oggi, travolti da questo movimento e dopo un po’ di studi e ricerche, possiamo rispondergli. L’oggetto di misura è un’antica “canna”, composta di dieci “palmi”,  che era posizionata sul loggiato del palazzo ad uso dei cittadini per le loro misure. Lì ha resistito dal 1293 al 1910 almeno. Poi, nell’ultimo secolo è stata travolta, spostata e adornata di un’iscrizione a mo’ di capitello architettonico. L’iscrizione si riferisce alle pratiche delle trebbiatura del grano sull’aia per mezzo di cavalli, e forse anche a vecchi modi di misurare il terreno. Ma di più – e di più documentato – non riusciamo a scoprire.

Abbiamo anche scoperto che nella Lizza di porta Maddalena (Torre di Dante) c’è una pietra scanalata, murata in verticale, che aveva forse ospitato anch’essa un altro “righello” di ferro. Questo apre nuove prospettive alla questione, e rafforza le nostre curiosità. Ci farebbe davvero piacere che qualcuno delle autorità che di recente hanno provveduto ai restauri e alle risistemazioni dei monumenti (Amministrazione comunale e Soprintendenza, nella fattispecie) ci aiutasse a scoprirne i particolari mancanti.

Ve lo do io il Mondiale! Diario autentico di un altro Mondiale perduto

10487616_10204401565144081_2056728408_odi Anna Alfieri

Tarquinia, 14 maggio 1986: “Oggi la nostra squadra nazionale di calcio è volata verso il Messico per confermare il suo felicissimo titolo di Campione del Mondo in carica. Quando ciò accadrà, noi, rispolverando i tricolori del fatidico ’82, appassionatamente balleremo di nuovo il samba davanti al Bar Diana, con Bruno Blasi e il dottor Pardi che allora inaspettatamente sfoggiò un bel sombrero. Oreste delle Scarpe sicuramente ricostruirà davanti al suo ex-negozio l’altarino coi fiori e le candele accese davanti alla fotografia degli Azzurri (nella foto sopra di Renato Rosati, da sinistra in piedi: Massimo Celletti, Oreste De Angelis, Sandro Celli, Carlo Celli, ? , Marino Rosati; in basso accosciato Carlo Blasi) e farà inginocchiare tutti i passanti mentre il padre dei Nussio esibirà dal balcone di casa la bandiera più grande di tutta Tarquinia. E noi – come tutti allora facemmo – al Piazzale canteremo in coro, fino allo sfinimento con le lacrime agli occhi e con ferrea logica sentimentale, O surdato ‘nnammurato”.

estadio-azteca-1986Tarquinia, 29 maggio 1986: “Tra poco più di 24 ore la nostra amata squadra di calcio aprirà il Mundial del Mexico giocando contro la Bulgaria nel mitico stadio Azteca. Tutti siamo già in preallarme: inviti a cena e raggruppamenti familiari o aziendali per sentirsi uniti, gomito a gomito, cuore a cuore, al momento di cantare “Fratelli d’Italia”. Intanto ognuno cerca di fare quello che fece nel magico 1982: rispolveriamo gli stessi amuleti nascosti, ripetiamo ossessivamente i rituali probatori, le danze scaramantiche e gli scongiuri ormai collaudati. Perché la sorte della nostra squadra, anzi della nostra Patria, dipenderà anche da noi e dalla sedia sulla quale saremo seduti, e guai a sbagliare”.

Tarquinia, 1° giugno 1986: “Nostra Italia degli Azzurri ieri, alla partita di apertura, ha giocato benino e noi l’abbiamo molto amata, ma ha soltanto pareggiato con la Bulgaria. Comunque da bravi patrioti del pallone abbiamo sofferto fino in fondo il pathos della prima giornata: cinema chiuso, Bar Diana stracolmo, Piazzale deserto, attraversato, si dice, solo da Tufarolo come un fantasma. Ma già in mattinata c’erano stati i sintomi dell’epidemia di tifo che sarebbe scoppiata verso il tramonto. Infatti, come per un allarme aereo, alle 19,30 è scattato il rientro. Ognuno ha scelto secondo coscienza: chi crede che la Patria si serva meglio in compagnia si è riunito per una spaghettata; chi, come me, è un guardone scaramantico, ha visto l’incontro da solo tra le mura discrete della propria casa. Ma tutti alle 20 precise, eravamo lì con le lacrime agli occhi fin dalle prime note dell’Inno Nazionale straziato da una banda musicale di messicani con la spiccata tendenza alle variazioni arbitrarie”.

Tarquinia, 5 giugno 1986: “Dopo una giornate di patimenti l’Italia campione del mondo ha affrontato l’Argentina di Maradona a Puebla. Nostra Italia della Prudenza ha di nuovo pareggiato, ma è stata la storia di un pareggio annunciato, faticoso e scialbo tra i fischi di tutto il mondo. Così la nostra squadra dallo charme appannato, quando martedì affronterà la Corea, dovrà vincere o tornare a casa. E brucia ancora l’orrendo ricordo del lontano luglio ’66 quando la maledetta Corea ci distrusse con un gol segnato da un dentista asiatico”.

Italia_Corea_altobelliTarquinia, 13 giugno 1986: “Nostra Italia di Altobelli ha finalmente vinto una partita, quindi non c’è stata la Coreana Vergogna. Pare, infatti, che a Civitavecchia qualcuno abbia perfino tentato un carosello con sbandierata. Eppure in questa squadra c’è qualcosa di freddo che non riesce a sciogliersi davvero”.

Tarquinia, 15 giugno 1986: “L’irreparabile è successo e forse non poteva non accadere: ci hanno cacciato in malo modo dal Mundial di calcio. Nostra Italia della Sconfitta è andata a picco perdendo per 2 a 0 con la Francia. Usciamo di scena con una sensazione di impotenza solare”.

Tarquinia, 25 giugno 1986: “Ora che non gioca l’Italia le partite del Mundial sono diventate divertenti. Sono rimasti in lista per disputarsi le semifinali Germania, Francia, Belgio, Argentina. Strepitose azioni di Platini e di Maradona che ora si contendono il ruolo di stella assoluta del calcio di tutti i tempi”.

la_mano_de_dios-14605Tarquinia, 17 giugno 1986: “Ora è chiaro: il campione più campione è Diego Maradona. Gianni Brera lo definisce “il divino aborto”, “il nano miracoloso”  e scrive: “Le sua improvvisazioni sono incendi fosforescenti, fervidi slalom in una galassia che sorge a filo d’erba”. Dunque, rispedito a casa anche Platini che all’improvviso ha perso il frizzante del suo champagne, domenica il gran finale: Dieguito contro la Germania fortissima”.

Tarquinia, 30 giugno 1986: “Emozioni a non finire alla finalissima. Ha vinto l’Argentina contro la Germania che ha avuto l’onore delle armi per aver rimontato due gol e riperduto la partita per una rete definitiva di Burruchaga a dieci minuti dalla fine (3 a 2). Festa grande a Buenos Aires e soprattutto a Napoli, città alla quale Maradona ha dedicato la coppa. Sulla scogliera di Posillipo, davanti a una batteria di fuochi 1986_arg_finale_maradona_457_uv,property=originald’artificio, si è infatti ballato fino all’alba la tarantella e il tango argentino in onore del Pibe de Oro. Delusione e fiumi di birra amarissima in Germania dove erano state preparate varie manifestazioni di giubilo, tra cui quella di 47 professioniste di una casa a luci rosse di Monaco, che avevano annunciato di essere pronte, in caso di vittoria, a prestazioni a metà prezzo. Da Puebla, seguiti da un camion pieno di spaghetti, bottiglie di olio d’oliva, forme di parmigiano e di pecorino  e di barattoli di pomodori pelati predisposti invano per un soggiorno messicano lungo e glorioso, sono partiti alla spicciolata gli Azzurri, ricevuti in Italia dall’indifferenza generale, per loro più frustrante delle bordate di verdure contaminate da Cernobyl (centro del disastro nucleare appena qualche settimana prima, ndr) che loro si aspettavano.

P.S. Del camion, sparito con i suoi preziosi vettovagliamenti, non si è saputo più niente”.

Corneto, Corneto, Corneto & Corneto

Iniziamo con questo contributo un tuffo nel piacevole passato cartaceo de L’extra, riproponendo ai lettori alcuni degli articoli usciti sul periodico quando, ancora, era possibile trovarlo mensilmente nelle edicole. Ed inauguriamo con un omaggio alla Città, che porta la firma di Anna Alfieri.

Corneto, Corneto, Corneto & Corneto

di Anna Alfieri

Tarquinia-StemmaPer mille anni Corneto, turritum et spectabile oppidum, gemino cinctum muro (Petrarca), infiammò la fantasia dei viaggiatori che attraversavano la Maremma laziale e si incise per sempre nei loro ricordi per la maestà delle sue torri e dei suoi campanili, per la grazia dorata delle sue chiese e dei suoi palazzi, per la fama dei suoi uomini d’arme e di fede, per la dottrina dei religiosi raccolti nei suoi monasteri, per l’immensità dei suoi campi coltivati a grano e per la temeraria singolarità del suo nome allusivo e selvatico.

Eppure, quando il paese venne inglobato nell’Italia sabauda, si scoprì con meraviglia che tanti e tanti altri Corneto o Cornedo punteggiavano la nostra penisola come le luci di una costellazione filiforme e perfetta o come i nodi di un lungo nastro che scendeva dalle Alpi alle coste mediterranee della Sicilia. Un nastro verde, perché idealmente composto da ispide selve di cornioli dal legno duro ed elastico come quello della foresta di Sherwood frequentata da Robin Hood, legno con il quale gli arcieri costruivano le loro armi più pregiate.

Il più settentrionale di questi paese si trovava – anzi si trova – in provincia di Bolzano, all’incrocio della Val d’Ega con quella del fiume Isarco. Si chiama infatti Cornedo all’Isarco e nella lingua madre tedesca degli Altoatesini, Karneid, che vuol dire più o meno “corniolo”.

Un po’ più a sud c’è invece Cornedo Vicentino i cui abitanti, che parlano un dialetto veneto morbido, sdrucciolevole e quasi infantile, si definiscono Cornedesi.

Nel cuore dell’Appennino Tosco Emiliano, in provincia di Reggio, si arrocca l’unico comune italiano che, come il nostro nel Medioevo, si chiami semplicemente Corneto, senza aggiunte lessicali esplicative. È un paese severo, portatore di una durissima storia montanara che, iniziata poco dopo l’Anno Mille, si è snodata nei secoli tra frane, esodi, rifondazioni, nuove frane, carestie, violenze e lotte fratricide. Un luogo impervio dove i parroci illitterati et crudi minacciavano i fedeli con l’archibugio e dove, nel ‘500, infuriò il brigante Berretti detto l’Amorotto, le cui gesta – di notte – ancora spaventano i bambini.

Eppure nulla, in fatto di brigantesca ferocia, nulla è paragonabile a quanto era accaduto nel XIII secolo a Corneto della Faggiuola vicino ad Arezzo, dove nacque il predone più sanguinario che la letteratura e la storia ricordino, quel terribile Rinier da Corneto che Dante Alighieri scaraventò all’Inferno insieme a Rinier Pazzo e figurò nel primo girone del settimo cerchio, immerso in un lago di sangue bollente in compagnia dei tiranni e degli assassini più violenti, tutti eternamente trafitti dalle frecce di mille e mille centauri vendicatori.

Un altro Corneto, Corneto Monforte, si trova in provincia di Salerno ed è una bella cittadina nobilitata da resti di fortificazioni medievali e di torri feudali. Anch’essa vanta di essere stata un tempo circondata da una selva di cornioli, dai cui frutti le streghe contadine delle favole meridionali distillavano filtri d’amore. Però trae il suo nome anche dal Curniculum posto sull’elmo dei suoi guerrieri più coraggiosi e, soprattutto, dal Cor laetum et nitidum dei suoi abitanti di indole gioiosa. Nel 1862 dovette aggiungere al suo nome primitivo la parola Monforte, per distinguersi dal vicino Corneto a Fasanella, dal lucano Corneto a Perticara e da Corneto di Bari che, Commenda dei Cavalieri teutonici nella Capitanata, dette i natali ad un fraticello francescano autore di ingenuissimi miracoli per  ingenuissimi contadini, ancora  molto venerato in tutta la Puglia con il nome di Beato Ludovico da Corneto.

Inoltre, dalla Liguria alle Marche e dall’Abruzzo alla Calabria, tanti siti cornetani minori: piccole frazioni di paesi più grandi, minuscoli insediamenti campagnoli, rocche, castelli, ville gentilizie, pievi, conventi ed eremi, perfino ponti, torrenti, cascatelle e laghetti.

Tanti e tanti luoghi tra loro omonimi, al cui novero manca, dal 1922 e per volontà popolare, quello che era stato per secoli il più maestoso e celebrato: il nostro Corneto audace e turrito che, al pari dell’Isola che non c’è di Peter Pan e di Edoardo Bennato, non è più segnato su alcuna moderna mappa geografica. Un Non Corneto che ora si chiama  Tarquinia. Ma Tarquinia, si sa, è una città bizzarra, contraddittoria e a suo modo anche incompiuta che, dopo aver ripudiato il suo vecchio nome troppo rustico per la sua etrusca nobiltà, non è riuscita poi a strapparsi, dal cuore e dalla mente, l’immagine semplice della pianta selvaggia che aveva ispirato la sua vecchia denominazione che ancora campeggia, ufficialmente consacrata dalla legge, al centro del suo stemma municipale. Civico emblema “di rosso alla croce piana d’argento caricata in palo e in fascia di un corniolo al naturale radicato, fogliato e fruttifero di rosso”, come – “udito il Commissario del Re presso la Consulta Araldica; udita la Giunta Permanente Araldica; veduti gli articoli 6 e 11 dell’Ordinamento dello stato nobiliare italiano” – venne decretato il 4 febbraio 1933, XI dell’Era Fascista, e sottoscritto con firma perentoria, virile e quasi scultorea dall’allora Capo del Governo, Primo Ministro e Segretario di Stato, Benito Mussolini.

George B. Palermo: un tarquiniese a Milwaukee

di Anna Alfieri

George B. PalermoQuesta mattina il mio pensiero ha varcato, all’improvviso, la cinta muraria della nostra città e, sorvolando velocemente mari e montagne, in un attimo mi ha portato a Milwaukee, Wisconsin, Stati Uniti d’America. Milwaukee dove nacque Spencer Tracy, dove rombano le fabbriche delle Harley Davidson e dove, secondo l’eterna finzione televisiva, negli anni ’50 e ’60 viveva tale Arthur Fonzarelli detto Fonzie, proprietario di un giubbotto di pelle nera che lo rendeva simpatico e ardito. Eppure – cosa certissima – non è stato Fonzie ad attirarmi in America. È stato piuttosto il fatto che, proprio ieri sera, con mio grande ma grande stupore, ho saputo che il Dr. George B. Palermo, psichiatra criminologo e profiler di fama internazionale, è un nostro concittadino per nascita e per onorificenza acquisita. Un tarquiniese illustre che, tra l’altro, a Milwaukee eseguì – come patologo forense – la perizia psichiatrica sul serial killer Jeffrey Dahmer, universalmente noto come il Mostro del Wisconsin, detto anche “Il Cannibale”.

Jeffrey il cannibale era un giovane uomo biondo dai lineamenti e dai modi gentili. Eppure, tra il 1978 e il 1991 adescò, quasi tutti in locali frequentati da gay, 17 ragazzi che sottopose a bestiali violenze sessuali e a torture indicibili nella sua casa situata in prossimità della fabbrica di cioccolata in cui lui lavorava, e dove li uccise con inaudita crudeltà. Diciassette ragazzi sui cui poveri corpi infierì con orrendi atti di necrofilia e con altre innominabili azioni che, responsabilmente, ho deciso di non trascrivere nei loro raccapriccianti dettagli per non urtare la sensibilità di chi legge e per non essere costretta a ripercorrere le insopportabili vie dell’orrore che, per informarmi bene, ho appena dovuto attraversare con grande dolore. Infelici ragazzi che poi lui – Jeffrey Dahmer – letteralmente “mangiò” come un orco.

Jeffrey DahmerIl processo a Jeffrey iniziò nel 1991 e si prolungò per molto tempo tra imponenti misure di sicurezza allestite per proteggere l’imputato dall’ira della folla che voleva linciarlo. Ma proprio in quel famoso processo il nostro George B. Palermo contrastò, in qualità di patologo forense, la difesa che invocava per il cannibale l’infermità mentale e affermò con chiarezza che quel “ragazzone intelligente e garbato, forse solo un po’ distaccato e freddo, era perfettamente capace di intendere, di volere, di premeditare e di attuare con lucidità ogni sua singola azione, quindi sano di mente”. Una perizia coraggiosa ed esemplare che ancora oggi fa scuola di psichiatria e di giurisprudenza nel mondo e che, allora, costò, a quel mostro non pazzo, la condanna alla massima pena possibile. Non quella di morte che in Wisconsin non è prevista, ma quella a 957 (novecentocinquantasette!) anni di reclusione. Un ergastolo lungo quasi un millennio che, però, Dahmer non scontò nemmeno in minima parte, perché, pochi mesi più tardi, venne a sua volta ucciso da un compagno di pena che lo massacrò con un bilanciere per sollevamento pesi trafugato in palestra.  Un’esecuzione spicciativa, feroce e improvvisa, senza testimoni, senza ulteriori perizie, senza sentenza, senza appelli, senza preghiere e senza nemmeno l’ultima sigaretta che non si nega a nessuno.

A questo punto, però, dopo aver attraversato ogni tipo d’insopportabile orrore, lascio volentieri l’America ai suoi nerissimi incubi neri e mi rifugio di nuovo a Tarquinia, dove il Dr. George B. Palermo, all’anagrafe Giorgio Benito Palermo, è nato nel 1922.

Suo padre Gaetano era un ufficiale dei bersaglieri in carriera che, proveniente da un’aristocratica famiglia di Catania e ancora fresco di studi all’Accademia militare di Modena, venne mandato di stanza nella nostra città, dove si trovò benissimo. E dove, come mi dicono alcune persone molto informate sul suo conto, frequentava il Caffè di Albertini situato in Piazza Matteotti, che nei primi decenni del ‘900 fungeva anche da Circolo Culturale cittadino. Un bel Caffè, connotato da grandi specchiere color ambra incorniciate da stucchi dorati; da tavolini di ghisa e di marmo; da divanetti ricoperti di velluto rosso “genovese” e da poltroncine di paglia di Vienna. Eleganti dettagli di arredo di cui io stessa sono testimone indiretta, in quanto depositaria dei ricordi giovanili di mio padre e di mio zio, Manlio Alfieri pittore, il quale, osservando proprio gli avventori del Gran Caffè Albertini, abbozzò i suoi primi ritratti di artista adolescente e sognatore, ma già consapevole di sé.

La madre di Giorgio Benito aveva invece un nome gioioso e accogliente. Si chiamava Felicetta Amicizia ed era una bella ragazza appartenente a una nota famiglia cornetana che, in via della Caserma, gestiva un negozio di macchine da cucire dove si vendevano nastri, merletti, matassine di tutti i colori e il famoso Olio Singer con il quale, goccia a goccia, i tarquiniesi lubrificavano ogni tipo di meccanismo inceppato.

Dalle nozze di Gaetano Palermo e di Felicetta Amicizia nacquero undici figli, di cui Giorgio Benito, ora George B. Palermo profiler famoso nel mondo, è il terzogenito. E qui, per non dimenticare proprio nulla di lui, mi affido, com’è ormai lecito fare, alle opportunità offerte dal web.

Il Prof. George B. Palermo, nato a Tarquinia (Viterbo), si laureò in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Bologna nel 1951. Dopo l’internato di un anno al Policlinico di Roma, si trasferì negli Stati Uniti, nella città di Milwaukee, Wisconsin. Successivamente si specializzò in Psichiatria e, nel 1962, divenne Diplomate of the Psychiatry and Neurology,  poi Direttore di un servizio di psichiatria di emergenza e Consulente in Psichiatria nel Milwaukee County Mental Health Complex. Dal 1962 al 1969 si occupò di psichiatria forense per la Contea di Milwaukee dove faceva parte della facoltà di Medicina presso la Marquette University. Rientrò a Roma nel 1969 come consulente psichiatra per l’ospedale internazionale Salvator Mundi e insegnò psicopatologia alle Università Gregoriana e Cattolica. Ritornato in America nel 1988, si occupò di Psichiatria Forense e di Clinica Psichiatrica e Neurologica. Fu di nuovo Professore di Criminologia alla Marquette University, sempre in Milwaukee, nonché Lecturer in Psichiatria e Bioetica alla Loyola University Stritch School of Medicine, in Chicago. E’ stato Visiting Professor all’Università Statale di Roma,  all’Istituto di Medicina Legale e Criminologia di Modena, di Medicina Legale a Roma e a Bari, al Serbsky Institute di Mosca e all’Istituto di Criminalistica del Cantone Ticino. Viene spesso intervistato da reti televisive nazionali e internazionali, spessissimo anche sulla sua famosa perizia d’ufficio relativa al serial killer Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee. Il Prof. Palermo è frequentemente speaker in congressi nazionali e internazionali. Interpellato più volte anche sul delitto di Cogne e su altri complessi delitti italiani, ha pubblicato numerosi saggi di natura psichiatrica, criminologica e sociale, ed è autore e coautore di vari libri scientifici. Tra i quali: The Faces of Violence; The Paranoid:; In and Out of Prison (con il Prof. Edward Scott); Letters from Prison: A Cry for Justice (con il Giudice Maxine White); Satanism: Psychiatric and Legal Views (con Prof. Michele Del Re). The Dilemma of Sexual Offenders (con la Prof.ssa Mary Ann Farkas). E’ l’Editor-in-Chief dell’International Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology e Associate Editor di numerose riviste mediche. E’ membro delle più importanti organizzazioni mediche psichiatriche e criminologiche nazionali e internazionali. Ha ricevuto il “Citizen of the Year” award nel 1996 e il “Justinian Person of the Year” award 1997. E’ Commendatore della Repubblica Italiana.

Attualmente il Dr. George B. Palermo vive a Las Vegas. Il 22 ottobre 2005 il Sindaco Alessandro Giulivi gli ha conferito la cittadinanza onoraria di Tarquinia che il Professore condivide con Roberto Sebastian Matta Echaurren, artista cileno; I Reduci del 1° Battaglione Carabinieri Paracadutisti; Yasser Arafat, Premio Nobel per la Pace; Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la Medicina; Padre Ibrahim Faltas, parroco di Gerusalemme; Maria Bonghi Jovino, Archeologa.

Tutti nostri illustri compaesani acquisiti, sui quali mi piacerebbe scrivere, prima o poi, qualcosa di inedito. Per esempio, racconterei volentieri che Rita Levi Montalcini, quando venne nella nostra città (io ero ad attenderla con molti altri in Comune), ci fece l’onore di indossare il famoso vestito gentile e austero che Valentino aveva creato esclusivamente per lei. Ma questa è un’altra storia, alla quale penserò un’altra volta.

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