“Carissimo Papà”: lettere ottocentesche di una ragazza cornetana diventata Contessa

di Anna Alfieri

Molti anni orsono mia madre, per una serie di strane circostanze, salvò dal macero un vecchio pacchetto di lettere che erano state gettate nella spazzatura come cose senza valore. Si trattava, invece, di tutta la preziosa corrispondenza privata ricevuta nel 1841 da Benedetto Mariani, ricco proprietario terriero di Corneto (oggi Tarquinia), città a quel tempo dominata da uno stretto gruppo di grandi agricoltori e allevatori di bestiame che da soli gestivano tutte le immense risorse del suo territorio.

Le lettere – sessantacinque – erano divise in vari mazzetti, alcuni dei quali composti da fogli di carta molto raffinata, altri di carta ruvida, altri ancora di carta addirittura rozza. Le grafie, che rivelavano i vari gradi di cultura degli scriventi, erano ora spigolose, ora tondeggianti, decise o incerte, diritte o inclinate. L’ortografia, la grammatica e perfino la sintassi erano invece usate da tutti con la cordiale, condivisa e speciale informalità del tranquillo parlare quotidiano tra familiari o tra amici molto fidati.

ARTICOLO-ANNA-BOLLETTINOPer tanto tempo ho ritenuto che queste lettere dovessero restare chiuse in una scatola di legno, ma poi – pensando che esse costituivano un importante documento storico e di costume riemerso miracolosamente dalla profonda periferia italiana dell’Ottocento risorgimentale – nel 2003 decisi di divulgarne il contenuto in un articolo pubblicato nel XXXII Bollettino della Società Tarquiniense d’Arte e Storia. Un lungo articolo pieno di echi risorgimentali e garibaldini intitolato “Lettere a un nobiluomo cornetano nell’anno del Signore 1841”. Un articolo in cui, forse per empatia femminile, parlai molto anche di Margherita Mariani detta Mita, che – figlia del Nobiluomo in questione – proprio nel gennaio del ’41 aveva sposato il conte Saverio Bruschetti di Camerino. Un matrimonio prestigioso e solenne, celebrato nel palazzo episcopale di Tarquinia dal Vescovo di Montefiascone e Corneto, l’Eminentissimo Filippo De Angelis, da poco eletto cardinale, alla presenza di Monsignor Angelo Scappini Penitenziario della Cattedrale, del teologo Giovanni Bottone e del Canonico Domenico Sensi.

Da Camerino, Mita Mariani, ormai Contessa Bruschetti, inondò il padre di lettere traboccanti di affetto e di complicità. Con grafia minuta e regolare, su carta inglese di marca Bath color avorio, o rosa, o azzurrina, gli raccontava quasi quotidianamente ogni dettaglio della sua vita di giovane sposa. Dalla sua prima entrata in paese quando molte persone salirono perfino sui tetti e sui campanili per vederla passare in carrozza al suono della banda locale, alle bizzarrie del vecchio suocero, l’avarissimo conte Vincenzo “che comincia a rimbambire e è diventato come una creatura. Ma gli ottantanove sono passati e per la sua età è felice”. Dalle sue mansioni di padrona di casa nel grande palazzo arredato “all’ultimo gusto dove ‘ci potessimo’ ricevere qualunque signore”, ai bei giorni passati alla fiera di Senigallia o a Fabriano dove si faceva bella musica di teatro e di chiesa, e dove operava la Compagnia di cavalli di Bernabò che lei aveva già ammirato anche a Corneto. E una volta, ripensando proprio a Corneto, Mita si lasciò andare perfino ad un pettegolezzo e ciò accadde quando le giunse la clamorosa notizia che la sua cara amica d’infanzia Anna Maria Bruschi Falgari si era fatta rapire dallo spiantato ma fascinoso Giggi Mastelloni “noto nell’intera provincia per le sue dissolutezze e per i modi disonestissimi di sedurre”.

Con la lettera del 29 maggio, Mita inviò al padre un messaggio speciale: “Ora che sono passati tre mesi di gravidanza sicura, Saverio e io vi diciamo che dovete preparare un bel regalo per il primo nipotino che avrete, dovendo essere voi il compare”. E aggiunse: “Dite a zia Checca che mi faccia venire da Viterbo tre dozzine di fasce assortite e una di quelle più fini perché da queste parti non si trovano”.

Il 26 novembre fu, invece, il Conte Saverio in persona ad inviare a Benedetto la seguente grande notizia: “Mio carissimo suocero, circa le otto di questa mattina la mia Mita ha felicemente dato alla luce un bel figlio maschio. Quale sia l’allegrezza di tutti è inesprimibile”. Un mese più tardi lo stesso Saverio, nel fare gli auguri di Natale ai buoni amici, ai cari parenti di Corneto, precisò: “La mia Mita sta benissimo e il piccolo Cesare è un torello”.

Emanuela_Cesetti_Un_tranquillo_patriota_-di_provinciaQuesta fu l’ultima lettera ricevuta da Benedetto Mariani entro l’anno del Signore 1841, quindi fu anche l’ultima lettera ad essere giunta per caso in mio possesso. Perciò con essa conclusi il mio articolo nel grande rammarico che di Mita, di Saverio e del piccolo Cesare non avrei avuto mai più alcuna notizia. Invece mi sbagliavo.

Infatti, qualche anno dopo la sua pubblicazione, il mio scritto destò l’interesse di Emanuela Cesetti dell’Università di Macerata che, attenta studiosa di genealogie nobiliari marchigiane e dei relativi palazzi gentilizi, si mise subito in contatto con me. Io le inviai tutti i documenti a mia disposizione e lei, Emanuela, pochi giorni orsono, cioè alla fine del gennaio appena trascorso, mi ha fatto pervenire il suo ultimo libro ancora fresco di stampa, sorprendentemente intitolato Un tranquillo patriota di provincia, l’appartamento ‘all’ultimo gusto’ del Conte Saverio Bruschetti di Camerino. Un importante saggio storico che racconta i fermenti e gli eventi risorgimentali nelle Marche proprio attraverso le vicende familiari dei nostri Conti Bruschetti. Un testo severo che, però, io ho letto in un soffio, quasi volando, felice e incredula nell’aver ritrovato, virgolettate nel titolo, le precise parole che in un giorno lontanissimo la mia Mita aveva scritto a suo padre.

deputato-Cesare-Bruschetti-figlio-di-MitaE ora so. So che il conte Saverio, animato da grandi ideali patriottici, fu perfino volontario Tenente Colonnello della Guardia Civica e della Guardia Nazionale prima, durante e dopo le vicende della Repubblica Romana. So che Mita in pochissimi anni di matrimonio gli dette sei figli: Cesare (1841), Marianna (1842), Guendalina (1844), Giulia (1846), Vincenzo (1847) e Sofia (1848). So anche che Cesare, il primogenito che già conoscevo, nel 1876 venne eletto Deputato al Parlamento italiano dove, memore del pensiero liberale e democratico di suo padre Saverio, sedette nell’ala sinistra dell’aula. So perfino che Sofia, l’ultimogenita, sposò il Conte Giacomo Leopardi di Recanati, nipote del grande poeta e che nel 1897 profuse gran parte della sua notevole dote per pubblicare, a cura di Giosuè Carducci, il voluminoso “Zibaldone” del celeberrimo zio acquisito.

Sono, però, anche al corrente che Vincenzo, l’altro maschio Bruschetti, il burrascoso, velleitario e anche un po’ sfortunato Vincenzo, in poco tempo dilapidò l’intero patrimonio familiare, perdendo anche il prestigioso Castello di Rocca d’Ajello fino al suo ultimo arredo e l’intero palazzo di città che Saverio aveva amorevolmente ristrutturato, all’ultimo gusto, per accogliervi la sua giovane Mita.

La sua, ma anche la mia e la nostra Mita Mariani cornetana, che si sarebbe spenta a soli ventinove anni il 17 marzo 1851, quando la sua bellissima nidiata di figli aveva ancora un immenso bisogno del suo amore di mamma.

Gem Sultan, un turco a Tarquinia

di Anna Alfieri

GEM-SULTANOIl primo a parlarmi di Gem Sultan, principe-poeta ottomano del XV secolo e dei suoi strani rapporti con la nostra città, è stato il compianto Giacomo Emilio Carretto, importante studioso di storia e letteratura turca, nonché cittadino tarquiniese per sua scelta precisa. Un amico carissimo che, accompagnandomi come in pellegrinaggio tra le migliaia e migliaia di libri della sua biblioteca privata, qualche volta ha perfino tentato di introdurmi, almeno un pochino, nei misteri misteriosissimi del Medio Oriente antico e moderno.

Gem Sultan, detto anche Zizim (1459-1495) era figlio di Maometto II il Conquistatore, cioè di colui che annientò l’Impero Bizantino, strappò per sempre Costantinopoli alla cristianità, trasformò la più grande basilica romana d’Oriente nell’attuale moschea di Santa Sofia a Istanbul e costruì il Palazzo Topkapi. Un sovrano così potente e magnifico che i giannizzeri della sua guardia imperiale avevano il compito di sostenere per le braccia gli ambasciatori occidentali che perdevano i sensi al solo guardarlo.

Maometto-II-il-ConquistatoreAlla morte del padre, Gem contese il trono al fratello maggiore Bayezid, ma venne sconfitto. Perciò, portando già dentro di sé i germi di quella sua speciale e inestinguibile malinconia che avrebbe fatto di lui un poeta, si rifugiò presso i cavalieri di Rodi. Severi cavalieri cristiani che prima lo accolsero come un ospite di rango, poi lo considerarono un ostaggio e infine lo cedettero a papa Innocenzo VIII, impaziente di riceverlo a Roma per convertirlo al cristianesimo e metterlo a capo di una grande Crociata.

Fu per questo lontano motivo che l’inconsapevole Gem irruppe, con la forza devastante di un uragano inatteso, nella storia della nostra città, dove portò lo scompiglio. Tutto cominciò il 4 marzo 1489 quando – come raccontano alcuni documenti conservati nell’archivio storico comunale di Tarquinia – i cornetani, chiamati a Palazzo dal suono delle campane a martello, vennero informati che il famoso turco Gem Sultan chiamato pure Zizim, anzi Zizimo, figlio di Maometto il Conquistatore e fratello dell’infedelissimo Bayezid imperatore di Costantinopoli, stava navigando verso Roma sulla triremi del pirata Villamarina, protetta dal Santissimo Signor Papa in persona e scortata da 400 cavalieri rodensi. E che essi – gli esterrefatti cornetani – avrebbero dovuto macinare una grande quantità di frumento e predisporre, per lui e per la sua bizzarra corte ottomana, cinquanta letti provvisti di coperte e di altri ornamenti. Pena una multa di 1000 ducati da destinarsi alla costruzione della fortezza del porto di Civitavecchia dove la nave sarebbe approdata.

Fu il Magnifico Nobile Consultore (così si esprimono i nostri documenti d’archivio) Guittuccio Vitelli che, superate la rabbia e la disperazione iniziali, prese in mano la situazione e ordinò a Guidantonio Mazzatosta, Antonio Bernardi e Carlo di Campo di cavalcare per ogni dove sotto la supervisione del nobile Iacopo Malvicini e scovare – a qualunque costo e in breve tempo – i 50 letti richiesti, coperte e ornamenti compresi.

Ma, ciò nonostante, il 7 e il 10 marzo successivi le campane suonarono di nuovo a martello e comunicarono che, siccome i cornetani non erano stati abbastanza solerti nella ricerca degli oggetti richiesti, se entro l’undicesimo giorno del mese essi non avessero consegnato le suppellettili ancora mancanti, le truppe del Papa avrebbero devastato le loro campagne e razziato il loro bestiame. Quel giorno, a Corneto – dicono ancora le carte – tremarono case, chiese, torri, palazzi, orti e giardini. Tutto fu rovistato, sconvolto e messo a soqquadro: perfino i grandi conventi che, all’avvicinarsi del turco “infedele”, si erano arroccati in ostinata difesa. Anzi, solo allora, cioè solo quando le porte dei conventi più ricchi e ostili vennero sfondate con la forza, i letti destinati a Gem Sultan vennero finalmente alla luce e da quel giorno, almeno per un po’, le campane a martello a Corneto non suonarono più.

DISPUTA-DI-SANTA-CATERINA-D'ALESSANDRIAPochi mesi dopo Innocenzo VIII morì e Gem che, ovviamente, non si era mai fatto cristiano, finì nelle mani del nuovo Pontefice, Alessandro VI Borgia. Questa volta, però, tra lui e la sanguigna famiglia del papa spagnolo si stabilì un’intesa profonda. Perciò non vi fu, a Roma, cavalcata papale o processione nel cui corteo non splendesse il principe turco che in costume ottomano distribuiva maestose elemosine, mentre don Juan, duca di Candia e figlio primogenito di papa Alessandro, entrava perfino in San Pietro indossando il vistoso turbante bianco Sarik tipico dei musulmani e Cesare Borgia affrontava i tori abbigliato in costume giannizzero. Intanto Lucrezia arrossiva nel leggere i versi che Gem componeva nella morbida quiete orientale dei suoi appartamenti sovrastanti la Cappella Sistina: “Tu nel giaciglio di rose riposi – diceva il poeta – di gioia felice. Io nella cenere della fornace mi dolgo, quale è la ragione?”.

Ma la storia è crudele e i Borgia – forse inseguendo anche loro il sogno ricorrente di una grande Crociata che restituisse Gerusalemme e Costantinopoli ai cristiani – cedettero Gem “come un azzurro oggetto senza dolore” a Carlo VIII d’Angiò, re di Napoli. E Gem, esiliato perfino dal suo esilio romano, in pochi giorni morì “al pari di un fiore reciso”. Morì a Capua “da semplice e buon musulmano recitando più volte la sua professione di fede perché nel sufismo sempre presente nella sua vita come in quella di ogni poeta ottomano, raggiungere la verità e la massima libertà interiore significava attenersi alla più attenta osservanza delle norme del proprio mondo culturale”.

Così mi raccontava Giacomo Emilio Carretto, convinto a ragione che il principe Gem, detto Zizim, mi sarebbe piaciuto un bel po’.

Fonti:
Archivio Storico Comunale Tarquinia (ASCT)
Giacomo E. Carretto Un sultano prigioniero del papa Ed. Ad Orientem, Centro Internazionale della Grafica, Venezia 1989.
Giacomo E. Carretto, Falce di Luna, Ed. Società Tarquiniense d’Arte e Storia (STAS), 2004.

Anna Alfieri e la lettera ad Alice: “Tanti auguri, Miss Italia”

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Il pomeriggio del 4 settembre 1997 avevo già superato da un pezzo i miei diciotto anni, non ero bella come il sole quanto lo è Alice Sabatini e non ero nemmeno frastornata dalla consapevolezza di essere sul punto di venire eletta Miss Italia.

Anzi, mi trovavo tranquillamente seduta nel giardino di una mia amica docente di Storia all’Università di Roma, circondata da alcuni suoi colleghi dotti, maturi e cordiali che ammiravo e che, in fondo, mi stimavano un po’.

Eppure, all’improvviso, quasi senza accorgermene, me ne uscii con una battuta che fece inorridire tutti i presenti; molti dei quali, dubitando delle mie facoltà mentali, per un attimo pensarono di togliermi il saluto. Insomma, aprii bocca e dissi, come niente fosse, queste precise parole: “Vorrei essere uno dei cavalli che domani trasporteranno il feretro di Lady Diana”.

Princess_Diana_Funeral_St_James_Park_1997Ora sembra strano anche a me, ma dissi esattamente così: “Vorrei essere un cavallo”! E non un cavallo da corsa, come Ribot o Varenne, ma un nero cavallo da funerale. La costernazione fu così tangibile che ne rabbrividirono pure i cespuglietti di rose settembrine ben coltivati, sparsi discretamente qua e là. Perciò non osai nemmeno spiegare che, siccome quel funerale, isterico ma fatale, avrebbe forse deciso le sorti della monarchia britannica, affossando o salvando per sempre The Queen, avrei voluto assistere a quell’evento a qualunque costo, perfino sotto forma di un quadrupede funebre.

Certo, avrei potuto esprimermi più chiaramente; anzi, sarebbe stato perfetto se avessi taciuto del tutto. Ma la cosa, inverosimilmente, andò così.

Ciononostante, però, la mia vita privata e sociale è poi proseguita ugualmente, e la mia professione non ne ha risentito. E se qualcosa, per caso, non è andata proprio come doveva andare non è stata certamente colpa di un cavallo britannico. Come dire che nessuno può essere giudicato per una battuta estemporanea e infelice, ammesso, poi, che quella battuta sia realmente infelice.

Miss Italia 2015 è bella, anzi bellissima. Anzi sfolgora di luce propria e speciale. Eppure risulta colpevole di chissà quali infamie per aver risposto in modo imprevisto ad una domanda inattesa, mentre il cuore le scoppiava nel petto e il cervello le andava in fiamme pochi istanti prima di essere eletta la più bella d’Italia.

alice-sabatini-2.jpgInfatti la Bella Bellissima, abbagliata dai riflettori e dai flash, stravolta dall’ansia e sopraffatta dall’emozione, ha detto – apriti cielo! – che le sarebbe piaciuto vivere nel 1942 per “vedere” – e non “fare”, si badi bene – la guerra sulla quale erano stati scritti tanti libri.

E allora? E allora? È forse meno sana, meno bella, meno elegante, meno italiana, meno corretta, meno atletica delle altre concorrenti, le cui risposte alla stessa domanda non passeranno certamente alla storia? Più ingenua forse? O forse, semplicemente, meno banale e conformista.

Signori miei, io sono quella che, in un consesso di persone illuminate, ha detto che avrebbe voluto essere un cavallo. E con ciò? Eccomi qua. Eppure non ho diciotto anni, e nemmeno un paio di gambe lunghe da Miss. Inoltre – come ha detto di sé la stessa Alice, senza che nessuno abbia voluto accorgersene – non amo la guerra. Né i cortei funebri, per quanto storici o sfarzosi.

Per cui, cara Alice, nostra giovane Miss Italia, tanti complimenti e tanti, tanti cari auguri.

Anna Alfieri

Corsi e ricorsi: quando Roma “impara” da Tarquinia (anche sui Ghostbusters!)

di Anna Alfieri

Campidoglio_nightAncora oggi, dai tempi di Tarquinio Prisco, dopo quasi tremila anni di storie incrociate, non è del tutto chiaro se sia stata Tarquinia a insegnare ‘le cose’ a Roma, o Roma a insegnarle a Tarquinia.

È stato proprio su questo gravoso dilemma che ho molto riflettuto l’altro giorno scorrendo le righe del solito giornale – Il Tempo a disposizione degli avventori – seduta al solito tavolino del solito caffè dove sorbivo il mio solito cappuccino di mezza mattina. Era martedì 8 settembre e, a pagina 13 del suddetto giornale, campeggiava, con mia grande meraviglia, un articolo firmato da Andrea Cionci e corredato da un sorprendente titolo a caratteri cubitali su cinque colonne: “Fotografato il fantasma del Campidoglio”. Titolo vistoso, a sua volta chiarito da un sottotitolo lunghissimo e di per sé già molto intrigante: “Gli acchiappaspettri chiamati dall’ex sindaco Alemanno hanno trovato il monaco. Secondo la leggenda era stato murato nella torre dal capo della guarnigione che presidiava il palazzo”.

L’articolo era ben documentato da cinque fotografie. Una rappresentava l’inquietante facciata del Campidoglio di notte. Le altre quattro mostravano rispettivamente i volti di due ghostbusters provvisti di lampade alogene intenti al lavoro, l’interno disordinato di un ufficio comunale e due misteriose foto di una macchia blu sul blu dipinto di blu che avrebbe dovuto rappresentare l’ombra di un frate vagante, vista di fronte e di profilo.

L’articolo cominciava così: “Da almeno cinquanta anni, tra il personale addetto alla sorveglianza del palazzo senatorio, circolavano voci su fenomeni inspiegabili che spaventavano i guardiani notturni, i vigili urbani e gli autisti”.

“Una vecchia tradizione – continuava il giornale – riferisce l’esistenza dello spirito inquieto di un frate vissuto nel Medioevo, che fu murato vivo nella torre di Niccolò V dal comandante delle guardie che lo aveva sorpreso in compagnia di sua moglie”. “In seguito al rinnovarsi delle manifestazioni, il Comune di Roma, tramite il suo ufficio stampa (il fatto è accaduto quattro anni orsono ma è trapelato solo ora n.d.r.) ha convocato l’equipe dei Ghosthunters-Roma i quali, scortati dall’allora comandante dei vigili urbani Angelo Giuliani, per tutta la notte del 2 dicembre 2011, nell’anniversario della morte del frate, hanno posizionato, per i tre piani del palazzo, registratori ultrasensibili, strumenti per la misurazione del campo elettromagnetico e macchine fotografiche”. “Al termine della notte ‘non serena’ – scrive ancora il giornale – le anomalie registrate sono state tre. La più importante di esse riguarda la fotografia termica scattata nella Sala della Musica. In essa compare una figura umanoide che sembra indossare una mantella”. “Stando alla strumentazione – conclude il giornale – la forma era di circa 6° più calda rispetto alla temperatura ambientale”.

Ghostbusters_TarquiniaE qui il mio personale resoconto si ferma, perché, se continuassi a citare parola per parola tutte le frasi scritte da Andrea Cionci, potrei essere giustamente tacciata di plagio. Inoltre il cappuccino che stavo sorbendo mentre scrivevo in fretta questi appunti si stava raffreddando. E siccome a me il cappuccino piace molto caldo, a questo punto ho smesso di copiare e sono uscita dal bar. Sono uscita, però, sorridendo. Sì, sorridendo di intima gioia, perché pensavo con soddisfazione ai ghostbusters tarquiniesi messi in moto per gioco da “L’extra” molto tempo prima che questo articolo venisse pubblicato.

Allegri ghostbusters nostrani che per promuovere il calendario #checinema 2016 durante la festa del DiVino Etrusco, in una caldissima sera d’agosto hanno finto di bonificare il nostro Palazzo Comunale da fantasmi mai realmente esistiti.

Resta comunque in me, irrisolto, il millenario dilemma: quale delle due, Roma o Tarquinia fu la vera maestra dell’altra? Ah, saperlo!

Storie e leggende sulla Sala degli Affreschi al Palazzo Comunale di Tarquinia

di Anna Alfieri

foto-3_-Fuga-di-Eugenio-IV-da-RomaIl Palazzo Comunale di Tarquinia presenta in modo esemplare le tre caratteristiche tipiche del Comune medievale italiano: l’arco della mercanzia sotto il quale si svolgevano a riparo delle intemperie i commerci quotidiani, la spettacolare scalinata costituita da 53 ripidi gradoni e la Loggia che era anche l’arengo che portava alla Camera dove si tenevano le riunioni consiliari e introduceva agli ambienti della Cancelleria. Sulla loggia e sulle scale si stipulavano i contratti privati. Quelli pubblici si stendevano formalmente nella Camera e nelle stanze ad essa adiacenti, dove i notai ed i cancellieri redigevano e trascrivevano instancabilmente verbali, atti e contratti.

Uno di questi ambienti, che nello scorrere dei secoli fu adibito ora a Cancelleria, ora a Sala Consiliare, ora ad emblematico atrio di rappresentanza, oggi è noto come Sala degli Affreschi.

Gli affreschi di questo emozionante salone celebrano, tramite il ricordo di eventi mitologici e storici, la nobiltà di Corneto, città primigenia, madre di Roma, sua fedele paladina e sua protettrice grazoe alle imprese guerresche del Cardinale Vitelleschi.

foto-1_-rientro-trionfale-di-Eugenio-IV-in-roma_-particolareAccanto alla grande storia che attraversa i millenni, le pitture del Palazzo raccontano anche una storia più piccola, quasi una cronaca, fatta di committenze e pagamenti, di incomprensioni, di ripicche, di ripensamenti e di drammi, minutamente documentati nelle raccolte degli Speculi , dei Mandati e dei Consigli conservati nell’Archivio storico della nostra città.

Le vicende degli “abbellimenti” iniziarono nel 1598, ma trovarono concretezza solo quando tre notabili cornetani, Fabio Fani, Pietro Cappetta e Baldassarre Latini, si impegnarono a sostenerne le spese in cambio dell’appalto cittadino di Macelleria. L’incarico fu affidato a Camillo Donati, capriccioso pittore maceratese, residente in Ronciglione che lavorò fin quasi alla fine di marzo del 1631 insieme al suo aiutante Domenico Taddei. Poi all’improvviso, abbandonò tutto e se ne andò.

Invano i Cornetani lo implorarono di fenire quella facciata che aveva lasciata imperfetta; e invano lo assicurarono che, se fosse tornato sarebbe stato trattato bene et accarezzato da tutti universalmente e che volentieri gli avrebbero baciato le mani.

Inutilmente – loro che avevano a lungo sparlato di lui e della sua sfacciata lentezza operativa – ammisero che mai se sia voluto dare l’incarico ad altro pittore, mai noi gli haveriamo fatto questo torto e inutilmente gli scrissero più volte: Vogliamo che solo lei fenischa e non altro. Venghi quanto prima allegramente et haverà tutte le soddisfazioni che lei desidera.

Il “Signor Camillo, puntiglioso pittore marchigiano ormai residente in Ronciglione, non tornò più.

I lavori vennero successivamente affidati a Giulio Giusti di Montefiascone che, al contrario dell’artista precedente, era bono et non lavattivo e furono pagati, nel 1636, con 45 scudi. Ma qui si inserisce il dramma che commosse l’intera città. Il denaro, che sarebbe stato consegnato al Giusti, in realtà era stato destinato dalla comunità al pagamento degli studi di Giulio Martellacci (i cui sospiri sembrano ancora oggi dolorosamente alitare tra le figure che affollano le pareti municipali), un promettente giovane di intelligenza chiara e speciale, che purtroppo, per poca fortuna seguita alla sua infermità, morì precocemente.

foto-2_-Cavalieri-vitelleschiani-al-rientro-di-Eugenio-IV-in-RomaAlla sua scomparsa, con 18 voti favorevoli e 2 contrari, fu deliberato che la somma raccolta venisse applicata in beneficio del Palazzo per fenire la pittura della Sala.

Con il tempo gli affreschi furono offuscati dalla polvere e devastati da oziosi che avevano prodotto guasti e mutilazioni. Perciò molto presto cominciò una serie di ritocchi, di ripuliture e di restauri.

Nel 1734, Mattia Gerardini ridipinse alcuni particolari e Lazzaro Nardeschi provvide ai cartigli con le iscrizioni esplicative degli avvenimenti rappresentati. Nel 1790, Luigi Tedeschi intervenne nuovamente sulle pitture e altrettanto fece nel 1798, Luigi Dell’Era. La caduta di un fulmine impose, nel 1824, ulteriori interventi e altri ritocchi furono eseguiti tra il 1980 e il 1981.

Gli affreschi sono ora chiaramente leggibili grazie all’opera di Roberto Ercolani e Vittorio Cesetti che li hanno restaurati nel periodo che va dal 1994 al 1996.

L’importanza di chiamarsi “Tarquiniense”

di Anna Alfieri

Il Museo Archeologico Etrusco di Tarquinia non si chiama affatto etrusco e nemmemuseono archeologico. Si chiama – come è scritto con semplicità e chiarezza nell’epigrafe posta sulla sua facciata – “Museo Nazionale Tarquiniense”. Quasi un ossimoro, strana parola che si riferisce all’accostamento di due vocaboli di senso contrario in contrasto tra loro. In questo caso l’ossimoro consiste nel fatto che il nostro grande Museo, custode di reperti storici ed artistici di importanza mondiale, viene definito Nazionale, ma contemporaneamente anche Tarquiniense, quasi fosse – e questa è l’antitesi – di dimensioni civiche modeste se non addirittura paesane.

Eppure questa definizione, voluta con forza nel 1916 dall’archeologo Giuseppe Cultrera della Reale Soprintendenza alle Antichità di quel tempo, è esatta e appropriata. Perché essa conferma che tutto quanto di intrigante, di suggestivo e soprattutto di culturalmente prezioso il nostro Museo contiene, tutto, ma proprio tutto, proviene esclusivamente da Tarquinia, dal suo territorio e dalla sua storia. A cominciare dal quattrocentesco Palazzo Vitelleschi che ogni meraviglia raccoglie e che, nella sua struttura architettonica, da solo racconta come in un libro di pietra, l’intero passato medievale della nostra città che prima si chiamava Corneto. Un libro in cui la torre Fani e le arcate possenti della fiancata che dà in via Mazzini testimoniano il Romanico e le trifore ricamate che si affacciano su piazza Cavour illustrano il Gotico, mentre il portale di marmo con lo stemma cardinalizio e il soprastante loggiato che si apre sul mare accennano al Rinascimento ormai incipiente.

Nell’ala più ombrosa e privata di questa dimora, Giovanni Vitelleschi incastonò una cappella e un’anticappella che fungeva da studiolo, entrambe affrescate. Le pitture dell’anticappella raccontano la storia antica di Lucrezia che, moglie romana dell’etrusco Tarquinio Collatino, si uccise dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del Superbo. Una vicenda crudele che, come scrive Tito Livio, offese e indignò i Romani e provocò la cacciata dei Tarquini dall’Urbe, la caduta della monarchia e la nascita della repubblica in Roma.

Nel commissionare questo ciclo pittorico, il nostro Cardinale intendeva esaltare solPalazzo Vitelleschi - Particolaretanto le virtù della pudicizia e dell’onestà coniugale simboleggiate da Lucrezia violata e suicida. Ciò nonostante, come folgorato dal Genius Loci tarquiniense che già allora magicamente invadeva ogni spazio del suo palazzo ancora in costruzione, e come spinto dalla sua suggestiva sensitività territoriale, volle per primo – e dico con emozione ‘per primo in Corneto’ – raffigurare proprio nello studiolo delle sue meditazioni l’immagine di due etruschi Tarquini, il Collatino e il Sesto, la cui famiglia proveniva dalla mitica Tarchna della quale, in paese, si era perso da tempo ogni memoria. Eppure quella magica Tarchna da secoli dormiva silenziosamente sepolta sotto uno strato di terra dorata costellata qua e là da tombe etrusche, scambiate per piccole e strane ‘grotte pinte’ nelle quali i contadini un po’ frastornati qualche volta riparavano se stessi e il loro bestiame. Insomma Tarquinia giaceva proprio nel gran territorio cornetano dove il Cardinale, che era ambizioso e guerriero, forse sognava di fondare la sua Signoria.

Solo nel Settecento, Tarchna-Tarquinia riaprì i suoi tesori e rivelò i suoi segreti nascosti. Poi – quando dai suoi sepolcri dimenticati emersero all’improvviso figure eleganti e gioiose piene di colori e di vita, ceramiche decorate e gioielli di fattura strana e finissima, quando l’opaca cultura del tempo venne scossa fin dalle sue fondamenta e l’archeologia si trasformò in passione, avventura e romanzo, – a Corneto fu tutto un accorrere di rudi frugatori di tombe, di furbi mercanti antiquari, di avventurieri, di viaggiatori curiosi, di letterati sensibili e di studiosi entusiasti. Accadde così che, piano piano, la ruvida e turrita città degli orgogliosi cornetani finì col chiamarsi Tarquinia e, che col tempo, al Palazzo che avrebbe potuto diventare il cuore pulsante di una Signoria Vitelleschiana, venne attribuito l’inatteso aggettivo di ‘tarquiniense’. A buona ragione però.

foto-il-magistrato‘Tarquiniense’ a buona ragione, perché ora nelle sue scuderie al piano terreno i severi personaggi di pietra appartenuti alle grandi famiglie etrusche dei Camna, dei Pulena, degli Apatri, e dei Partunus, adagiati come vivi sui loro pesanti sarcofagi ben decorati, si scambiano ancora misteriosi sguardi d’intesa e forse, di notte, si dicono strane parole. E perché nelle grandi sale in cui, durante il Rinascimento, si aggirarono capitani di ventura, pontefici e dame, ora si affollano i visitatori intenti ad ammirare centinaia e centinaia di reperti archeologici. Da quelli Villanoviani che risalgono ai tempi in cui gli Etruschi ancora non si chiamavano Etruschi ai trionfali capolavori provenienti da Corinto, dall’Attica, dall’Egitto e dalla Fenicia, importati a caro prezzo ed esibiti nei loro palazzi dai magnati dell’antica Tarquinia e poi da essi gelosamente conservati nei propri sepolcri. Dalle collezioni di ceramiche prodotte nei laboratori di Tarchna, ora ordinatamente accatastate nei depositi sotterranei, ai buccheri, le armi, le monete, i gioielli, gli specchi, i balsamari, i lacrimatoi, le suppellettili e gli oggetti votivi. Dai grandi Cavalli Alati di terracotta che sembrano pronti a spiccare il volo alle pitture tombali asportate dalle necropoli che non sono solo nostre, ma anche Patrimonio dell’intera Umanità.

Del resto, i tramonti rossi e viola che un tempo perfino i Borgia ammirarono dai loggiati vitelleschiani sono, anch’essi, “Tarquiniensi”. Perché il mare in cui ogni sera il sole scompare davanti ai nostri occhi si chiama Tirreno in ricordo dell’eroe Tirreno, fratello di Tarchon che, in un magico giorno indicato dagli dei, fondò Tarchna-Tarquinia dalla quale, per noi, tutto nacque. Perfino questo mio raccontino un po’ strampalato.

“Ciao Mario, amico carissimo”

Poche parole frettolose, accorate e tristissime: ho appena appreso che Mario Santi – l’avvocato, ma per me solo Mario – non c’è più. Poche parole per confessare, sull’onda dell’emozione, che era lui l’amico antico e carissimo di cui parlavo nell’articolo “La Decima Croce”, riapparso su L’extra pochi giorni prima di Pasqua.

Un articolo dove, raccontando il percorso della nostra processione più amata, dicevo esattamente così: “In via XX settembre riabbraccio i miei amici più cari, quelli veri e profondi che mi furono spensierati complici nelle lievi cose giovanili e che ora mi sono fidati compagni in quelle più severe dell’età matura. Uno di questi (era Mario!) da sempre armato di una storica cinepresa, ogni anno documenta il nostro arrivo sul posto, sicché, nel suo prezioso e ormai più che trentennale archivio, tutti appariamo nelle varie fasi della vita, da quando eravamo giovani, belli, allegri ed arditi, fino ad ora che tanto giovani non siamo più – e nemmeno bellissimi – ma ancora arditi e spesso perfino anche allegri”.

Quest’anno, però, in questa gelidissima Pasqua un po’ strana, Mario in via XX settembre non c’era ad attenderci sorridente e quieto come sempre. In compenso, però, c’era suo nipote Giovanni, da lui personalmente (e ostinatamente!) incaricato di riprendere, con mezzi assai più moderni della sua cinepresa d’antan, il nostro arrivo festoso all’appuntamento.

Ora, ricordando con grande emozione il nostro malinconico “non incontro” pasquale, ho scritto tutto questo convinta che Mario sia andato “di là” portando con sé l’ordinato archivio dei suoi ricordi, in cui c’è la sua famiglia, che amava, ci sono tutti gli amici e, soprattutto, tutte le Processioni di Pasqua. E, con esse, tutta la Tarquinia più bella.

Carla, ti sono vicina.

Anna Alfieri