Storie e leggende sulla Sala degli Affreschi al Palazzo Comunale di Tarquinia

di Anna Alfieri

foto-3_-Fuga-di-Eugenio-IV-da-RomaIl Palazzo Comunale di Tarquinia presenta in modo esemplare le tre caratteristiche tipiche del Comune medievale italiano: l’arco della mercanzia sotto il quale si svolgevano a riparo delle intemperie i commerci quotidiani, la spettacolare scalinata costituita da 53 ripidi gradoni e la Loggia che era anche l’arengo che portava alla Camera dove si tenevano le riunioni consiliari e introduceva agli ambienti della Cancelleria. Sulla loggia e sulle scale si stipulavano i contratti privati. Quelli pubblici si stendevano formalmente nella Camera e nelle stanze ad essa adiacenti, dove i notai ed i cancellieri redigevano e trascrivevano instancabilmente verbali, atti e contratti.

Uno di questi ambienti, che nello scorrere dei secoli fu adibito ora a Cancelleria, ora a Sala Consiliare, ora ad emblematico atrio di rappresentanza, oggi è noto come Sala degli Affreschi.

Gli affreschi di questo emozionante salone celebrano, tramite il ricordo di eventi mitologici e storici, la nobiltà di Corneto, città primigenia, madre di Roma, sua fedele paladina e sua protettrice grazoe alle imprese guerresche del Cardinale Vitelleschi.

foto-1_-rientro-trionfale-di-Eugenio-IV-in-roma_-particolareAccanto alla grande storia che attraversa i millenni, le pitture del Palazzo raccontano anche una storia più piccola, quasi una cronaca, fatta di committenze e pagamenti, di incomprensioni, di ripicche, di ripensamenti e di drammi, minutamente documentati nelle raccolte degli Speculi , dei Mandati e dei Consigli conservati nell’Archivio storico della nostra città.

Le vicende degli “abbellimenti” iniziarono nel 1598, ma trovarono concretezza solo quando tre notabili cornetani, Fabio Fani, Pietro Cappetta e Baldassarre Latini, si impegnarono a sostenerne le spese in cambio dell’appalto cittadino di Macelleria. L’incarico fu affidato a Camillo Donati, capriccioso pittore maceratese, residente in Ronciglione che lavorò fin quasi alla fine di marzo del 1631 insieme al suo aiutante Domenico Taddei. Poi all’improvviso, abbandonò tutto e se ne andò.

Invano i Cornetani lo implorarono di fenire quella facciata che aveva lasciata imperfetta; e invano lo assicurarono che, se fosse tornato sarebbe stato trattato bene et accarezzato da tutti universalmente e che volentieri gli avrebbero baciato le mani.

Inutilmente – loro che avevano a lungo sparlato di lui e della sua sfacciata lentezza operativa – ammisero che mai se sia voluto dare l’incarico ad altro pittore, mai noi gli haveriamo fatto questo torto e inutilmente gli scrissero più volte: Vogliamo che solo lei fenischa e non altro. Venghi quanto prima allegramente et haverà tutte le soddisfazioni che lei desidera.

Il “Signor Camillo, puntiglioso pittore marchigiano ormai residente in Ronciglione, non tornò più.

I lavori vennero successivamente affidati a Giulio Giusti di Montefiascone che, al contrario dell’artista precedente, era bono et non lavattivo e furono pagati, nel 1636, con 45 scudi. Ma qui si inserisce il dramma che commosse l’intera città. Il denaro, che sarebbe stato consegnato al Giusti, in realtà era stato destinato dalla comunità al pagamento degli studi di Giulio Martellacci (i cui sospiri sembrano ancora oggi dolorosamente alitare tra le figure che affollano le pareti municipali), un promettente giovane di intelligenza chiara e speciale, che purtroppo, per poca fortuna seguita alla sua infermità, morì precocemente.

foto-2_-Cavalieri-vitelleschiani-al-rientro-di-Eugenio-IV-in-RomaAlla sua scomparsa, con 18 voti favorevoli e 2 contrari, fu deliberato che la somma raccolta venisse applicata in beneficio del Palazzo per fenire la pittura della Sala.

Con il tempo gli affreschi furono offuscati dalla polvere e devastati da oziosi che avevano prodotto guasti e mutilazioni. Perciò molto presto cominciò una serie di ritocchi, di ripuliture e di restauri.

Nel 1734, Mattia Gerardini ridipinse alcuni particolari e Lazzaro Nardeschi provvide ai cartigli con le iscrizioni esplicative degli avvenimenti rappresentati. Nel 1790, Luigi Tedeschi intervenne nuovamente sulle pitture e altrettanto fece nel 1798, Luigi Dell’Era. La caduta di un fulmine impose, nel 1824, ulteriori interventi e altri ritocchi furono eseguiti tra il 1980 e il 1981.

Gli affreschi sono ora chiaramente leggibili grazie all’opera di Roberto Ercolani e Vittorio Cesetti che li hanno restaurati nel periodo che va dal 1994 al 1996.

L’importanza di chiamarsi “Tarquiniense”

di Anna Alfieri

Il Museo Archeologico Etrusco di Tarquinia non si chiama affatto etrusco e nemmemuseono archeologico. Si chiama – come è scritto con semplicità e chiarezza nell’epigrafe posta sulla sua facciata – “Museo Nazionale Tarquiniense”. Quasi un ossimoro, strana parola che si riferisce all’accostamento di due vocaboli di senso contrario in contrasto tra loro. In questo caso l’ossimoro consiste nel fatto che il nostro grande Museo, custode di reperti storici ed artistici di importanza mondiale, viene definito Nazionale, ma contemporaneamente anche Tarquiniense, quasi fosse – e questa è l’antitesi – di dimensioni civiche modeste se non addirittura paesane.

Eppure questa definizione, voluta con forza nel 1916 dall’archeologo Giuseppe Cultrera della Reale Soprintendenza alle Antichità di quel tempo, è esatta e appropriata. Perché essa conferma che tutto quanto di intrigante, di suggestivo e soprattutto di culturalmente prezioso il nostro Museo contiene, tutto, ma proprio tutto, proviene esclusivamente da Tarquinia, dal suo territorio e dalla sua storia. A cominciare dal quattrocentesco Palazzo Vitelleschi che ogni meraviglia raccoglie e che, nella sua struttura architettonica, da solo racconta come in un libro di pietra, l’intero passato medievale della nostra città che prima si chiamava Corneto. Un libro in cui la torre Fani e le arcate possenti della fiancata che dà in via Mazzini testimoniano il Romanico e le trifore ricamate che si affacciano su piazza Cavour illustrano il Gotico, mentre il portale di marmo con lo stemma cardinalizio e il soprastante loggiato che si apre sul mare accennano al Rinascimento ormai incipiente.

Nell’ala più ombrosa e privata di questa dimora, Giovanni Vitelleschi incastonò una cappella e un’anticappella che fungeva da studiolo, entrambe affrescate. Le pitture dell’anticappella raccontano la storia antica di Lucrezia che, moglie romana dell’etrusco Tarquinio Collatino, si uccise dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del Superbo. Una vicenda crudele che, come scrive Tito Livio, offese e indignò i Romani e provocò la cacciata dei Tarquini dall’Urbe, la caduta della monarchia e la nascita della repubblica in Roma.

Nel commissionare questo ciclo pittorico, il nostro Cardinale intendeva esaltare solPalazzo Vitelleschi - Particolaretanto le virtù della pudicizia e dell’onestà coniugale simboleggiate da Lucrezia violata e suicida. Ciò nonostante, come folgorato dal Genius Loci tarquiniense che già allora magicamente invadeva ogni spazio del suo palazzo ancora in costruzione, e come spinto dalla sua suggestiva sensitività territoriale, volle per primo – e dico con emozione ‘per primo in Corneto’ – raffigurare proprio nello studiolo delle sue meditazioni l’immagine di due etruschi Tarquini, il Collatino e il Sesto, la cui famiglia proveniva dalla mitica Tarchna della quale, in paese, si era perso da tempo ogni memoria. Eppure quella magica Tarchna da secoli dormiva silenziosamente sepolta sotto uno strato di terra dorata costellata qua e là da tombe etrusche, scambiate per piccole e strane ‘grotte pinte’ nelle quali i contadini un po’ frastornati qualche volta riparavano se stessi e il loro bestiame. Insomma Tarquinia giaceva proprio nel gran territorio cornetano dove il Cardinale, che era ambizioso e guerriero, forse sognava di fondare la sua Signoria.

Solo nel Settecento, Tarchna-Tarquinia riaprì i suoi tesori e rivelò i suoi segreti nascosti. Poi – quando dai suoi sepolcri dimenticati emersero all’improvviso figure eleganti e gioiose piene di colori e di vita, ceramiche decorate e gioielli di fattura strana e finissima, quando l’opaca cultura del tempo venne scossa fin dalle sue fondamenta e l’archeologia si trasformò in passione, avventura e romanzo, – a Corneto fu tutto un accorrere di rudi frugatori di tombe, di furbi mercanti antiquari, di avventurieri, di viaggiatori curiosi, di letterati sensibili e di studiosi entusiasti. Accadde così che, piano piano, la ruvida e turrita città degli orgogliosi cornetani finì col chiamarsi Tarquinia e, che col tempo, al Palazzo che avrebbe potuto diventare il cuore pulsante di una Signoria Vitelleschiana, venne attribuito l’inatteso aggettivo di ‘tarquiniense’. A buona ragione però.

foto-il-magistrato‘Tarquiniense’ a buona ragione, perché ora nelle sue scuderie al piano terreno i severi personaggi di pietra appartenuti alle grandi famiglie etrusche dei Camna, dei Pulena, degli Apatri, e dei Partunus, adagiati come vivi sui loro pesanti sarcofagi ben decorati, si scambiano ancora misteriosi sguardi d’intesa e forse, di notte, si dicono strane parole. E perché nelle grandi sale in cui, durante il Rinascimento, si aggirarono capitani di ventura, pontefici e dame, ora si affollano i visitatori intenti ad ammirare centinaia e centinaia di reperti archeologici. Da quelli Villanoviani che risalgono ai tempi in cui gli Etruschi ancora non si chiamavano Etruschi ai trionfali capolavori provenienti da Corinto, dall’Attica, dall’Egitto e dalla Fenicia, importati a caro prezzo ed esibiti nei loro palazzi dai magnati dell’antica Tarquinia e poi da essi gelosamente conservati nei propri sepolcri. Dalle collezioni di ceramiche prodotte nei laboratori di Tarchna, ora ordinatamente accatastate nei depositi sotterranei, ai buccheri, le armi, le monete, i gioielli, gli specchi, i balsamari, i lacrimatoi, le suppellettili e gli oggetti votivi. Dai grandi Cavalli Alati di terracotta che sembrano pronti a spiccare il volo alle pitture tombali asportate dalle necropoli che non sono solo nostre, ma anche Patrimonio dell’intera Umanità.

Del resto, i tramonti rossi e viola che un tempo perfino i Borgia ammirarono dai loggiati vitelleschiani sono, anch’essi, “Tarquiniensi”. Perché il mare in cui ogni sera il sole scompare davanti ai nostri occhi si chiama Tirreno in ricordo dell’eroe Tirreno, fratello di Tarchon che, in un magico giorno indicato dagli dei, fondò Tarchna-Tarquinia dalla quale, per noi, tutto nacque. Perfino questo mio raccontino un po’ strampalato.

“Ciao Mario, amico carissimo”

Poche parole frettolose, accorate e tristissime: ho appena appreso che Mario Santi – l’avvocato, ma per me solo Mario – non c’è più. Poche parole per confessare, sull’onda dell’emozione, che era lui l’amico antico e carissimo di cui parlavo nell’articolo “La Decima Croce”, riapparso su L’extra pochi giorni prima di Pasqua.

Un articolo dove, raccontando il percorso della nostra processione più amata, dicevo esattamente così: “In via XX settembre riabbraccio i miei amici più cari, quelli veri e profondi che mi furono spensierati complici nelle lievi cose giovanili e che ora mi sono fidati compagni in quelle più severe dell’età matura. Uno di questi (era Mario!) da sempre armato di una storica cinepresa, ogni anno documenta il nostro arrivo sul posto, sicché, nel suo prezioso e ormai più che trentennale archivio, tutti appariamo nelle varie fasi della vita, da quando eravamo giovani, belli, allegri ed arditi, fino ad ora che tanto giovani non siamo più – e nemmeno bellissimi – ma ancora arditi e spesso perfino anche allegri”.

Quest’anno, però, in questa gelidissima Pasqua un po’ strana, Mario in via XX settembre non c’era ad attenderci sorridente e quieto come sempre. In compenso, però, c’era suo nipote Giovanni, da lui personalmente (e ostinatamente!) incaricato di riprendere, con mezzi assai più moderni della sua cinepresa d’antan, il nostro arrivo festoso all’appuntamento.

Ora, ricordando con grande emozione il nostro malinconico “non incontro” pasquale, ho scritto tutto questo convinta che Mario sia andato “di là” portando con sé l’ordinato archivio dei suoi ricordi, in cui c’è la sua famiglia, che amava, ci sono tutti gli amici e, soprattutto, tutte le Processioni di Pasqua. E, con esse, tutta la Tarquinia più bella.

Carla, ti sono vicina.

Anna Alfieri

Pasqua a Tarquinia: la Decima Croce

Cristo-Risorto-2011-003Alla vigilia della Pasqua, che a Tarquinia è soprattutto il trionfo del Cristo Risorto, riproponiamo un pezzo di Anna Alfieri del 2010, quando ancora L’extra usciva sulla carta: un’esperienza della Processione che dimostra anche come, nel tempo, anche alcune storie al suo interno cambino, con la presenza, oggi, di alcune ragazze anche tra coloro che, con in mano i lampioni o lo stendardo, partecipano da protagoniste all’evento tarquiniese per eccellenza.

Le nove croci trionfali della nostra processione del Cristo Risorto sono in realtà dieci. La decima croce – che è nata solo alla fine degli anni novanta e che io chiamo la Consolatrice, perché va a visitare i malati, o la Solitaria, perché è l’unica a farlo – ha lo strano destino di compiere il suo intero tragitto fuori delle mura cittadine. Infatti, sebbene inghirlandata di alloro e di fiori come le sue consorelle più antiche, non entra mai insieme ad esse nel centro storico del paese, ma aspetta il Signore fuori Porta Garibaldi, appoggiata alle mura castellane che in questo periodo sono punteggiate di erbe primaverili e ciuffi di viole di Pasqua.

Cristo-Risorto-2011-217Se osservata da lontano, visivamente sopraffatta dalla mole dei muri perimetrali che degradano da Porta Clementina e sembrano perdersi verso il mare e l’infinito, essa appare piccola e modesta. Eppure, non appena dal cuore della Città arriva – prima ovattato e poi assordante – un fragore di spari e di musica, si stacca dal muro e, alta e pesante, prende spavaldamente posto al centro della strada. Poi quando Lui, esaltato dalla sua raggiera dorata, finalmente emerge dal buio dell’arco con la forza di un’autentica resurrezione, essa comincia a camminare elegante, veloce, naturale e necessaria e Lo accompagna lungo viale Bruschi Falgari e viale Igea, fino all’Ospedale. Infine, visitati i malati, Lo precede sulla via del ritorno.

Ma, ecco la stranezza, giunta davanti all’invalicabile porta cittadina dalla quale era partita, la Solitaria si arresta, si ritrae e silenziosamente svanisce nel nulla senza che nessuno se ne accorga. Nemmeno il Signore che, inconsapevole della sua mancanza, rientra in Città per raggiungere le sue Croci più antiche: le tre di San Giuseppe, tra le quali c’è la Maggiore, e via via le altre sei appartenenti ad alcune chiese locali. L’incontro, che è spettacolare, avviene in fondo alla discesa del Mattonato e lì, proprio lì, in via XX settembre, si svolge anche un mio importante, immutabile, minuzioso e scaramantico rito personale. Perché lì, da tempo immemorabile, ritrovo ed abbraccio i miei amici più cari, quelli veri e profondi che mi furono spensierati complici nelle lievi cose giovanili e che ora mi sono fidati compagni in quelle più severe dell’età matura. Uno di questi, da sempre armato di una storica cinepresa, ogni anno documenta il nostro arrivo sul posto, sicché, nel suo prezioso e ormai più che trentennale archivio, tutti appariamo nelle varie fasi della vita, da quando eravamo giovani, belli, allegri ed arditi, ad ora che tanto giovani non siamo più – e nemmeno bellissimi – ma ancora arditi e spesso perfino anche allegri.

Scrivo tutto questo non per parlare di me, ma per spiegare meglio come – nel grande evento collettivo della Pasqua tarquiniese – si snodino, si intreccino e si tramandino di anno in anno tanti altri piccoli, affettuosi e precisi riti personali, familiari e amichevoli che, almeno per un giorno, riescono a sciogliere la nostra scontrosa spigolosità di cornetani superbi e pudichi. E, in fondo, è proprio in questo festivo scambio di sentimenti affettuosi apertamente espressi che consiste il valore forte e coesivo della nostra processione più grande. Strana processione che i forestieri, frastornati dalla pressione della folla, dagli spari dei cacciatori, dall’incalzare della musica, non riusciranno mai a comprendere del tutto. Né mai capiranno davvero come l’altro suo segno specifico consista in un’antica e pagana esplosione di primaverile virilità maremmana, nella quale le donne hanno solo il consapevole ed accettato ruolo di marginali spettatrici.

Non c’è infatti una donna – se non qualcuna mimetizzata nella banda musicale – che partecipi da protagonista all’evento. Non c’è la Madonna che, sempre presente nelle analoghe manifestazioni degli altri paesi, corra con passi lieti e leggeri ad abbracciare il Figlio Risorto. Non c’è una sola bambina vestita da angioletto che sparga petali di rose e non ci sono, nemmeno per sbaglio, le pie donne che, in duplice fila, aprono sempre i cortei religiosi. Non una delle fanciulline in fiore che durante la processione del Venerdì Santo sorreggono i simboli della Passione, e nemmeno la ragazzina dai capelli sciolti che, occhi rivolti al cielo, impersona il Nazareno sulla via del Calvario.

In compenso, c’è la statua di un Cristo trionfante, bello, robusto e virile perfino nello sguardo, gloriosamente portata a spalle da briosi uomini fieri e fortissimi. Ci sono cacciatori armati di fucile che sparano in aria. Ci sono più di trenta adrenalinici ed eretti portatori di “tronchi”, che hanno polsi di acciaio. Poi uomini in casacca azzurra che sorreggono lo stendardo della Confraternita di San Giuseppe, ed altri uomini, sempre vestiti d’azzurro, che inalberano sei strani lampioni, muovendoli a passo di marcia. Infine, un piccolo e mascolino drappello di Autorità religiose, civili e militari che giunge alla meta con il fiato con po’ grosso.

È un trionfo. Un trionfo dal sapore selvatico che trova il suo culmine quando, all’incedere ritmico delle croci coperte di fiori e di foglie, il Corso cittadino, illuminato dal mare che luccica da lontano, si trasforma in un bosco che cammina fendendo la folla. Ed è un trionfo ancora più grande quando, al suono delle campane a martello che spaventano gli uccelli torregiani, il Risorto – giunto al centro della piazza municipale – torna indietro per benedire la Città, la campagna ed il mare, prima di riprendere il suo percorso che lo ricondurrà alla Chiesa dalla quale era uscito e che ora, tra tanta gloria, sembra troppo piccola per contenerlo di nuovo.

Al tramonto, quando ormai tutto è compiuto e placato, io consapevolmente lascio che la folla, sballottandomi qua e là, mi allontani dai miei amici e torno a casa percorrendo viale Bruschi Falgari. Proprio come la Decima Croce, la Solitaria che, dopo aver partecipato a suo modo alla grande festa tarquiniese, sparisce silenziosamente nel nulla. All’insaputa di tutti.

Brividi gay & noir nella Tomba dei Tori

di Anna Alfieri

apollo belvedereLe cose scabrose che sto per raccontare – semmai avrò il coraggio di raccontarle fino in fondo – non sono tutte farina del mio sacco. Infatti alcune di esse, le prime, provengono direttamente dall’articolo di Nicola Imberti “Musei Vaticani in versione gay” che, apparso a tutta pagina nel novembre scorso sul quotidiano “Il Tempo”, è corredato dal seguente e necessario sottotitolo chiarificatore: “Un tour operator omosessuale organizza una visita ‘diversa’ tra i tormenti di Michelangelo e gli amori di Leonardo”.

Torso BelvedereIl pezzo comincia più o meno così: se diciamo che la statua di Apollo Belvedere conservata in Vaticano in realtà rappresenta un twink, cioè un gay delicato dalla pelle liscia e i capelli abboccolati, e che il poderoso Torso maschile anche lui in Vaticano raffigura un bear, cioè un omosessuale massiccio e nerboruto, possiamo anche dire tranquillamente che Michelangelo – omosessuale e fervente cattolico – nella figura del Cristo intorno al quale ruota l’intera rappresentazione del Giudizio Universale della Cappella Sistina, riunì consapevolmente il volto twink del primo e l’impressionante muscolatura bear del secondo.

Cristo MichelangeloDa queste premesse – continua l’articolo – il tour operator Alessio Virgilio ha tratto l’idea di offrire ai turisti “speciali”, che a suo parere scenderanno numerosissimi in Italia per l’Expo 2015, la gioia di una visita romana anch’essa speciale. Visita che, iniziando proprio dall’attenta e maliziosa contemplazione dell’Apollo e del celebre Torso, si snoderebbe piacevolmente tra le meraviglie nascoste dei Musei Vaticani e si concluderebbe con la trionfale visione della Sistina in SanGiovanniBattista_Leonardochiave un po’ osé. Luogo dove la guida potrebbe soffermarsi a parlare anche degli altri emozionanti capolavori un po’ gay non presenti in Vaticano: dei giovanetti ambigui e viziosi di certi quadri del Caravaggio, degli innumerevoli San Sebastiano che, dipinto seminudo qua e là nelle chiese, viene sempre trafitto da frecce gentili che non l’uccidono mai e, soprattutto, della ineffabile bellezza twink del San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci. Misteriosissimo ritratto che si trova al Louvre, ma non importa perché – dice il tour operator – in questo caso basta il pensiero.

A questo punto della lettura del giornale ho avuto un sussulto. Se le cose stanno così – ho pensato – in fatto di twink o di bear, Tarquinia ha la carta turisticamente vincente: la Tomba dei Tori. Non tanto per le fin troppo esplicite immagini omosessuali che ormai tutti conosciamo a memoria, quanto per i sottili brividi gay e noir provenienti dalla pittura ad esse sottostante che, gelida emozione, rappresenta l’agguato di Achille a Troilo.

Troilo (ramoscello di latte, leoncello giocoso sulle cui guance porporine brillava la luce dell’Eros) era il più giovane, il più bello, il più amato di tutti i figli di Priamo. E anche il più prezioso perché un oracolo aveva predetto che, se perfino lui fosse stato ucciso, le mura di Troia sarebbero crollate e la città sarebbe stata distrutta.

tomba_tori_tarquiniaNella tomba tarquiniese, Troilo è rappresentato come un morbido twink dalle membra affusolate e i lunghi capelli acconciati alla maniera ionica che, nudo, anzi vestito di un solo braccialetto sull’omero sinistro e un paio di stivaletti azzurri, si aggira a cavallo nel recinto del tempio di Apollo Timbreo guardando il tramonto. Dietro il muro di una fontana, però, c’è Achille che, astuto determinato e feroce, gli tende un agguato impugnando già la machaira dei sacerdoti-macellai, con la quale intende sgozzarlo e farlo a pezzi per provocare la caduta di Troia. La scena è ferma, quasi incantata, ma – come narra una delle tante e diverse versioni di quel magico incontro – subito dopo Achille, improvvisamente accecato dall’inattesa bellezza della sua vittima, lascia cadere la machaira e, acceso d’amore, regala al ragazzo due belle colombe. E poi lo possiede. Ma il suo abbraccio amoroso fu tanto possente e così pieno d’ardore che il tenero Troilo, che non aveva ancora vent’anni, ne morì stritolato.

La Tomba dei Tori, animali fecondatori, è uno dei monumenti preromani più misteriosi e affascinanti del mondo. Un sepolcro allusivo e inquietante sulle cui pareti, 2500 anni orsono, l’etrusco Arath Spuriana lasciò scritto il suo nome.

Ma chi era il tarquiniese Arath Spuriana? Un sacerdote che conosceva i misteri legati ai miti del Minotauro? O un ricco e colto proprietario terriero che attraverso la magia e l’esoterismo voleva assicurarsi la felice riproduzione del suo bestiame e l’ampiezza del raccolto nei suoi campi? Oppure, semplicemente, un omosessuale felice di sé?

Forse fu tutte queste cose messe insieme perché nel pensiero magico della notte dei tempi, nell’antichità agricola, l’omosessualità, per sua natura infeconda, aveva in sé un potere scaramantico “rovesciato” che, se dedicato agli dei con riti propizi, produceva la fertilità della terra e quindi la felicità del mondo.

Marguerite Duras e i cavallini di Tarquinia

di Anna Alfieri

Marguerite Duras (1914-1996): autrice cinematografica e scrittrMarguerite-Duras1 foto da bambinaice francese nata in Indocina tra le foreste tropicali e le immense pianure di fango e di riso nel delta del fiume Mekong. Marguerite – un tempo chiamata Nené – che quasi bambina amò con passione carnale e colpevole un ricco trentenne cinese e che su quell’amore scandaloso e proibito costruì il suo romanzo più audace, L’Amante, vincitore di un Premio Goncourt e meritevole di un bel film di Arnaud.

Marguerite, poi chiamata Margot, eroina della resistenza francese durante l’occupazione nazista. Marguerite, sfrenata e bellissima, espulsa dal Partito Comunista perché dissidente e immorale. Marguerite, ancora attraente e audace, sulle barricate sessantottine del Maggio Francese tra i giovani contestatori che scandivano i suoi slogan ormai diventati famosi nel mondo.

l_amant_1991_reference film di arnaudSì, Marguerite Duras, proprio Marguerite Duras che, negli anni ’50, venne a Tarquinia dove nessuno la vide o, per pudore, nessuno la volle vedere. Eppure a me – ragazzetta ingoffata nell’eterno grembiule nero di studentessa di una perbenista scuola di monache benedettine – a me, quella magnifica scrittrice capace di raccontare con parole speciali ogni tipo di estreme passioni, ma capace anche di dire che nessuna di quelle passioni avrebbe mai potuto guarirla dal male di vivere, a me, quella donna, sarebbe piaciuta. Perciò, ora che conosco molte più cose di lei, posso affermare con certezza che avrei davvero voluto vederla risalire il Corso, attraversare Piazza Cavour e calpestare il nostro selciato con le sue scarpine eleganti. Mi sarebbe piaciuto avere ancora impresso nella memoria il suo fascino: una miniatura di donna con gli occhi verdi e distanti da sfinge, con le labbra colorate di rosso cupo e lo smalto alle unghie. Una regina dell’erotismo in tailleur grigio e filo di perle, umorale e amorale, profumata di Chanel e di amori avvinghiati.

Comunque, se è vero che – a Tarquinia – Marguerite passò inosservata o non piacque, è altrettanto vero che a Marguerite la nostra città piacque moltissimo. Le piacquero, e lo scrisse, il sole che inondava le piazze e la brezza che invece rinfrescava le strade ombrose, le scompigliava leggermente i capelli e sollevava i bordi delle tovaglie bianche di un ristorante all’aperto. Le piacquero le tombe etrusche più allegre, quelle in cui giovani uomini dal corpo resistente e temprato dal sole e dal vento danzano in estasi, consapevoli dei misteri orientali che forse anche lei conosceva. Le piacquero le chimere, i leoni dalla lingua infuocata, i delfini, i tori, gli ippocampi, le leonesse e le pantere dalle mammelle gonfie, dipinte sulle pareti 8583703524_5c9f071d0cdorate dei vecchi sepolcri. Ma ciò che le piacque di più furono i cavallini rossi e neri della Tomba del Barone. Infatti, concluso il suo viaggio in Etruria, la scrittrice pose subito mano a un suo nuovo lavoro, Les petits chevaux de Tarquinia (I cavallini di Tarquinia), nel cui titolo e nel cui cuore continuamente aleggia il ricordo della nostra città. Uno strano, estenuante e difficile romanzo a volte sgradevole in cui si parla di un’estate priva di brezza, angosciata dalla noia e frustrata da tante tentazioni irrisolte, un’estate senza spostamenti emotivi e immersa in un quotidiano e insopportabile snodarsi del nulla. Tutto accade in un luogo opprimente situato tra la Toscana e la Liguria dove qualcosa di opaco impedisce di respirare e dove perfino i platani muoiono senza che nessuno capisca il perché. Poi, all’improvviso, e solo nelle ultime righe spossanti, avviene la svolta che dà senso e valore esistenziale e letterario all’intero racconto e sostanzia il suo titolo.  “Per non impazzire – dice infatti, a sorpresa, qualcuno – bisogna tornare a Tarquinia e rivedere i suoi cavallini che sono belli come non si sa cosa”.

C’est une bonne idée, Tarquinia! Vous allez voir ces petits chevaux des tombes étrusques. Il sont beaux comme je ne sais pas quoi. Et tous recommencent à parler d’autres vacances faites, de nuits fraîches et de vent. Elle espérait que cette nuit-là, la pluie arriverait, et elle s’endormit très tard, dans cet espoir. “E’ una buona idea, Tarquinia”!

Ed ecco che al solo evocare i suoi cavallini, les petits chvaux de Tarquiniatutti ricominciano a sorridere a parlare di vacanze felici, di notti fresche e di vento rigeneratore. E perfino le foglie dei platani morti ricominciano a fremere.

Tarquinia e i quattro inglesi con un libro in tasca

David_Herbert_Lawrence_1di Anna Alfieri

Etrusca

L’etrusca danzante, da un lucido di Carlo Ruspi (1786-1863)

Nella tarda primavera del 1842, quasi in pellegrinaggio, giunse a Tarquinia, che allora si chiamava Corneto, il Console britannico George Dennis (1814-1898), viaggiatore instancabile e vibrante archeologo. Il quale, prima di intraprendere quel viaggio per lui definitivo e favoloso, aveva già raccolto dai classici greci e latini, dai grammatici del Medioevo, dai settecenteschi frugatori di tombe e dai mercanti antiquari dell’Ottocento tutte le notizie che direttamente o indirettamente riguardavano il mondo etrusco della nostra città. Ciò nonostante, quando realmente si immerse in Tarquinia, luogo sacro della sua mitologia interiore, rimase abbagliato.

Abbagliato dal volo antico degli uccelli nel  cielo azzurrissimo, dai campi morbidi ed erbosi nei quali si aprivano le bocche dei sepolcri dipinti e dal pulviscolo di macco dorato che tutto includeva. Abbagliato, soprattutto, dalla forza selvaggia del nostro paesaggio, che “raccoglieva in sé ogni segno della storia, come se rocce, vegetazione, rovine antiche e abituri moderni, subendo l’usura del tempo, fossero venuti a raccogliersi a poco a poco nel grembo della natura. Talché non si sapeva più se questa o quella pietra fosse stata sollevata dai costruttori moderni, dagli uomini dell’età di mezzo, dai mitici Titani o da Dio”. Sull’onda di questa esaltazione, il Console Dennis scrisse un libro che sarebbe diventato famoso: The Cities and Cemeteries of Etruria (Città e necropoli etrusche), che piacque molto agli inglesi, la cui passione archeologica si spostò dalle gelide aule dei musei neoclassici agli spazi aperti delle nostre terre assolate e si trasformò in avventura romantica, colta e curiosa, appena spruzzata di humour.

Fu così che, portando con sé il libro di Dennis, nel 1923 giunse a Tarquinia, alla ricerca di un magico tempo perduto, un altro inglese speciale: Aldous Leonard Huxley (1894-1963), un intellettuale di rango, ancora huxleyoggi considerato un leader indiscusso del pensiero moderno. E,  anche lui, come Dennis, dopo aver visitato Tarquinia scrisse un romanzo: Those barren leaves (Foglie secche), il cui protagonista, Cardan, in fuga da un mondo in cui il progresso aveva annientato ogni senso di civiltà spirituale, ritrovò tra gli Etruschi l’antica innocenza del tempo passato: “un mondo felice di una sua felicità naturale, non ancora imbrigliata dalla ragione e dalla morale che hanno prodotto l’infelicità del genere umano”. Nel brano più emblematico del libro, Huxley collocò i suoi personaggi in una tomba di Tarquinia che nella realtà non esiste ma che, per un gioco  della sua fantasia, riassumeva in sé tutte le immagini “traslucenti e carnose” della nostra necropoli. “Qui – concluse l’autore – gli Etruschi furono felici perché conoscevano il segreto del vivere armonioso e completo con tutto il loro essere. Invece il Cristianesimo ci ha imbarbarito nell’anima e ora la scienza ci sta imbarbarendo nell’intelletto”. Del resto, qui “rise” l’Etrusco guardando la marina. Così avrebbe detto più tardi anche Vincenzo Cardarelli che inglese davvero non era.

Lawrence a Tarquinia, acquerello di Brian Mobbs

Lawrence a Tarquinia, acquerello di Brian Mobbs

Quando nell’aprile del 1927 giunse a Tarquinia, David Herbert Lawrence, scrittore britannico sensitivo e sensuale, portava con sé, anche lui, un libro fatato, cioè il romanzo ancora in forma di manoscritto del suo amico Huxley. Di Tarquinia, “cittadina di pietra dove le ere si accavallano” Lawrence assorbì subito “la quiete di quelle calde giornate e la vergine essenza della campagna splendente di verde primaverile”. Poi, attraversando i campi “pieni di anemoni color malva, di chiazze di verbena, ciuffi di camomilla e grappoli di giacinti azzurri” scese nelle tombe. Qui le scene dipinte gli apparvero “naturali come la vita stessa in una purezza di significati densa ed arcaica”. Qui “i personaggi avanzavano con i lunghi piedi calzati di sandali tra piccoli ulivi, muovendosi veloci e pieni di brio fino alla punta delle dita”. E qui a lui l’universo tarquiniese sembrò “vivo e vibrante, come un’unica grande creatura che fremeva tutta”. “Qui – scrisse Lawrence – il cielo inspirava l’etrusco nel suo azzurro, lo inalava, lo assorbiva e lo trasformava prima di effonderlo ancora. Qui c’erano le fiamme dentro la terra”. E come avevano già fatto Dennis e Huxley, anche Lawrence scrisse un libro: Etruscan Places (Paesi Etruschi), forse il più bello di tutti.

Il londinese Brian Mobbs, pittore (biondo era e bello e di gentile aspetto), giunse per la prima volta nella nostra città alla fine degli anni ’50 e anche lui, da buon viaggiatore inglese, aveva con sé un utile libro da leggere, quello di Lawrence. Un libro che, avvicinandosi in treno alla nostra città, leggeva e rileggeva rigo

Brian Mobbs, foto di Guido Sabbatini

Brian Mobbs, foto di Guido Sabbatini

per rigo interrompendosi solo per guardare il paesaggio che gli scorreva davanti agli occhi. “Da Civitavecchia – scriveva infatti Lawrence – Tarquinia è la stazione successiva. Una ventina di chilometri attraverso la campagna pianeggiante della Maremma, con il mare sulla sinistra e a destra il grano verde che cresce orgoglioso e l’asfodelo che protende i suoi steli appuntiti”. “Presto – continuava lo scrittore – scorgemmo Tarquinia con le sue torri svettanti come antenne su un basso promontorio roccioso a pochi chilometri dall’entroterra”. A questo punto, come Lawrence aveva già fatto prima di lui, Mobbs, scese dal treno e salì su un autobus blu e color crema. “Dalla stazione l’autobus fa presto ad andare su – continuava infatti Lawrence –, s’infila in volata nella porta, fa una rapida giravolta nella piazza e si blocca in uno spiazzo scarno che sembrava senza pretese. Ma a destra c’è un caffè sopra i bastioni e a sinistra un palazzo di pietra, una costruzione incantevole che ora è Museo Nazionale.

Qui i due inglesi, uguali e diversi ma cronologicamente asimmetrici, si separarono. Nel ’27 Lawrence, dopo aver girovagato qua e là fiutando cose antiche nell’aria, s’infilò in Via Umberto I per raggiungere la locanda di Gentili in via Cesare Battisti. Invece, negli anni ’50, Mobbs risalì il Corso, poi voltò a destra alla ricerca di Isauro Pontani che in via Garibaldi aveva una casa e un giardino con un campetto di bocce, proprio lì dove ora sorge una banca. Pochi giorni dopo, Lawrence ripartì vagheggiando un nuovo viaggio a Tarquinia, un savage pilgrimage, un pellegrinaggio selvaggio per “etruschizzasi un po’”. Mobbs invece, risucchiato dal sole grande della Maremma, rimase per sempre con noi.

Ora possiamo incontrarlo in piazza d’Erba dove, nel cuore turrito della nostra città, si apre il suo studio. Per lui la Maremma è un giardino che richiama l’Unico Giardino, quello dell’Eden perduto. Perciò i fili d’erba, le spighe, i cardi, i boschi, i fiori, le luci, le ombre, le acque, short hands, nei suoi quadri sono in realtà nostalgie. Meditazioni su quel tempo fatato d’inizio vagheggiato da Dennis, Huxley e Lawrence, tempo immacolato in cui, lontani da questo secolo devastante e irrequieto, anche noi, come gli Etruschi eravamo natura.