Tarquinia Lido in musica: dal primo luglio ripartono i mercoledì del Gravisca

gravisca 2014(f.e.) Gravisca 2015, ha inizio lo spettacolo. Dal 1 luglio riparte la movida tarquiniese. A presentare il tutto è The Voice Ilias, la voce più conosciuta delle notti tirreniche.

“Eccoci qua per il quinto anno consecutivo ad impegnarci a regalare un’estate da ricordare a tutti gli amici che verranno ad allietarci con la loro presenza ogni mercoledì sera. È stato un inverno di ricerche per assemblare il mix giusto di tutti gli ingredienti che ci possano permettere di ripeterci e se possibile di migliorarci”. Queste le novità. “La prima piacevole sorpresa è quella del calendario. Avremo un mercoledì in più, le serate da 8 passeranno a 9, riuscendo a coprire l’intera stagione estiva. Le nostre notti saranno come al solito l’una diversa dall’ altra, ma sempre con lo stesso obiettivo: far trascorrere una serata di relax, piacere e puro divertimento. Ci siamo chiesti come fosse possibile migliorare un evento che negli ultimi anni ci ha visto crescere in maniera esponenziale raggiungendo obbiettivi che nemmeno sognavamo. Abbiamo arricchito il calendario con esibizioni di artisti noti nella riviera tirrenica; naturalmente assicurate le notti più gettonate tipo la NIGHT COLLECTION, per scoprire le altre bisognerà essere solamente presenti. Abbiamo voglia di stupire, di riassaporare il gusto dell’estate, di confonderci e miscelarci tra centinaia di persone di tutte le età che avranno voglia di unire la loro energia con la nostra”.

Tutti i mercoledì il Gravisca pullulerà di giovani. “È diventato un appuntamento importante, naturalmente tutto ciò ci onora e ci rende orgogliosi ed è per questo che cercheremo di assicurare uno show di altissimo livello ad ogni evento”. L’organizzazione è sempre la stessa ed è capitanata da Germana e Fiorella, con in cabina di regia The Voice Ilias e l’Alterego Sound Label, composto dal dj Luca Gee e lj e visual art Marco Mariani. “Auguriamo un’estate piena di serenità e divertimento ricordandovi che vi aspetteremo sorridenti e a braccia aperte ogni mercoledì, perché il Mercoledì è Gravisca”.

Tarquinia Lido, cosa dice l’ordinanza che sospende la nuova viabilità?

ORDINANZA-sospensione_viabilita_tarquinia_lido(s.t.) Se dal Lido ed in generale dalla cittadinanza arriva un sospiro di sollievo per la sospensione dell’ordinanza sulla rivoluzione della viabilità a Tarquinia Lido, non cessano nemmeno dopo lo stop al provvedimento le polemiche su quanto sperimentato – in via evidentemente fallimentare – in queste poche settimane.

A riaccendere il fuoco della discussione è, infatti, proprio l’ordinanza di sospensione, che nel proprio testo non soltanto sottolinea con evidenza tutti i difetti della nuova viabilità – “a ridosso dell’inizio della stagione estiva crea notevoli difficoltà di recepimento da parte dell’utenza della strada – recita letteralmente il documento a firma del comandante della polizia locale, Mauro Bagnaia – e rilevato che allo stato attuale l’apposizione della segnaletica non risulta del tutto ultimata e che in alcune zone l’attuale genera confusione negli utenti della strada” – ma svela anche un dettaglio sfuggito ai più e relativo al famigerato “nuovo corso” della disciplina stradale del Lido. A quanto si apprende dall’ordinanza, infatti, il provvedimento che prevedeva l’introduzione dei sensi unici e dei divieti di sosta è del 12 aprile 2013: vecchio, insomma, di oltre due anni. Immediate le riflessioni a corredo: perché attendere tutto questo tempo e poi introdurre le nuove regole proprio all’inizio della stagione, con tutti i disagi che lo stesso comandante riporta? Senza considerare che anche quei “bug” riscontrati in questi giorni ed imputati ad una fase di rodaggio – primi tra tutti i disagi concomitanti al mercato della domenica – appaiono, alla luce dei due anni di studio prima dell’applicazione, meno giustificabili.

Viabilità rimandata a settembre, quindi, e ci sarà da capire – come avveniva con gli esami di riparazione, se ci sarà un’eventuale, definitiva bocciatura o se si procederà ad una linea più dolce e progressiva nell’applicazione dei provvedimenti rispetto a quella tentata, senza successo, in questo giugno.

Resta fermo e pesante come un macigno, però, il fallimento di inizio estate, il cui più evidente simbolo sono i tantissimi segnali stradali installati in fretta – eccessiva, per ammissione della stessa ordinanza di sospensione, e causa di confusione – per regolare la nuova viabilità. Quali e quanti i costi per tali interventi, si chiede la cittadinanza sui social network. E quale sarà l’aggravio per le casse comunali ora che bisognerà procedere alla (temporanea?) rimozione – o quantomeno copertura – di tutta la nuova segnaletica?

Al Palazzo delle Esposizioni fino all’autunno David LaChapelle

di Francesco Rotatori

David-LaChapelle-The-Deluge-2006-dettaglio-1024x795Le sue composizioni giocano con la cultura contemporanea e i nostri feticci trascinati in un ambito postmoderno di stampo citazionistico, basti pensare alla sua personale rilettura del Venere e Marte di Botticelli con Naomi Campbell assunta nel ruolo della dea dell’amore: parliamo di David La Chapelle, cui il Palazzo delle Esposizioni di Roma dedica una retrospettiva che accompagnerà l’estate della capitale fino al 13 di settembre, DAVID LA CHAPELLE. DOPO IL DILUVIO.

All’incirca cento le opere esposte del fotografo scoperto dal Pop artist Andy Warhol e che ha fatto la sua fortuna lavorando per Interview Magazine- la rivista alla quale fu destinata la sua primissima commissione-, Vogue, Vanity Fair e realizzando edizioni a tiratura limitata di cataloghi di sue opere che si caratterizzano già per un approccio trasognante, fantasioso, di ispirazione surrealista introdotto da uno sguardo al contemporaneo: l’apprezzato Heaven to Hell mostrava in copertina l’onirica trasposizione della Pietà michelangiolesca nell’abbraccio tra Kurt Cobain e la caritatevole Courtney Love.

L’ascendenza michelangiolesca si evidenzia anche in questa mostra e il fil rouge dell’ultimo operato dell’artista è costituito dalla Cappella Sistina cui David ha avuto la possibilità di accedere nel 2006. Le imponenti e traviate figure dalla vigorosa muscolatura ne hanno così attratto l’espressione da aver posto la domanda di poter pensare il Diluvio Universale, che nella costruzione in Vaticano figura proprio al centro della fascia di narrazione nella volta, in una nuova versione, un’importante evoluzione nella sua ricerca artistica: la monumentale serie The Deluge risulta essere un esperimento che per la prima volta allontana dalla moda La Chapelle e che viene espressamente pensato per l’allestimento museale. Ciò è forse da credersi anche nella volontà di distaccarsi, nella vita privata, dallo star system hollywoodiano e preferire i paradisi incontaminati.

In queste fotografie, difatti, gli emblemi del nostro tempo, dagli avambracciDavid-LaChapelle-deluge_Plate30 tatuati al Mc Donald’s, dall’ossessione per la perfetta forma fisica alle ultime mode, sono travolti dall’acqua concepita come elemento purificatore in grado di riportare l’umanità a quel suo stato primigenio, unico e insondabile paradiso delle origini cui si può riattingere solamente stravolgendo l’ordine del mondo costituitosi.

Accanto, le foto di centrali nucleari al tramonto o ritrasposte su panorami marini. E’ come se David ci ammonisse, mostrandoci contemporaneamente un “prima” in cui è l’uomo a dominare e un “dopo” dove ogni entità è sopraffatta dal titanico mondo naturale in rivolta: attraverso immagini terribili della classicità rilette dal suo occhio La Chapelle non scherza, ci regala un monito, quasi avesse ricevuto dall’incontro con Michelangelo una folgorazione.
Quella stessa folgorazione che ha avuto qualunque artista abbia tentato di sfiorare la terribilità del nostro genio fiorentino.

Paolo Lattanzi: gli acquerelli in mostra a Tarquinia sino al 21 giugno

di Anna Maria Vinci

PaoloLattanziGli acquerelli di Paolo Lattanzi in mostra nella Sala D. H. Lawrence di via Umberto I. Torna nella cittadina etrusca la Personale del noto pittore ed incisore romano, fino al 21 giugno nella sala Lawrence si potrà percorrere il diafano itinerario insieme allo straordinario artista. L’iniziativa è a cura della Lestra.

Il viaggio è connaturale a Lattanzi, vera linfa vitale del suo spirito creativo, diventa musa ispiratrice. E’ singolare osservare come abbia infatti saputo cogliere della cittadina etrusca-medievale , gli angoli, le architetture più care ai tarquiniesi. È quasi il luogo, la sua peculiarità, è lo spiritus loci, ad attirare l’artista, che con maestria inimitabile, riesce a riprodurre atmosfere, suggestioni, con quelle sfumature che solo un grande acquarellista è in grado di proporre all’occhio che cerca nell’opera quell’emozione che vorrebbe durasse in eterno. Nell’ottica di un inesausto viaggiatore , Lattanzi, non proporrà nel suo itinerario artistico soltanto la cittadina e le sue meraviglie, ma anche marine, scorci paesaggistici ed architettonici , come dei notturni, di altre località visitate.

Difficile raccontare la straordinarietà dei suoi acquerelli, mai scontati, mai ripetitivi, Lattanzi scopre ogni volta un oggetto nuovo, ne mantiene la forma, ma lo trafigge con una destrutturante magia delle sfumature. Le case, i vicoli, gli antichi palazzi, le marine, acquisiscono grazie alla sua sapienziale bravura nuovi contorni, una nuova primigenia e intoccata natura, quasi che mai piede di uomo avesse sfiorato quell’ambiente, o se l’ha fatto, vedi i particolari delle finestre e dei balconi, i panni stesi e tanto altro, Lattanzi lo stempera, quasi a ritrarre un’umanità che esiste, ma che non fa rumore, è celata nelle abitazioni, oppure semplicemente sta osservando la sua storia in un correlativo oggettivo che si ripete, senza mai che traspaia la nudità dell’uomo moderno, dimentico di una sua ancestrale fusione con il tutto.

Memorial Gabriele Piva: stasera il calcio d’inizio

Ciao Sghenghi,
MemorialPivaho impiegato un sacco di anni per vivere con animo più sereno e meno triste il torneo che ricordava Fabrizio: le prime volte era un macello, poi via via il tempo ha fatto in modo che la sofferenza per un ricordo così vicino diventasse piacere di poterlo condividere assieme a parenti ed amici. Sino allo scorso anno, quando viverlo per l’ultima volta ha di nuovo rimesso in moto tanta malinconia.

C’eri pure te, il 29 luglio dell’anno scorso: avevi rotto le scatole tutto il pomeriggio a Emiliano Ferri e me per stampare una targa da regalare a Peppe Moncelsi ed eri venuto alla Lanterna a consegnargliela. In fondo, non avresti mai potuto mancare.

Poi sei rimasto a chiacchierare con Gino e Tiziana sino a non so che ora – io sono andato via tardi e te ancora stavi lì – ricordando storie, aneddoti e personaggi di tutti gli anni spesi tra partite e tornei. Nomi, tanti nomi, soprattutto: e questa era proprio una cosa tutta tua. Quella di conoscere un sacco di persone, ricordarle, riderci e farle ridere: per tutti avevi un ricordo, un legame, qualcosa di cui parlare, fosse anche solo un amico in comune in qualche paesetto del viterbese.

Di tornare con l’animo a quei 29 luglio di più di dieci anni fa avrei volentieri fatto a meno. Ma quando Fabrizio Ercolani mi ha detto che avrebbe voluto organizzare un torneo per ricordarti, ho pensato che forse non c’era modo migliore per farlo. Stasera, perciò, cominciamo, nel giorno del tuo compleanno. La squadra tua e la mia sono in due giorni diversi, per cui almeno per un po’ potrai fare il tifo per me: di sicuro ti saresti divertito, come ti sei divertito in tutti quegli anni su quei campi.

A tutti noi, invece, continuerai a mancare: forse in questi giorni di minuti di silenzio ed applausi meno di quanto non accada tutti i giorni, passando davanti al bar, rivivendo in solitudine e nella mente – qualche volta in maniera improvvisa – momenti del passato con te. E siccome è passato ancora così poco tempo, quando succede è brutto, perché subito dopo la testa capisce che resterà solo un ricordo. Però, per fortuna, ce ne hai regalati così tanti – e spesso divertenti – che nonostante tutto ci aiuti ancora a farci una risata.

A stasera Frate’

Stefano

Ps: perdonami sin da ora se stasera mentre giochiamo mi arrabbierò, ma arbitra Ercolani e te meglio di chiunque sai quanto può essere dispettoso.

Poussin e Dio: al Louvre le tele sacre del maestro barocco

di Francesco Rotatori

1665-2015: 350 sono gli anni trascorsi dalla morte del magnifico Nicolas Poussin(1594-1665), maestro del Barocco francese che attraverso le sue tele ha anticipato gli esiti dell’arte ottocentesca, scavalcando quasi duecento anni di storia e di ricerca.

Fino al 29 giugno il Museo del Louvre gli dedica un’appassionata retrospettiva, POUSSIN ET DIEU, nella Sala Napoleonica, curata da Nicolas Milovanovic e Mickael Szanto i quali hanno inteso sottolineare l’estrema novità della pittura sacra dell’artista che, partendo come i migliori da stilemi raffaelleschi (il Louvre ha qua temporaneamente trasferito la Belle Jardinière dell’Urbinate evidenziandone l’importante ascendenza esercitata sulla sua scuola), ha inteso scardinare le ripetitive articolazioni del primo Seicento alla luce di una Poussingrande profondità di riflessione. L’intento dei curatori è di rivalutare la produzione di tematica religiosa che la storia dell’arte ha sempre provveduto a retrocedere rispetto a quella profana, nella quale è stata letta un’importante acquisizione della classicità a partire da modelli antichi e archeologici.

Se infatti la grande pittura di storia ha avuto proprio in Poussin uno dei massimi cantori, anche la religiosità non è da meno: la serie dei Sacramenti– ora divisa tra la National Gallery of Art di Washington e il Bevoir Castle di Grantham- non solo evoca i principali trascorsi dell’umana vita all’interno del filone di Controriforma cattolica, ma soprattutto è da rileggersi nell’ottica dell’influenza che la figura del maestro ebbe su Stella, Bourdon e l’intiera tradizione che dagli anni di Luigi XIII conduce a quelli tragici di Luigi XVI e rivoluzionari di Luigi XVIII.

3934232155_3dc23b1ca6Così come nel ciclo delle Stagioni, suo lascito e ultima riflessione sul destino ineluttabile dell’uomo, è impossibile distinguere in La primavera o Il paradiso terrestre la concretezza sensibile del paesaggio lussureggiante dall’immateriale presenza del noema religioso, che vi aleggia al pari della figura del Creatore, posto tra le nubi in alto a destra.

E infine è necessario indicare in Eliezer e Rebecca non tanto l’incontro biblico trascritto alla maniera dell’artista, che qui realizza un bassorilievo di alta levatura e raffinatezza cromatica, quanto il tentativo di porsi al di sopra della semplice enucleazione di elementi presupposti che aveva fino ad allora spadroneggiato nell’iconografia.

Come è possibile non innamorarsi poi della resa pittorica dei capolavori esposti? Lo stesso Poussin avrebbe detto: “Il disegno è lo scheletro di ciò che hai intenzione di fare, il colore è la carne”. Un colore che indomito regna, vincendo sulle diffide e i discrimini che la storia dell’arte pone a volte a se stessa, riscoprendo poi solo in tempi successivi i limiti assiomatici del suo filtro selezionatore.

L’importanza di chiamarsi “Tarquiniense”

di Anna Alfieri

Il Museo Archeologico Etrusco di Tarquinia non si chiama affatto etrusco e nemmemuseono archeologico. Si chiama – come è scritto con semplicità e chiarezza nell’epigrafe posta sulla sua facciata – “Museo Nazionale Tarquiniense”. Quasi un ossimoro, strana parola che si riferisce all’accostamento di due vocaboli di senso contrario in contrasto tra loro. In questo caso l’ossimoro consiste nel fatto che il nostro grande Museo, custode di reperti storici ed artistici di importanza mondiale, viene definito Nazionale, ma contemporaneamente anche Tarquiniense, quasi fosse – e questa è l’antitesi – di dimensioni civiche modeste se non addirittura paesane.

Eppure questa definizione, voluta con forza nel 1916 dall’archeologo Giuseppe Cultrera della Reale Soprintendenza alle Antichità di quel tempo, è esatta e appropriata. Perché essa conferma che tutto quanto di intrigante, di suggestivo e soprattutto di culturalmente prezioso il nostro Museo contiene, tutto, ma proprio tutto, proviene esclusivamente da Tarquinia, dal suo territorio e dalla sua storia. A cominciare dal quattrocentesco Palazzo Vitelleschi che ogni meraviglia raccoglie e che, nella sua struttura architettonica, da solo racconta come in un libro di pietra, l’intero passato medievale della nostra città che prima si chiamava Corneto. Un libro in cui la torre Fani e le arcate possenti della fiancata che dà in via Mazzini testimoniano il Romanico e le trifore ricamate che si affacciano su piazza Cavour illustrano il Gotico, mentre il portale di marmo con lo stemma cardinalizio e il soprastante loggiato che si apre sul mare accennano al Rinascimento ormai incipiente.

Nell’ala più ombrosa e privata di questa dimora, Giovanni Vitelleschi incastonò una cappella e un’anticappella che fungeva da studiolo, entrambe affrescate. Le pitture dell’anticappella raccontano la storia antica di Lucrezia che, moglie romana dell’etrusco Tarquinio Collatino, si uccise dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del Superbo. Una vicenda crudele che, come scrive Tito Livio, offese e indignò i Romani e provocò la cacciata dei Tarquini dall’Urbe, la caduta della monarchia e la nascita della repubblica in Roma.

Nel commissionare questo ciclo pittorico, il nostro Cardinale intendeva esaltare solPalazzo Vitelleschi - Particolaretanto le virtù della pudicizia e dell’onestà coniugale simboleggiate da Lucrezia violata e suicida. Ciò nonostante, come folgorato dal Genius Loci tarquiniense che già allora magicamente invadeva ogni spazio del suo palazzo ancora in costruzione, e come spinto dalla sua suggestiva sensitività territoriale, volle per primo – e dico con emozione ‘per primo in Corneto’ – raffigurare proprio nello studiolo delle sue meditazioni l’immagine di due etruschi Tarquini, il Collatino e il Sesto, la cui famiglia proveniva dalla mitica Tarchna della quale, in paese, si era perso da tempo ogni memoria. Eppure quella magica Tarchna da secoli dormiva silenziosamente sepolta sotto uno strato di terra dorata costellata qua e là da tombe etrusche, scambiate per piccole e strane ‘grotte pinte’ nelle quali i contadini un po’ frastornati qualche volta riparavano se stessi e il loro bestiame. Insomma Tarquinia giaceva proprio nel gran territorio cornetano dove il Cardinale, che era ambizioso e guerriero, forse sognava di fondare la sua Signoria.

Solo nel Settecento, Tarchna-Tarquinia riaprì i suoi tesori e rivelò i suoi segreti nascosti. Poi – quando dai suoi sepolcri dimenticati emersero all’improvviso figure eleganti e gioiose piene di colori e di vita, ceramiche decorate e gioielli di fattura strana e finissima, quando l’opaca cultura del tempo venne scossa fin dalle sue fondamenta e l’archeologia si trasformò in passione, avventura e romanzo, – a Corneto fu tutto un accorrere di rudi frugatori di tombe, di furbi mercanti antiquari, di avventurieri, di viaggiatori curiosi, di letterati sensibili e di studiosi entusiasti. Accadde così che, piano piano, la ruvida e turrita città degli orgogliosi cornetani finì col chiamarsi Tarquinia e, che col tempo, al Palazzo che avrebbe potuto diventare il cuore pulsante di una Signoria Vitelleschiana, venne attribuito l’inatteso aggettivo di ‘tarquiniense’. A buona ragione però.

foto-il-magistrato‘Tarquiniense’ a buona ragione, perché ora nelle sue scuderie al piano terreno i severi personaggi di pietra appartenuti alle grandi famiglie etrusche dei Camna, dei Pulena, degli Apatri, e dei Partunus, adagiati come vivi sui loro pesanti sarcofagi ben decorati, si scambiano ancora misteriosi sguardi d’intesa e forse, di notte, si dicono strane parole. E perché nelle grandi sale in cui, durante il Rinascimento, si aggirarono capitani di ventura, pontefici e dame, ora si affollano i visitatori intenti ad ammirare centinaia e centinaia di reperti archeologici. Da quelli Villanoviani che risalgono ai tempi in cui gli Etruschi ancora non si chiamavano Etruschi ai trionfali capolavori provenienti da Corinto, dall’Attica, dall’Egitto e dalla Fenicia, importati a caro prezzo ed esibiti nei loro palazzi dai magnati dell’antica Tarquinia e poi da essi gelosamente conservati nei propri sepolcri. Dalle collezioni di ceramiche prodotte nei laboratori di Tarchna, ora ordinatamente accatastate nei depositi sotterranei, ai buccheri, le armi, le monete, i gioielli, gli specchi, i balsamari, i lacrimatoi, le suppellettili e gli oggetti votivi. Dai grandi Cavalli Alati di terracotta che sembrano pronti a spiccare il volo alle pitture tombali asportate dalle necropoli che non sono solo nostre, ma anche Patrimonio dell’intera Umanità.

Del resto, i tramonti rossi e viola che un tempo perfino i Borgia ammirarono dai loggiati vitelleschiani sono, anch’essi, “Tarquiniensi”. Perché il mare in cui ogni sera il sole scompare davanti ai nostri occhi si chiama Tirreno in ricordo dell’eroe Tirreno, fratello di Tarchon che, in un magico giorno indicato dagli dei, fondò Tarchna-Tarquinia dalla quale, per noi, tutto nacque. Perfino questo mio raccontino un po’ strampalato.