Butteri e ferlenghi

Riceviamo e, divertitamente, pubblichiamo

Egregia Redazione,

buttero, tarquiniaho seguito di recente, nelle pagine della cronaca locale, i recenti fatti tarquiniesi riguardanti i battibecchi fungini tra il presidente della Università Agraria di Tarquinia, avv. A. Antonelli e i vari avversi, suoi interlocutori.

Sono rimasto sinceramente sorpreso dai livelli dell’accanimento e dal livore raggiunti durante la disputa che riguardava la questione dell’area riservata ai soli cittadini per la raccolta del “ferlengo”.

Ho considerato che, forse, il mio stupore fosse dovuto al fatto che non sono un “fungarolo” né un particolare estimatore del mitizzato pleurotus.

E infatti, non ho mai ben compreso come possa un fungo spontaneo, diffuso in quasi tutte le località a clima temperato prossime alle coste mediterranee (e oltre), diventare oggetto di una tale, esagerata e, a volte, incredibile idolatria.

Ma il motivo che ha mosso la mia volontà nel volervi inviare questa riflessione si estende oltre la micologia, anche se, per certi versi, fissa un parallelo per analogie nell’esercizio delle esagerazioni.

Mi riferisco, direttamente, ad una delle altre notizie lette (e questa riletta più volte per sincerarmi di aver letto bene) pochi giorni fa, in una pagina di un noto portale del web: un assessore della U.A., G. Stella, annunciava l’intenzione di promuovere un concorso per artisti al fine di individuare, tra i progetti dei partecipanti, quello più degno d’immortalare la figura del buttero in un monumento di caratura nazionale.

Confesso che alla fine della lettura sono rimasto leggermente stordito.

Sono ormai trascorsi diversi decenni della mia vita a Tarquinia ma, per quanto mi ritenga una persona attenta e curiosa, non sono mai riuscito a conoscere un buttero propriamente detto e praticante. Non ho notizia nemmeno di eventuali contemporanei, escludendo ovviamente i figuranti che si abbigliano in tal guisa in occasione di feste o particolari necessità, né scorgo, in prospettiva, un ritorno a quell’antico mestiere.

Nel caso mi sbagliassi in questa valutazione, prego la gentile Redazione, innanzi tutto, di scusarmi e, nel correggermi,di indicarmi, nel totale rispetto della privacy, almeno il numero dei butteri lavoranti nel territorio tarquiniese.

La mia personale impressione è che questa, come altre spinte alla celebrazione di presunte tradizioni locali, sia l’ennesima, semplicistica ed inutile emulazione di quanto è stato fatto, molto più proficuamente, altrove; “semplicistica” è un eufemismo.

Se proprio non si può fare a meno di lasciare autonomia di spesa e d’ideazione a qualche rampante assessore della U.A., riterrei più appropriato impiegare le risorse da destinare a monumenti, statue e quanto altro possa costituire un’imperitura memoria cittadina, a ben altre categorie, meno nobili rispetto a quella dignitosissima, seppur inesistente, dei butteri ma, certamente, molto più rappresentate, soprattutto, tra i ruspanti politicanti di casa nostra: ruffiani, cambia-casacche e voltagabbana, ad esempio.

La notorietà e le conseguenti ricadute annesse, una volta diffusi i comunicati stampa, non mancherebbero con gran vantaggio per la città.

Cordialità.

Lettera firmata