Martedì, 9 Marzo, 2010 22:24

Il Pollo d’India fra Oriente e Bassa Maremma.

Quanti erano i venticinque della campagna romana? Tanti anni fa Steno, figlio di Lorenzo ossia di Renzo Cecconi, il Pollo d’India, mi ha detto che erano ventisei. Ma erano molti di più, perché ognuno di quelli che hanno scritto di loro ha dato un suo elenco, molti, con il tempo, erano scomparsi o erano stati sostituiti, e alla fine, diventati famosi, alle loro gite si univano dilettanti e amici. Steno, che da ragazzo li aveva spesso accompagnati, divenendo in qualche modo il ventiseiesimo, era essenzialmente un restauratore come il padre e il nonno, anche se poi, sempre come loro, dipingeva. Renzo aveva svolto lavori molto importanti, come il consolidamento degli affreschi del Signorelli e del Beato Angelico nel Duomo d’Orvieto, il consolidamento e la pulitura delle “pitture murali” nella Cappella Sistina, la pulitura dell’affresco di Raffaello, rappresentante Isaia, in Sant’Agostino a Roma, o lo scoprimento delle pitture murali trecentesche nella chiesa delle Grazie in Marcellina. E i suoi quadri, nelle Esposizioni internazionali di Roma del 1890 e del 1897, erano stati acquistati dal Re d’Italia, e quello nell’Esposizione del 1893 dalla Regina Margherita. Renzo faceva, dunque, parte di quel gruppo di pittori che cercava il contatto diretto con la natura, uscendo dal chiuso degli studi. Si erano riuniti per la prima volta il 24 maggio 1904, naturalmente in trattoria, al Pozzo di San Patrizio sulla via Nomentana, fondando la loro Società.
Come i butteri, il loro presidente era il Capoccetta, il segretario il Guitto, gli altri prendevano nomi d’animali, e si definirono “I Vassalli della Campagna Romana”. Insoddisfatti di questo nome passarono a “Gli studiosi della Campagna Romana” e infine Onorato Carlandi, la Cicala perché parlava pochissimo, da solo scelse il nome che li rese famosi, “I XXV della Campagna Romana”: una campagna che, per loro, si estendeva da Terracina alla Sabina e alla Bassa Maremma.
L’inglese Enrico Coleman, vicino a Nino Costa che aveva influenzato anche Fattori, venne scelto all’unanimità come Capoccetta e Carlandi divenne il primo Guitto. Fra i XXV, dunque, c’era anche Renzo Cecconi, all’inizio detto il Gallinaccio per qualche motivo che neppure il figlio sapeva. Ricordava, invece, qualche sua gita domenicale con quel gruppo, lungo la costa laziale verso e oltre Civitavecchia, dove un vecchissimo contadino preparava una favolosa panzanella, mischiando pane, olio, sale, pomodori e basilico con le mani rugose, che avevano appena finito di lavorare la terra. Ricordava ancora il sapore, come se nessuno, poi, fosse stato in grado di farla se non uguale almeno simile, e quel ricordo lontano assumeva, nel suo racconto, aspetti mitici e surreali, perché ci narrava, e si commuoveva fino alle lacrime, che quella panzanella era talmente buona che bellissime, giovanissime ragazze romane, per assaggiarla, erano andate a offrirsi a quel vecchio contadino. Raccontava anche di una gita, alla quale non aveva partecipato ma il cui ricordo era ormai anch’esso mitico, in cui un immenso serpente, una specie di drago, aveva assalito i poveri pittori. Forse, alla ricerca di paesaggi da rappresentare, s’erano infilati in qualche fratta, come quella nella quale s’infilerà Momo Simonetti, uscendone ad un tratto e guadagnandosi, così, il soprannome di Sbuciafratte. Il povero serpente probabilmente era un innocuo biscione d’acqua, lungo il Marta, il Mignone o l’Arrone, ma rimase nell’artistico immaginario collettivo come un mostro immane. Poi, in una riunione in trattoria divenuta anch’essa mitica, il soprannome di Renzo, il Gallinaccio, venne per acclamazione mutato in il Pollo d’India.
È che nel 1920 era stato chiamato proprio in India, con il suo assistente, Conte Orsini, per restaurare le famose pitture buddiste delle grotte di Ajanta, poi una seconda volta, il 19 giugno 1921, dall’Office of the Director General of Acheology in India, era invitato a tornare, per terminare il restauro: il Governo di Hyderabad aveva finalmente trovato i fondi necessari, ed era un’occasione che, se non colta in tempo, poteva svanire. Solo la “meravigliosa liberalità del Nizam” permetteva ora questa opera dalla “immensa importanza”. Renzo si era assunto il compito difficilissimo e impegnativo e, al ritorno, era stato festeggiato con la solita cena dei XXV, durante la quale dovette fare un brindisi. Si alzò in piedi, sollevando uno dei tanti bicchieri di vino bevuti quella sera, e disse: «Io so’ er secondo romano che doppo Cesare, Pascarella e coso… come se chiamava…?»
«Ma chi?» chiesero gli altri.
«Coso, come se chiamava… l’Uticense, me pare».
Tutti gli altri urlarono: «Ma che ce dichi!», e qualcuno, influenzato dalle gite basso-maremmane disse: «Ma che diche! Sumaro, quello è annato in Africa!»
«Africa, Asia, ma che je fa… mica so’ ‘n oratore... bevete e nun me scocciate, che tanto siete tutti arivati».
E non riuscirono a sapere altro di quel viaggio. Però Renzo riportò alcune impressioni pittoriche, dieci piccole tavolette a olio con visioni dell’India e delle coste arabe, delle quali Steno mi aveva dato le foto per un articolo che esce solo adesso, dopo tanti anni. Steno raccontava sempre dell’abilità del padre che, un giorno, era stato chiamato a restaurare il bozzetto in cera di una famosa scultura di Vincenzo Gemito, L’acquaiolo. Il povero ragazzino doveva essersi stancato di portare sempre quell’otre e si stava accasciando sulle gambe. Nessuno aveva il coraggio di tentare il salvataggio. Renzo Cecconi accettò subito, dicendo di avere un suo metodo speciale, scientifico e segreto, dall’effetto sicuro. Con grande precauzione gli portarono a casa l’opera famosa e, quando fu solo, Renzo mise sul fuoco una grande pentola piena d’acqua, vi mise dentro l’Acquaiolo e, mentre il liquido si scaldava lentamente, imbracò la statua e cominciò a tirarla su con delicatezza. Quando il ragazzino ebbe di nuovo le gambe dritte, si fermò. Erano, evidentemente, altri tempi, quelli, nei quali la fantasia dell’artigiano era preponderante.

Giacomo E. Carretto



 
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