Il Pollo d’India
fra Oriente e Bassa Maremma.
Quanti
erano i venticinque della campagna romana? Tanti
anni fa Steno, figlio di Lorenzo ossia di Renzo
Cecconi, il Pollo d’India, mi ha
detto che erano ventisei. Ma erano molti di più,
perché ognuno di quelli che hanno scritto
di loro ha dato un suo elenco, molti, con il tempo,
erano scomparsi o erano stati sostituiti, e alla
fine, diventati famosi, alle loro gite si univano
dilettanti e amici. Steno, che da ragazzo li aveva
spesso accompagnati, divenendo in qualche modo il
ventiseiesimo, era essenzialmente un restauratore
come il padre e il nonno, anche se poi, sempre come
loro, dipingeva. Renzo aveva svolto lavori molto
importanti, come il consolidamento degli affreschi
del Signorelli e del Beato Angelico nel Duomo d’Orvieto,
il consolidamento e la pulitura delle “pitture
murali” nella Cappella Sistina, la pulitura
dell’affresco di Raffaello, rappresentante
Isaia, in Sant’Agostino a Roma, o lo scoprimento
delle pitture murali trecentesche nella chiesa delle
Grazie in Marcellina. E i suoi quadri, nelle Esposizioni
internazionali di Roma del 1890 e del 1897, erano
stati acquistati dal Re d’Italia, e quello
nell’Esposizione del 1893 dalla Regina Margherita.
Renzo faceva, dunque, parte di quel gruppo di pittori
che cercava il contatto diretto con la natura, uscendo
dal chiuso degli studi. Si erano riuniti per la
prima volta il 24 maggio 1904, naturalmente in trattoria,
al Pozzo di San Patrizio sulla via Nomentana,
fondando la loro Società.
Come
i butteri, il loro presidente era il Capoccetta,
il segretario il Guitto, gli altri prendevano
nomi d’animali, e si definirono “I Vassalli
della Campagna Romana”. Insoddisfatti di questo
nome passarono a “Gli studiosi della Campagna
Romana” e infine Onorato Carlandi, la Cicala
perché parlava pochissimo, da solo scelse
il nome che li rese famosi, “I XXV della Campagna
Romana”: una campagna che, per loro, si estendeva
da Terracina alla Sabina e alla Bassa Maremma.
L’inglese Enrico Coleman, vicino a Nino Costa
che aveva influenzato anche Fattori, venne scelto
all’unanimità come Capoccetta
e Carlandi divenne il primo Guitto. Fra
i XXV, dunque, c’era anche Renzo Cecconi,
all’inizio detto il Gallinaccio per
qualche motivo che neppure il figlio sapeva. Ricordava,
invece, qualche sua gita domenicale con quel gruppo,
lungo la costa laziale verso e oltre Civitavecchia,
dove un vecchissimo contadino preparava una favolosa
panzanella, mischiando pane, olio, sale, pomodori
e basilico con le mani rugose, che avevano appena
finito di lavorare la terra. Ricordava ancora il
sapore, come se nessuno, poi, fosse stato in grado
di farla se non uguale almeno simile, e quel ricordo
lontano assumeva, nel suo racconto, aspetti mitici
e surreali, perché ci narrava, e si commuoveva
fino alle lacrime, che quella panzanella era talmente
buona che bellissime, giovanissime ragazze romane,
per assaggiarla, erano andate a offrirsi a quel
vecchio contadino. Raccontava anche di una gita,
alla quale non aveva partecipato ma il cui ricordo
era ormai anch’esso mitico, in cui un immenso
serpente, una specie di drago, aveva assalito i
poveri pittori. Forse, alla ricerca di paesaggi
da rappresentare, s’erano infilati in qualche
fratta, come quella nella quale s’infilerà
Momo Simonetti, uscendone ad un tratto e guadagnandosi,
così, il soprannome di Sbuciafratte.
Il povero serpente probabilmente era un innocuo
biscione d’acqua, lungo il Marta, il Mignone
o l’Arrone, ma rimase nell’artistico
immaginario collettivo come un mostro immane. Poi,
in una riunione in trattoria divenuta anch’essa
mitica, il soprannome di Renzo, il Gallinaccio,
venne per acclamazione mutato in il Pollo d’India.
È
che nel 1920 era stato chiamato proprio in India,
con il suo assistente, Conte Orsini, per restaurare
le famose pitture buddiste delle grotte di Ajanta,
poi una seconda volta, il 19 giugno 1921, dall’Office
of the Director General of Acheology in India,
era invitato a tornare, per terminare il restauro:
il Governo di Hyderabad aveva finalmente trovato
i fondi necessari, ed era un’occasione che,
se non colta in tempo, poteva svanire. Solo la “meravigliosa
liberalità del Nizam” permetteva ora
questa opera dalla “immensa importanza”.
Renzo si era assunto il compito difficilissimo e
impegnativo e, al ritorno, era stato festeggiato
con la solita cena dei XXV, durante la quale dovette
fare un brindisi. Si alzò in piedi, sollevando
uno dei tanti bicchieri di vino bevuti quella sera,
e disse: «Io so’ er secondo romano che
doppo Cesare, Pascarella e coso… come se chiamava…?»
«Ma chi?» chiesero gli altri.
«Coso, come se chiamava… l’Uticense,
me pare».
Tutti gli altri urlarono: «Ma che ce dichi!»,
e qualcuno, influenzato dalle gite basso-maremmane
disse: «Ma che diche! Sumaro, quello è
annato in Africa!»
«Africa, Asia, ma che je fa… mica so’
‘n oratore... bevete e nun me scocciate, che
tanto siete tutti arivati».
E non riuscirono a sapere altro di quel viaggio.
Però Renzo riportò alcune impressioni
pittoriche, dieci piccole tavolette a olio con visioni
dell’India e delle coste arabe, delle quali
Steno mi aveva dato le foto per un articolo che
esce solo adesso, dopo tanti anni. Steno raccontava
sempre dell’abilità del padre che,
un giorno, era stato chiamato a restaurare il bozzetto
in cera di una famosa scultura di Vincenzo Gemito,
L’acquaiolo. Il povero ragazzino
doveva essersi stancato di portare sempre quell’otre
e si stava accasciando sulle gambe. Nessuno aveva
il coraggio di tentare il salvataggio. Renzo Cecconi
accettò subito, dicendo di avere un suo metodo
speciale, scientifico e segreto, dall’effetto
sicuro. Con grande precauzione gli portarono a casa
l’opera famosa e, quando fu solo, Renzo mise
sul fuoco una grande pentola piena d’acqua,
vi mise dentro l’Acquaiolo e, mentre il liquido
si scaldava lentamente, imbracò la statua
e cominciò a tirarla su con delicatezza.
Quando il ragazzino ebbe di nuovo le gambe dritte,
si fermò. Erano, evidentemente, altri tempi,
quelli, nei quali la fantasia dell’artigiano
era preponderante.
Giacomo
E. Carretto