Nelle finestre di Palazzo
Vitelleschi il segreto delle maestrie di un tempo
Qualcuno
una volta scrisse: “Dentro un raggio di sole
che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita
nell’aria. E la chiamiamo polvere”.
Questa frase dovrebbe far riflettere sul ruolo che
le finestre ricoprono nella vita di tutti i giorni.
Senza pensarci le apriamo, le chiudiamo, le oscuriamo,
attraverso di esse possiamo osservare un paesaggio
e guardare fuori. Grazie ad esse ci si può
smarrire fra i pensieri nascosti. Ogni finestra
ha delle particolarità: colore, materiale
di realizzazione, dimensioni, spessore del vetro.
Insomma, belle o brutte, piccole o grandi, in ferro
o in legno, le case e le persone hanno bisogno delle
finestre. Uffici, fabbriche e ogni altro genere
di edificio possiedono un certo numero di finestre.
A questo proposito, voi tarquiniesi recatevi in
piazza Cavour e guardate Palazzo Vitelleschi. Notate
la particolarità delle finestre? Hanno vetri
quadrettati e, se fate un giro per il paese, troverete
rari esempi di vetrature simili. L’artigiano
che le costruì si chiamava Alberto Maria
Granelli ed era un viterbese. La sua bottega era
nel capoluogo, in via San Lorenzo, e in casa sua,
sulla stessa via al numero 63, aveva realizzato
finestre trafilate in piombo, quindi quadrettate.
Un giorno, l’allora direttore del museo etrusco
di piazza Cavour, passando da quelle parti, per
caso le notò e volle subito farne costruire
di simili per il suo museo. Così fu. Le stesse
vetrate si possono ritrovare, oltre che in casa
dell’artigiano, al Duomo di Viterbo, all’Abbazia
cistercense di San Martino, in alcune case del quartiere
viterbese medioevale di San Pellegrino e, ovviamente,
nel museo tarquiniese.
Questa vecchia lavorazione, risalente ad epoche
antiche e ripresa nella seconda metà del
‘900, è ancora in uso ma ha un elevato
costo di realizzazione e richiede del tempo per
essere portata a termine, senza contare che spesso
anche gli esperti del settore non hanno le capacità
necessarie per riprodurla.
Sono venuta a conoscenza di questa storia quando
un giorno mio padre Stefano me la raccontò
mentre visitavamo il museo etrusco. L’artigiano
di cui ho scritto era mio nonno Alberto e forse
era destino che venissi a sapere, circa dieci fa,
di questa storia. Perché potessi raccontarvela.
Giulia
Maria Granelli