Lunedì, 7 Settembre, 2009 15:08

Nelle finestre di Palazzo Vitelleschi il segreto delle maestrie di un tempo

Qualcuno una volta scrisse: “Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria. E la chiamiamo polvere”.
Questa frase dovrebbe far riflettere sul ruolo che le finestre ricoprono nella vita di tutti i giorni. Senza pensarci le apriamo, le chiudiamo, le oscuriamo, attraverso di esse possiamo osservare un paesaggio e guardare fuori. Grazie ad esse ci si può smarrire fra i pensieri nascosti. Ogni finestra ha delle particolarità: colore, materiale di realizzazione, dimensioni, spessore del vetro. Insomma, belle o brutte, piccole o grandi, in ferro o in legno, le case e le persone hanno bisogno delle finestre. Uffici, fabbriche e ogni altro genere di edificio possiedono un certo numero di finestre. A questo proposito, voi tarquiniesi recatevi in piazza Cavour e guardate Palazzo Vitelleschi. Notate la particolarità delle finestre? Hanno vetri quadrettati e, se fate un giro per il paese, troverete rari esempi di vetrature simili. L’artigiano che le costruì si chiamava Alberto Maria Granelli ed era un viterbese. La sua bottega era nel capoluogo, in via San Lorenzo, e in casa sua, sulla stessa via al numero 63, aveva realizzato finestre trafilate in piombo, quindi quadrettate.
Un giorno, l’allora direttore del museo etrusco di piazza Cavour, passando da quelle parti, per caso le notò e volle subito farne costruire di simili per il suo museo. Così fu. Le stesse vetrate si possono ritrovare, oltre che in casa dell’artigiano, al Duomo di Viterbo, all’Abbazia cistercense di San Martino, in alcune case del quartiere viterbese medioevale di San Pellegrino e, ovviamente, nel museo tarquiniese.
Questa vecchia lavorazione, risalente ad epoche antiche e ripresa nella seconda metà del ‘900, è ancora in uso ma ha un elevato costo di realizzazione e richiede del tempo per essere portata a termine, senza contare che spesso anche gli esperti del settore non hanno le capacità necessarie per riprodurla.
Sono venuta a conoscenza di questa storia quando un giorno mio padre Stefano me la raccontò mentre visitavamo il museo etrusco. L’artigiano di cui ho scritto era mio nonno Alberto e forse era destino che venissi a sapere, circa dieci fa, di questa storia. Perché potessi raccontarvela.

Giulia Maria Granelli



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