Lunedì, 14 Settembre, 2009 14:33

La strana storia di un incerto simbolo nella Corneto medievale.

Vi racconto una strana storia, quasi una favola. C’era una volta, o meglio “c’era non c’era”, come nelle favole turche, una Grande Dea che regnava sul pacifico Eden di un’allora verdissima Anatolia e lungo i millenni i suoi simboli giravano il mondo. Il mio primo incontro con uno dei volti della Dea risale a quando, una vita fa, per la prima volta ho guardato con attenzione le sculture di Santa Maria in Castello. Venivo dalla Basilica di San Flaviano, a Montefiascone, dove, dai capitelli della chiesa inferiore, due ometti mostrano barba e pancia ai fedeli (timido esempio di risus paschalis, ma questa è un’altra storia). Cercavo qualche nuova curiosità e la trovai nella chiesa cormetana, guardando, dalla navata sinistra, la fascia di nenfro scolpito che orna, in alto, il settimo pilastro con, fra due aquile, uno strano simbolo non certo divertente come gli ometti.
Ma poi in Anatolia vidi che, nei siti archeologici di Hac¦lar e Çatal Höyük del settimo-sesto millennio a.C., James Mellaart ritrovava il regno della Grande Madre, partoriente in forme umane o d’altri animali. Nel 1981, ancora come sottoprodotto dei miei studi di storia culturale turco-ottomana, mi capitava fra le mani il catalogo di Max Allen per una mostra del famoso museo del tessile di Toronto, dedicata al “simbolo della nascita” nella tradizionale arte femminile dall’Eurasia al Pacifico occidentale. È stata Marija Gimbutas, specialista di kurgan e di proto-indoeuropei, ad aver ricostruito la fase matriarcale della cultura umana, ritrovando le sempre mutevoli forme della Grande Madre. Fra queste il “simbolo della nascita”, giunto dal neolitico fino ad oggi, ai kilim anatolici ed ai tappeti di un arte femminile che ha dato modelli a scultori del medievale Occidente. E la Grande Madre può prendere anche le forme della sirena a due code, etrusca e medievale, ed essere vegliata da due volatili come nel nostro rilievo.
Mellaart, allontanato dalla Turchia, nel 1989 faceva uscire quattro volumi nei quali presentava la ricostruzione di pitture, da scomparsi frammenti di Çatal Höyük, confermando che nei kilim sopravvivevano i simboli della dea: gli altri specialisti ritennero le ricostruzioni del tutto inventate. Lo scavo sarà ripreso da Iann Hodder, rappresentante dell’archeologia post-processualist, nata nell’ambiente del postmodernismo. Era la persona più adatta a rovesciare l’interpretazione precedente, negando la stessa esistenza di una dea partoriente, la cui immagine si mutava, secondo i casi, in orso, antenata o giocattolo. La Grande Madre, “Gaia dall’ampio petto”, ormai sbiadiva e svaniva insieme al sogno di un pacifico regno ginocratico. Ma svaniva per la scienza ufficiale, non per gli odierni fedeli dell’antichissima Dea, ai quali Iann Hodder diede spazio anche sul sito web dei suoi scavi.
Così lo strano simbolo cornetano è oggi spogliato d’ogni sacralità. Però anche Marla Mallett, su Oriental Rug Review, malgrado rifiutasse le fantastiche rivelazioni di Mellaart, riteneva “ragionevole” che sui kilim sopravvivesse qualche antichissimo simbolo, basandosi, come Focillon, sulla “vita delle forme”. Ma certo è questa una storia affascinante, con tutte quelle straordinarie scoperte archeologiche, con le complesse, indecifrabili personalità di famosi archeologi, con stranissime finzioni e poi quei fantastici, antichissimi santuari. Noi che archeologi non siamo, come bambini ai quali abbiano interrotto la favola, restiamo a bocca aperta, prima di addormentarci nel nostro lettino, in una trepida attesa, e sogneremo splendide Dee, a un tempo materne e terribili, circondate da benevole fiere e araldici rapaci.

Giacomo E. Carretto



 
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