La strana storia
di un incerto simbolo nella Corneto medievale.
Vi
racconto una strana storia, quasi una favola. C’era
una volta, o meglio “c’era non c’era”,
come nelle favole turche, una Grande Dea che regnava
sul pacifico Eden di un’allora verdissima
Anatolia e lungo i millenni i suoi simboli giravano
il mondo. Il mio primo incontro con uno dei volti
della Dea risale a quando, una vita fa, per la prima
volta ho guardato con attenzione le sculture di
Santa Maria in Castello. Venivo dalla Basilica di
San Flaviano, a Montefiascone, dove, dai capitelli
della chiesa inferiore, due ometti mostrano barba
e pancia ai fedeli (timido esempio di risus
paschalis, ma questa è un’altra
storia). Cercavo qualche nuova curiosità
e la trovai nella chiesa cormetana, guardando, dalla
navata sinistra, la fascia di nenfro scolpito che
orna, in alto, il settimo pilastro con, fra due
aquile, uno strano simbolo non certo divertente
come gli ometti.
Ma poi in Anatolia vidi che, nei siti archeologici
di Hac¦lar e Çatal Höyük
del settimo-sesto millennio a.C., James Mellaart
ritrovava il regno della Grande Madre, partoriente
in forme umane o d’altri animali. Nel 1981,
ancora come sottoprodotto dei miei studi di storia
culturale turco-ottomana, mi capitava fra le mani
il catalogo di Max Allen per una mostra del famoso
museo del tessile di Toronto, dedicata al “simbolo
della nascita” nella tradizionale arte femminile
dall’Eurasia al Pacifico occidentale. È
stata Marija Gimbutas, specialista di kurgan
e di proto-indoeuropei, ad aver ricostruito la fase
matriarcale della cultura umana, ritrovando le sempre
mutevoli forme della Grande Madre. Fra queste il
“simbolo della nascita”, giunto dal
neolitico fino ad oggi, ai kilim anatolici
ed ai tappeti di un arte femminile che ha dato modelli
a scultori del medievale Occidente. E la Grande
Madre può prendere anche le forme della sirena
a due code, etrusca e medievale, ed essere vegliata
da due volatili come nel nostro rilievo.
Mellaart, allontanato dalla Turchia, nel 1989 faceva
uscire quattro volumi nei quali presentava la ricostruzione
di pitture, da scomparsi frammenti di Çatal
Höyük, confermando che nei kilim
sopravvivevano i simboli della dea: gli altri specialisti
ritennero le ricostruzioni del tutto inventate.
Lo scavo sarà ripreso da Iann Hodder, rappresentante
dell’archeologia post-processualist,
nata nell’ambiente del postmodernismo. Era
la persona più adatta a rovesciare l’interpretazione
precedente, negando la stessa esistenza di una dea
partoriente, la cui immagine si mutava, secondo
i casi, in orso, antenata o giocattolo. La Grande
Madre, “Gaia dall’ampio petto”,
ormai sbiadiva e svaniva insieme al sogno di un
pacifico regno ginocratico. Ma svaniva per la scienza
ufficiale, non per gli odierni fedeli dell’antichissima
Dea, ai quali Iann Hodder diede spazio anche sul
sito web dei suoi scavi.
Così
lo strano simbolo cornetano è oggi spogliato
d’ogni sacralità. Però anche
Marla Mallett, su Oriental Rug Review, malgrado
rifiutasse le fantastiche rivelazioni di Mellaart,
riteneva “ragionevole” che sui kilim
sopravvivesse qualche antichissimo simbolo, basandosi,
come Focillon, sulla “vita delle forme”.
Ma certo è questa una storia affascinante,
con tutte quelle straordinarie scoperte archeologiche,
con le complesse, indecifrabili personalità
di famosi archeologi, con stranissime finzioni e
poi quei fantastici, antichissimi santuari. Noi
che archeologi non siamo, come bambini ai quali
abbiano interrotto la favola, restiamo a bocca aperta,
prima di addormentarci nel nostro lettino, in una
trepida attesa, e sogneremo splendide Dee, a un
tempo materne e terribili, circondate da benevole
fiere e araldici rapaci.
Giacomo
E. Carretto