Sono trascorsi
ormai diversi mesi da quando il sarcofago etrusco
– il segnacolo posto in origine ad indicare
il luogo di sepoltura di Vincenzo Cardarelli –
è stato spostato in altra sede lasciando
così spoglio ed anonimo il luogo ove, sino
a pochi giorni fa, riposava, da quasi cinquant’anni,
il grande poeta.
Solo le nostre segnalazioni, prima con il racconto
di Luigi
De Pascalis, poi con la pubblicazione della
lettera aperta indirizzata al sindaco da parte di
Bruno
Blasi, sono state utili a mobilitare l’Amministrazione
comunale che, di gran fretta, forse resasi finalmente
conto delle incongruente manovra che ha separato
cenotafio e resti mortali, ha provveduto, intanto,
a rintracciare nel luogo originario le spoglie del
vate.
Nel momento in cui andiamo in stampa, non sappiamo
ancora quale sarà la sorte – ormai
non possiamo più scrivere “definitiva”
–, che toccherà all’insieme del
sepolcro carderelliano.
Certo,
le perplessità sull’opportunità
del “trasloco” in questione restano
aperte sul fatto se sia giusto o meno adottare decisioni
che modificano o ribaltano quelle assunte da amministrazioni
precedenti. In questo caso, storicizzata, quella
di quasi mezzo secolo fa.
Osiamo pertanto sperare che nulla più d’una
leggerezza, una sottovalutazione delle implicazioni
storiche, morali e, perché no?, giuridiche
o un improvvido e goffo tentativo di far bene o
meglio, siano state le cause all’origine di
cotal trambusto.
Peggio sarebbe stato se a qualcuno fosse venuto
in mente di sgombrare l’area della prima sepoltura
per finalità speculative, magari per edificarvi
altre strutture cimiteriali, loculi o altro, che
sarebbero comunque insufficienti per le attuali
esigenze cittadine.
Il tempo ci darà l’opportunità
di comprendere meglio quali saranno gli effettivi
esiti della vicenda ma, non per questo, intendiamo
chiudere qui i nostri commenti e le nostre osservazioni
in merito. Tutt’altro.
Soprassedendo perciò, per il momento, ad
una ulteriore ed approfondita disamina dei comportamenti
e delle decisioni dell’Amministrazione comunale
sulla questione, vorremmo spostare la concentrazione
del lettore su di un altro punto, magari meno conclamato,
ma, diffuso, spinoso e non meno doloroso.
È quindi l’ora di rivolgere la nostra
attenzione ai silenzi, spesso più eloquenti
di tanti discorsi, all’assenza di opinioni
e critica di quei tanti nostri concittadini, presunti
intellettuali.
Sì, quelli che escono da casa indossando
l’abito della “cultura”; quelli
che, numerosi, si beano nel presenziare le cicliche
manifestazioni del “Premio Tarquinia-Cardarelli”
(sic!), ma anche quelli che, curiosamente, si definiscono
letterati, artisti, filosofi, storici. Ultimi in
elenco ma non ultimi nel dar corpo all’assordante
silenzio, i rappresentanti di quelle associazioni
culturali (?) che pure contemplano, tra i loro scopi
statutari, la tutela e la conservazione delle tradizioni,
dei monumenti e della cultura in genere.
Tutti muti. Non una frase sulla vicenda, nemmeno
una parola, scritta o pronunciata apertis verbis
e de visu, tanto per usare una lingua di
cui spesso abusano per darsi un tono, ma morta
come le loro coscienze.
Si possono trovare spesso così, con pose
meditabonde, nelle adunanze cittadine a sbirciare
chi, tra i convenuti, registra la loro presenza
ad avallarne, per reciproco riconoscimento, lo status
di “personalità della cultura”.
Se questa fosse una città con qualche centinaia
di migliaia di abitanti avremmo, sicuramente, difficoltà
nell’individuarli tutti ma, ahi loro, li conosciamo
per nome e per fama.
Ed anche in questo caso, non è un gran piacere.
Marco
Vallesi