Martedì, 1 Settembre, 2009 16:25

Dialogo notturno fra Titta e Cencio

Di solito i morti sono pazienti, non si lamentano mai. E tollerano dai vivi qualunque affronto. Di solito, ma non sempre. Perché stanotte nel cimitero di Tarquinia alto sulla rupe, che pare una scena di Böcklin, alla luce azzurrina della luna piena, due trapassati camminano l’uno accanto all’altro e discorrono tra loro. Quello più alto, curvo e strascicante nell’andare, è Cencio Cardarelli, poeta di città. Quello più piccolo e vivace è Titta Marini, poeta di campagna. Portano tutti e due il cappello. Cencio ha un Borsalino grigio col nastro nero e Titta un cappellaccio calcato di tre quarti sulla fronte, un po’ alla brava. Pure se è estate, Cencio indossa il solito cappotto scuro col collo di Astrakan, Titta una giacchetta di lino un po’ a fior di natiche. In effetti, quando era vivo, girava con le tasche della giacca gonfie di unte e salate fusaglie e di fogli stropicciati fitti di versi scritti a matita e, quando credeva di averne abbastanza, li riuniva in un qualche libretto che pubblicava a spese sue e andava a ruba tra i tarquiniesi e non solo. Sicché qualche riconoscimento l’ha avuto lo stesso, Titta, in giro per il mondo.
Ma di cosa discutono tanto animatamente stanotte i due poeti? Discorrono del fatto che da un po’ sono vicini di tomba sul viale d’ingresso del cimitero, bello e maestoso con quel lungo e nobile filare di cipressi. Subito a sinistra entrando, infatti, in mezzo a due ritagli di prato insolitamente ben curati, da qualche tempo Cencio gode, si fa per dire, di un severo e antichissimo sarcofago etrusco e Titta di una piccola, molto meno antica piramide grigiastra su cui spicca una lapide di marmo bianco. La piramide Titta l’ha avuta da poco, Cencio il sarcofago ce l’aveva già. Nuova per entrambi è la collocazione, voluta dall’amministrazione cittadina forse in segno di omaggio ai due e forse no.
Va bene, ma allora qual è il problema? Il problema è che per motivi diversi, come diversi sono i due poeti, la cosa non va giù né a Titta né a Cencio. Da rozzi e approssimativi viventi non siamo riusciti ad ascoltare la mortifera chiacchierata fin dall’inizio, ma solo da un certo punto quando abbiamo visto Titta bloccarsi in mezzo al vialetto e afferrare Cencio per una manica. Poi l’abbiamo sentito esclamare sconsolato:
– Più guardo quel bitorzolo de monumento che m’hanno fatto e più ’n ce credo che dentro ce sta la mi presalma cadaverizzata. Te che dici, eh?
– Io? E che devo dire, io? – risponde Cencio che, come sempre, è distratto perché pensa alla sua vita randagia e desolata di viaggiatore insocievole. E poi ha le sue gatte da pelare.
– ’nsomma – sbuffa Titta – te che pensi de la mi tomba?
– Niente – replica sempre distratto Cencio.
– Come, niente? Bon Dio, amico defuntone. Da quali Cèli venghi? E non lo vedi? Bada che non mi lamento d’esse’ morto; visto che ormai ero nato doveva annà così pe’ forza. Me lamento del monumento che m’hanno dato no pe’ onoramme, ma pe’ cojonamme.
– Sarebbe a dire?
– Sarebbe a dì che non riesco a mannà giù che io, l’inventore del “Fronte dell’Ozzio”; io ’l nemico de li preti, me ritrovo ’ntrappolato fino a dubbia risurrezzione nel bitorzolo monumentale che prima de me era occupato proprio… da un prete!
– Scusa, ma come fai a dire che…?
– Annamo, Ce’, è sicurissimo che prima ’l bitorzolone ospitava ’l cadavere de ’n prete! Si guardi bene, c’è un medajione scorpito co stola e vangelo che so’ insegne pretesche!
– Sì, vedo…
– Lo capische, l’affronto, mo? Ah, ma me sta bene, sa’! Me sta proprio bene!
Si precipita davanti alla piramide e comincia a picchiare gran manate sull’altorilievo incriminato, talmente rosso
in viso che se non fosse morto gli verrebbe un coccolone.
– L’unico sogno della vita mia è sempre stato quello de scappà via da la trappola boia indò so’ nato… – prosegue infuriato. – E quanno finarmente riesco a fuggì, sia pure co la morte, Dio che me fa? Me punisce pe’ li dispetti che feci in vita ai suoi ministri ’ntrappolannome ne sto piramidozzo pretesco! Che dichi, Ce’, sarà la legge del contrappasso?
– La legge del contrappasso non c’entra e temo che non c’entri neppure Domineddio – risponde quieto il sor Cencio rimpannucciandosi nel cappottone astrakanato perché la notte, ancorché estiva, sempre umida è.
– Qui c’entra solo la sventatezza dei vivi che fanno le cose a occhi chiusi. Fattene una ragione. E poi, che dovrei dire io? – Sospira, prende sottobraccio Titta e lo porta davanti al suo sarcofago.
– Lo vedi, tu, che bell’onore m’hanno fatto? No? Hanno spostato qui il sarcofago vuoto e il corpo l’hanno lasciato dov’era, interrato e anonimo sotto un manto di cemento!
Titta solleva la falda del cappello, si gratta la fronte ed emette un fischio di perplessità.
– Eh, lo so che non ci credi. Chi ci crederebbe? Nessuno! Eppure è vero. – Cencio si accomoda il Borsalino sul cranio oblungo e ossuto. Poi abbraccia con l’arto buono le spalle di Titta, che è più piccolo
e sembra quasi un fratello minore, e borbotta: – Il corpo da una parte e la tomba dall’altra: fu dimenticanza, disguido o profonda lezione filosofica sulla vanità dell’esistenza? Chi lo sa! Certo è che da vivo, poetando, ho avuto speranze grandi e vane, e da morto me ne rimane una sola, minima: che tomba e corpo stiano nello stesso posto!
A Titta il buon umore è già tornato, forse per l’espressione sconsolata di Cencio e forse per quell’abbraccio che finalmente l’affratella al poeta di città.
– La tu’ porca vita ’n c’entra – dice. – Non c’entra Dio e ‘n c’entra manco la filosofia. C’entra ’l fatto che ’n
certe faccenne, quanno pensiero e azione nun combaciono, ‘gni via d’uscita, come ner corpo umano, nun è la
più pulita! M’hai capito che sto a dì?
– E t’intendo sì – fa Cencio sconfortato. – Vuoi dire che il mio corpo, da morto, ha perso la tomba. Ma altri corpi, da vivi, hanno perso la testa… e ragionano con ciò su cui si siedono!
– Artro che “Qui rise l’etrusco, un giorno, coricato, cogli occhi a fior di terra, guardando la marina”, come hae scritto te – conclude Titta – “Questo è proprio er paese de San Pitocco”, come ho scritto io!
I due si allontanano sottobraccio, ridacchiando.
Una nube copre la luna. Il cimitero torna buio. E noi, da vivi imperfetti, perdiamo il contatto con la perfezione assoluta della notte eterna alla quale, tuttavia, nuoce ancora la faciloneria dei vivi.

Luigi De Pascalis

Supplemento a L’extra – Iscr. Trib. Di Civitavecchia R.S. n. 6/06 del 23/03/2006 – Direttore responsabile Stefano Tienforti
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