Dialogo notturno
fra Titta e Cencio
Di solito i
morti sono pazienti, non si lamentano mai. E tollerano
dai vivi qualunque affronto. Di solito, ma non sempre.
Perché stanotte nel cimitero di Tarquinia
alto sulla rupe, che pare una scena di Böcklin,
alla luce azzurrina della luna piena, due trapassati
camminano l’uno accanto all’altro e
discorrono tra loro. Quello più alto, curvo
e strascicante nell’andare, è Cencio
Cardarelli, poeta di città. Quello più
piccolo e vivace è Titta Marini, poeta di
campagna. Portano tutti e due il cappello. Cencio
ha un Borsalino grigio col nastro nero e Titta un
cappellaccio calcato di tre quarti sulla fronte,
un po’ alla brava. Pure se è estate,
Cencio indossa il solito cappotto scuro col collo
di Astrakan, Titta una giacchetta di lino un po’
a fior di natiche. In effetti, quando era vivo,
girava con le tasche della giacca gonfie di unte
e salate fusaglie e di fogli stropicciati fitti
di versi scritti a matita e, quando credeva di averne
abbastanza, li riuniva in un qualche libretto che
pubblicava a spese sue e andava a ruba tra i tarquiniesi
e non solo. Sicché qualche riconoscimento
l’ha avuto lo stesso, Titta, in giro per il
mondo.
Ma di cosa discutono tanto animatamente stanotte
i due poeti? Discorrono del fatto che da un po’
sono vicini di tomba sul viale d’ingresso
del cimitero, bello e maestoso con quel lungo e
nobile filare di cipressi. Subito a sinistra entrando,
infatti, in mezzo a due ritagli di prato insolitamente
ben curati, da qualche tempo Cencio gode, si fa
per dire, di un severo e antichissimo sarcofago
etrusco e Titta di una piccola, molto meno antica
piramide grigiastra su cui spicca una lapide di
marmo bianco. La piramide Titta l’ha avuta
da poco, Cencio il sarcofago ce l’aveva già.
Nuova per entrambi è la collocazione, voluta
dall’amministrazione cittadina forse in segno
di omaggio ai due e forse no.
Va bene, ma allora qual è il problema? Il
problema è che per motivi diversi, come diversi
sono i due poeti, la cosa non va giù né
a Titta né a Cencio. Da rozzi e approssimativi
viventi non siamo riusciti ad ascoltare la mortifera
chiacchierata fin dall’inizio, ma solo da
un certo punto quando abbiamo visto Titta bloccarsi
in mezzo al vialetto e afferrare Cencio per una
manica. Poi l’abbiamo sentito esclamare sconsolato:
– Più guardo quel bitorzolo de monumento
che m’hanno fatto e più ’n ce
credo che dentro ce sta la mi presalma cadaverizzata.
Te che dici, eh?
– Io? E che devo dire, io? – risponde
Cencio che, come sempre, è distratto perché
pensa alla sua vita randagia e desolata di viaggiatore
insocievole. E poi ha le sue gatte da pelare.
– ’nsomma – sbuffa Titta –
te che pensi de la mi tomba?
– Niente – replica sempre distratto
Cencio.
– Come, niente? Bon Dio, amico defuntone.
Da quali Cèli venghi? E non lo vedi? Bada
che non mi lamento d’esse’ morto; visto
che ormai ero nato doveva annà così
pe’ forza. Me lamento del monumento che m’hanno
dato no pe’ onoramme, ma pe’ cojonamme.
– Sarebbe a dire?
– Sarebbe a dì che non riesco a mannà
giù che io, l’inventore del “Fronte
dell’Ozzio”; io ’l nemico de li
preti, me ritrovo ’ntrappolato fino a dubbia
risurrezzione nel bitorzolo monumentale che prima
de me era occupato proprio… da un prete!
– Scusa, ma come fai a dire che…?
– Annamo, Ce’, è sicurissimo
che prima ’l bitorzolone ospitava ’l
cadavere de ’n prete! Si guardi bene, c’è
un medajione scorpito co stola e vangelo che so’
insegne pretesche!
– Sì, vedo…
– Lo capische, l’affronto, mo? Ah, ma
me sta bene, sa’! Me sta proprio bene!
Si precipita davanti alla piramide e comincia a
picchiare gran manate sull’altorilievo incriminato,
talmente rosso
in viso che se non fosse morto gli verrebbe un coccolone.
– L’unico sogno della vita mia è
sempre stato quello de scappà via da la trappola
boia indò so’ nato… – prosegue
infuriato. – E quanno finarmente riesco a
fuggì, sia pure co la morte, Dio che me fa?
Me punisce pe’ li dispetti che feci in vita
ai suoi ministri ’ntrappolannome ne sto piramidozzo
pretesco! Che dichi, Ce’, sarà la legge
del contrappasso?
– La legge del contrappasso non c’entra
e temo che non c’entri neppure Domineddio
– risponde quieto il sor Cencio rimpannucciandosi
nel cappottone astrakanato perché la notte,
ancorché estiva, sempre umida è.
– Qui c’entra solo la sventatezza dei
vivi che fanno le cose a occhi chiusi. Fattene una
ragione. E poi, che dovrei dire io? – Sospira,
prende sottobraccio Titta e lo porta davanti al
suo sarcofago.
– Lo vedi, tu, che bell’onore m’hanno
fatto? No? Hanno spostato qui il sarcofago vuoto
e il corpo l’hanno lasciato dov’era,
interrato e anonimo sotto un manto di cemento!
Titta solleva la falda del cappello, si gratta la
fronte ed emette un fischio di perplessità.
– Eh, lo so che non ci credi. Chi ci crederebbe?
Nessuno! Eppure è vero. – Cencio si
accomoda il Borsalino sul cranio oblungo e ossuto.
Poi abbraccia con l’arto buono le spalle di
Titta, che è più piccolo
e sembra quasi un fratello minore, e borbotta: –
Il corpo da una parte e la tomba dall’altra:
fu dimenticanza, disguido o profonda lezione filosofica
sulla vanità dell’esistenza? Chi lo
sa! Certo è che da vivo, poetando, ho avuto
speranze grandi e vane, e da morto me ne rimane
una sola, minima: che tomba e corpo stiano nello
stesso posto!
A Titta il buon umore è già tornato,
forse per l’espressione sconsolata di Cencio
e forse per quell’abbraccio che finalmente
l’affratella al poeta di città.
– La tu’ porca vita ’n c’entra
– dice. – Non c’entra Dio e ‘n
c’entra manco la filosofia. C’entra
’l fatto che ’n
certe faccenne, quanno pensiero e azione nun combaciono,
‘gni via d’uscita, come ner corpo umano,
nun è la
più pulita! M’hai capito che sto a
dì?
– E t’intendo sì – fa Cencio
sconfortato. – Vuoi dire che il mio corpo,
da morto, ha perso la tomba. Ma altri corpi, da
vivi, hanno perso la testa… e ragionano con
ciò su cui si siedono!
– Artro che “Qui rise l’etrusco,
un giorno, coricato, cogli occhi a fior di terra,
guardando la marina”, come hae scritto te
– conclude Titta – “Questo è
proprio er paese de San Pitocco”, come ho
scritto io!
I due si allontanano sottobraccio, ridacchiando.
Una nube copre la luna. Il cimitero torna buio.
E noi, da vivi imperfetti, perdiamo il contatto
con la perfezione assoluta della notte eterna alla
quale, tuttavia, nuoce ancora la faciloneria dei
vivi.
Luigi
De Pascalis