Lunedì, 12 Ottobre, 2009 16:57

Il poeta Desmond O’ Grady è una voce lirica faconda e vasta come gli orizzonti della sua Irlanda aperta sul mare. Ed è anche un uomo singolare, un viaggiatore instancabile con un carattere impulsivo e imprevedibile.
Nei primi anni ’50 e in quelli successivi O’ Grady è a Roma dove bazzica via Veneto ed è un personaggio talmente noto che Fellini lo vuole interprete di se stesso in “La dolce vita”. Tramite una comune amica, la signora Raffaella Pellizzi, proprio dalle parti di via Veneto conosce Vincenzo Cardarelli a cui l’uniscono, forse, un certo senso di spaesamento e quel considerarsi entrambi poeti erranti e senza riposo. I due diventano amici e, qualche volta, quando il tarquiniese torna a casa, l’irlandese lo accompagna. Allora prende una stanza in affitto, visita i dintorni, va a mangiare da Giudizi e non si alza da tavola, assicura l’amico Bruno Blasi che ci ha regalato il ricordo, se prima non ha generosamente attinto a un fiasco di buon Chianti.
Si sa, i marinai amano bere. E i marinai irlandesi, forse, l’amano anche di più. Ma i marinai irlandesi con il vizio della poesia e la passione per le culture antiche, amano il vino anche in quanto mistico dono di Diòniso. Insomma, per non farla lunga, in quegli anni O’ Grady visita ripetutamente Tarquinia e vi si trova a suo agio sia per il luogo, che per il cibo, che per la compagnia. E la sua amicizia con Cardarelli è abbastanza forte da spingerlo, quasi un decennio dopo la morte di lui, a tradurne con sensibilità e arte alcune delle più belle poesie in un volume dal titolo “Off Licence, translations from Irish, Italian & Armenian poetry” (Dolmen Press Book, distribuzione Oxford University Press, 1968). Anzi, in questa esile e sapida raccolta Vincenzo Cardarelli (dedica a Raffaella Pellizzi) e l’armeno Mahabed Kuciag (dedica a Ezra Pound) sono gli unici ad avere delle sezioni autonome; avvertendo nell’introduzione O’ Grady che le sue non sono semplici traduzioni ma vere e proprie reinvenzioni (I have taken every possible licence with rhyme, metre and, at times, even original sense).
Il 18 giugno 1959, quando Cardarelli morì, il suo corpo in attesa della sistemazione definitiva fu momentaneamente ospitato nella tomba della Famiglia Sbrana. E lì vennero a fargli visita gli amici romani più intimi. Tra gli altri, un giorno, giunsero dalle nostre parti Mino Maccari, il professor Valli, ispettore scolastico, socio della Pro Tarquinia e membro del primo Premio Cardarelli, quello presieduto da Giuseppe Ungaretti, la signora Pellizzi e O’ Grady il quale, prima di recarsi con gli altri al cimitero, dove li avrebbe accompagnati Bruno Blasi in qualità di sindaco, fece con loro la tradizionale e ghiotta sosta da Giudizi. Poi il gruppetto si recò al cimitero e tanta fu la commozione di O’ Grady che cavò di tasca un lapis e sul marmo della lapide di Cardarelli scrisse dei commossi versi d’addio all’amico tarquiniese. In inglese, naturalmente. Poi sparì tra le tombe, come un elfo o uno spiritello dei boschi della sua Irlanda, e a Blasi, Maccari e agli altri non rimase che tornare da soli verso il museo etrusco.
Da quel momento nessun amico tarquiniese vide più O’ Grady. La mattina presto, dicono, si presentò a ritirare le sue cose dove aveva affittato la camera per la notte e ripartì per Roma con il primo treno.
Come aveva passato la notte? Dove?
Nel cimitero, dicono. Comunque il mistero rimane.
Certo è che nessuno di quelli che sapevano pensò mai di andare al camposanto per copiare quei versi certamente scritti col cuore da un grande poeta a un altro grande poeta. Così il tempo e le piogge li cancellarono. Atto di poesia suprema, perché così il mistero si aggiunse al mistero.
Del resto, pensateci: cos’è la poesia se non sussurro tenue, arcobaleno magnifico e fugace, apparire e sparire di ombre che proprio con la loro labilità danno senso e significato alla vita, che è il più transitorio e tenace dei fenomeni?
Chiudiamo questa breve nota dicendo che ci siamo messi fortunosamente e un po’ presuntuosamente sulle tracce del celta errante nella speranza di convincerlo a regalarci qualche ricordo inedito sul pezzo di strada che lui e Cardarelli fecero insieme. Il cinquantenario della morte del poeta, inoltre, sarebbe una magnifica occasione per avere di nuovo in dono quei versi scritti sulla sua lapide e lavati via dalla pioggia e dal tempo. Stavolta, magari, riusciremo anche a farceli incidere. Dopo aver contribuito a fare sì, naturalmente, che cenotafio e corpo tornino insieme.
Vi terremo informati.

Luigi De Pascalis




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