Il
poeta Desmond
O’ Grady è una voce lirica faconda
e vasta come gli orizzonti della sua Irlanda aperta
sul mare. Ed è anche un uomo singolare, un
viaggiatore instancabile con un carattere impulsivo
e imprevedibile.
Nei primi anni ’50 e in quelli successivi
O’ Grady è a Roma dove bazzica via
Veneto ed è un personaggio talmente noto
che Fellini lo vuole interprete di se stesso in
“La dolce vita”. Tramite una comune
amica, la signora Raffaella Pellizzi, proprio dalle
parti di via Veneto conosce Vincenzo Cardarelli
a cui l’uniscono, forse, un certo senso di
spaesamento e quel considerarsi entrambi poeti erranti
e senza riposo. I due diventano amici e, qualche
volta, quando il tarquiniese torna a casa, l’irlandese
lo accompagna. Allora prende una stanza in affitto,
visita i dintorni, va a mangiare da Giudizi e non
si alza da tavola, assicura l’amico Bruno
Blasi che ci ha regalato il ricordo, se prima non
ha generosamente attinto a un fiasco di buon Chianti.
Si sa, i marinai amano bere. E i marinai irlandesi,
forse, l’amano anche di più. Ma i marinai
irlandesi con il vizio della poesia e la passione
per le culture antiche, amano il vino anche in quanto
mistico dono di Diòniso. Insomma, per non
farla lunga, in quegli anni O’ Grady visita
ripetutamente Tarquinia e vi si trova a suo agio
sia per il luogo, che per il cibo, che per la compagnia.
E la sua amicizia con Cardarelli è abbastanza
forte da spingerlo, quasi un decennio dopo la morte
di lui, a tradurne con sensibilità e arte
alcune delle più belle poesie in un volume
dal titolo “Off Licence, translations from
Irish, Italian & Armenian poetry” (Dolmen
Press Book, distribuzione Oxford University Press,
1968). Anzi, in questa esile e sapida raccolta Vincenzo
Cardarelli (dedica a Raffaella Pellizzi) e l’armeno
Mahabed Kuciag (dedica a Ezra Pound) sono gli unici
ad avere delle sezioni autonome; avvertendo nell’introduzione
O’ Grady che le sue non sono semplici traduzioni
ma vere e proprie reinvenzioni (I have taken every
possible licence with rhyme, metre and, at times,
even original sense).
Il 18 giugno 1959, quando Cardarelli morì,
il suo corpo in attesa della sistemazione definitiva
fu momentaneamente ospitato nella tomba della Famiglia
Sbrana. E lì vennero a fargli visita gli
amici romani più intimi. Tra gli altri, un
giorno, giunsero dalle nostre parti Mino Maccari,
il professor Valli, ispettore scolastico, socio
della Pro Tarquinia e membro del primo Premio Cardarelli,
quello presieduto da Giuseppe Ungaretti, la signora
Pellizzi e O’ Grady il quale, prima di recarsi
con gli altri al cimitero, dove li avrebbe accompagnati
Bruno Blasi in qualità di sindaco, fece con
loro la tradizionale e ghiotta sosta da Giudizi.
Poi il gruppetto si recò al cimitero e tanta
fu la commozione di O’ Grady che cavò
di tasca un lapis e sul marmo della lapide di Cardarelli
scrisse dei commossi versi d’addio all’amico
tarquiniese. In inglese, naturalmente. Poi sparì
tra le tombe, come un elfo o uno spiritello dei
boschi della sua Irlanda, e a Blasi, Maccari e agli
altri non rimase che tornare da soli verso il museo
etrusco.
Da quel momento nessun amico tarquiniese vide più
O’ Grady. La mattina presto, dicono, si presentò
a ritirare le sue cose dove aveva affittato la camera
per la notte e ripartì per Roma con il primo
treno.
Come aveva passato la notte? Dove?
Nel cimitero, dicono. Comunque il mistero rimane.
Certo è che nessuno di quelli che sapevano
pensò mai di andare al camposanto per copiare
quei versi certamente scritti col cuore da un grande
poeta a un altro grande poeta. Così il tempo
e le piogge li cancellarono. Atto di poesia suprema,
perché così il mistero si aggiunse
al mistero.
Del resto, pensateci: cos’è la poesia
se non sussurro tenue, arcobaleno magnifico e fugace,
apparire e sparire di ombre che proprio con la loro
labilità danno senso e significato alla vita,
che è il più transitorio e tenace
dei fenomeni?
Chiudiamo questa breve nota dicendo che ci siamo
messi fortunosamente e un po’ presuntuosamente
sulle tracce del celta errante nella speranza di
convincerlo a regalarci qualche ricordo inedito
sul pezzo di strada che lui e Cardarelli fecero
insieme. Il cinquantenario della morte del poeta,
inoltre, sarebbe una magnifica occasione per avere
di nuovo in dono quei versi scritti sulla sua lapide
e lavati via dalla pioggia e dal tempo. Stavolta,
magari, riusciremo anche a farceli incidere. Dopo
aver contribuito a fare sì, naturalmente,
che cenotafio e corpo tornino insieme.
Vi terremo informati.
Luigi
De Pascalis