Le
parole... e le idee che ci sono dietro.
(Ovvero, parlo tanto per dire)
La
Corte europea boccia il crocifisso nelle scuole
perché vìola la libertà degli
alunni e perché, in una Europa sempre più
multietnica, tutti hanno diritto a non vedere le
proprie convinzioni religiose prevaricate da quelle
altrui. A meno di non voler chiudere le frontiere,
magari alzando un muro di confine proprio nel ventesimo
anniversario dell’abbattimento del muro di
Berlino. L’alternativa a questa presa di posizione
sono scuole divise per culture ed etnie in cui ogni
gruppo espone i simboli della propria religione.
Il che sarebbe il fallimento dell’idea stessa
di Europa, che è condivisione - o quanto
meno coesistenza - di culture, lingue e credenze.
Naturalmente la Chiesa insorge. Padre Federico Lombardi,
portavoce del Vaticano, si stupisce che la corte
europea intervenga in una materia legata all’identità
del popolo italiano e il cardinale Giovan Battista
Re parla del crocifisso che “non può
non essere emblema di umanità condivisa univer-salmente”.
Ma dov’erano i questi difensori dell’identità
nazionale quando la lingua italiana è stata
esclusa da quelle ufficiali europee? Non ricordiamo
che qualcuno, religioso o laico, abbia mai detto
una sola parola in difesa della lingua e della letteratura
italiane, cioè della nostra stessa civiltà!
Quanto alle affermazioni del cardinale Re, non c’è
dubbio che non sono vere perché Confuciani,
Maomettani, Buddisti, Animisti, che sono la maggioranza
della popolazione mondiale, hanno altri emblemi
di “umanità condivisa universalmente”,
emblemi che nulla hanno a che fare con la croce.
E poi, ci si dica una volta per tutte come si concilia
la politica del dialogo interreligioso portata avanti
in varie circostanze dalla Chiesa Cattolica con
la difesa a oltranza di una verità unica
e immutabile di cui, in fondo, l’imposizione
del crocifisso in luoghi pubblici frequentati da
chi professa altre fedi è solo l’aspetto
più marginale.
Il governo italiano, non contento di tutti i privilegi
legislativi ed economici concessi alla Chiesa Cattolica
e alle sue imprese commerciali camuffate da iniziative
religiose (alberghi, ostelli, ristoranti, cliniche
ecc.) insorge contro l’Europa (è la
prima volta che lo fa con tale forza!) gridando
che i crocifissi nelle scuole non si toccano. Il
ministro Maroni ci mette del suo e chiosa che si
tratta di un atto di stupidità, di un errore.
L’opposizione, lacerata al suo interno tra
laici e integralisti cristiani, tace (e quando mai!).
“La Repubblica” si fa portavoce del
principio sacrosanto, ma inadeguato in questo caso,
di “Libera scuola in libero Stato”.
Inadeguato perché sarebbe più giusto
e corretto di-chiararsi in difesa di tutte le credenze
religiose, piuttosto che di nessuna. I cerchiobottisti
(tanti, uno per tutti il giurista Piero Bellini)
affermano “Togliamolo, il crocifisso, ma solo
negli istituti nuovi”.
Scuole vecchie e fatiscenti col crocifisso, scuole
ricche e nuove senza?
E che vuol dire? Nulla!
La verità pura e semplice è che la
nostra classe politica teme di perdere i voti cattolici
e, pur di con-servarli, esercita senza sosta il
principio immorale della doppia morale che dice:
in privato faccio come mi pare, in pubblico difendo
la morale cattolica.
E gli elettori sembrano dar loro ragione, affermando
a ogni piede sospinto “in privato il politico
X faccia come gli pare, a me basta che quando amministra
la cosa pubblica lo faccia in maniera corret-ta”.
Fanno finta di non sapere, questi bravi elettori,
che “quel” privato e “quel”
pubblico fanno capo alla stessa persona la quale,
a meno di essere profondamente schizofrenica, ha
una sola mente, una sola anima, un solo sentire,
per cui tenderà fatalmente ad agire nel privato
e nel pubblico alla stessa ma-niera.
Ognuno è libero di andare a letto con chi
gli pare? Direi di no, perché chi è
infedele alla propria donna è infedele anche
alle proprie idee e questo in un privato cittadino
è grave ma in uomo politico è inaccettabile.
Chi mente in casa, mente anche in pubblico.
Chi tradisce gli amici, tradisce anche i compagni
di partito.
Chi bara a scopone, bara anche in un’asta
pubblica.
Chi ha imparato a gestire le proprie aziende come
un padre padrone tende a gestire la cosa pubblica
alla stessa maniera.
Chi è abituato a scambiare i favori sessuali
di una sottoposta con un avanzamento di carriera
diffi-cilmente resiste alla tentazione di ricambiare
le attenzioni sessuali di una donna di spettacolo
con un posto in parlamento o nel governo. E così
via…
Tutto questo per dire che le parole hanno il loro
peso, perché dietro le parole ci sono i concetti
e dietro i concetti ci sono i comportamenti concreti.
A parole ambigue corrispondono comportamenti ambigui
e a comportamenti ambigui corrispondono parole ambigue.
Se vogliamo uscire dalle paludi di liquami in cui
noi italiani affoghiamo da troppo tempo dobbiamo
cominciare a fare più attenzione al significato
di ogni singola parola che usiamo, accertandoci
che sia lo stesso per noi e per chi ci ascolta.
E che lo sia tanto in pubblico che in privato.
Luigi
De Pascalis