Mercoledì, 25 Novembre, 2009 10:18

Le parole... e le idee che ci sono dietro.
(Ovvero, parlo tanto per dire)

La Corte europea boccia il crocifisso nelle scuole perché vìola la libertà degli alunni e perché, in una Europa sempre più multietnica, tutti hanno diritto a non vedere le proprie convinzioni religiose prevaricate da quelle altrui. A meno di non voler chiudere le frontiere, magari alzando un muro di confine proprio nel ventesimo anniversario dell’abbattimento del muro di Berlino. L’alternativa a questa presa di posizione sono scuole divise per culture ed etnie in cui ogni gruppo espone i simboli della propria religione. Il che sarebbe il fallimento dell’idea stessa di Europa, che è condivisione - o quanto meno coesistenza - di culture, lingue e credenze.
Naturalmente la Chiesa insorge. Padre Federico Lombardi, portavoce del Vaticano, si stupisce che la corte europea intervenga in una materia legata all’identità del popolo italiano e il cardinale Giovan Battista Re parla del crocifisso che “non può non essere emblema di umanità condivisa univer-salmente”. Ma dov’erano i questi difensori dell’identità nazionale quando la lingua italiana è stata esclusa da quelle ufficiali europee? Non ricordiamo che qualcuno, religioso o laico, abbia mai detto una sola parola in difesa della lingua e della letteratura italiane, cioè della nostra stessa civiltà! Quanto alle affermazioni del cardinale Re, non c’è dubbio che non sono vere perché Confuciani, Maomettani, Buddisti, Animisti, che sono la maggioranza della popolazione mondiale, hanno altri emblemi di “umanità condivisa universalmente”, emblemi che nulla hanno a che fare con la croce. E poi, ci si dica una volta per tutte come si concilia la politica del dialogo interreligioso portata avanti in varie circostanze dalla Chiesa Cattolica con la difesa a oltranza di una verità unica e immutabile di cui, in fondo, l’imposizione del crocifisso in luoghi pubblici frequentati da chi professa altre fedi è solo l’aspetto più marginale.
Il governo italiano, non contento di tutti i privilegi legislativi ed economici concessi alla Chiesa Cattolica e alle sue imprese commerciali camuffate da iniziative religiose (alberghi, ostelli, ristoranti, cliniche ecc.) insorge contro l’Europa (è la prima volta che lo fa con tale forza!) gridando che i crocifissi nelle scuole non si toccano. Il ministro Maroni ci mette del suo e chiosa che si tratta di un atto di stupidità, di un errore. L’opposizione, lacerata al suo interno tra laici e integralisti cristiani, tace (e quando mai!). “La Repubblica” si fa portavoce del principio sacrosanto, ma inadeguato in questo caso, di “Libera scuola in libero Stato”. Inadeguato perché sarebbe più giusto e corretto di-chiararsi in difesa di tutte le credenze religiose, piuttosto che di nessuna. I cerchiobottisti (tanti, uno per tutti il giurista Piero Bellini) affermano “Togliamolo, il crocifisso, ma solo negli istituti nuovi”.
Scuole vecchie e fatiscenti col crocifisso, scuole ricche e nuove senza?
E che vuol dire? Nulla!
La verità pura e semplice è che la nostra classe politica teme di perdere i voti cattolici e, pur di con-servarli, esercita senza sosta il principio immorale della doppia morale che dice: in privato faccio come mi pare, in pubblico difendo la morale cattolica.
E gli elettori sembrano dar loro ragione, affermando a ogni piede sospinto “in privato il politico X faccia come gli pare, a me basta che quando amministra la cosa pubblica lo faccia in maniera corret-ta”.
Fanno finta di non sapere, questi bravi elettori, che “quel” privato e “quel” pubblico fanno capo alla stessa persona la quale, a meno di essere profondamente schizofrenica, ha una sola mente, una sola anima, un solo sentire, per cui tenderà fatalmente ad agire nel privato e nel pubblico alla stessa ma-niera.
Ognuno è libero di andare a letto con chi gli pare? Direi di no, perché chi è infedele alla propria donna è infedele anche alle proprie idee e questo in un privato cittadino è grave ma in uomo politico è inaccettabile.
Chi mente in casa, mente anche in pubblico.
Chi tradisce gli amici, tradisce anche i compagni di partito.
Chi bara a scopone, bara anche in un’asta pubblica.
Chi ha imparato a gestire le proprie aziende come un padre padrone tende a gestire la cosa pubblica alla stessa maniera.
Chi è abituato a scambiare i favori sessuali di una sottoposta con un avanzamento di carriera diffi-cilmente resiste alla tentazione di ricambiare le attenzioni sessuali di una donna di spettacolo con un posto in parlamento o nel governo. E così via…
Tutto questo per dire che le parole hanno il loro peso, perché dietro le parole ci sono i concetti e dietro i concetti ci sono i comportamenti concreti. A parole ambigue corrispondono comportamenti ambigui e a comportamenti ambigui corrispondono parole ambigue.
Se vogliamo uscire dalle paludi di liquami in cui noi italiani affoghiamo da troppo tempo dobbiamo cominciare a fare più attenzione al significato di ogni singola parola che usiamo, accertandoci che sia lo stesso per noi e per chi ci ascolta. E che lo sia tanto in pubblico che in privato.

Luigi De Pascalis




Supplemento a L’extra – Iscr. Trib. Di Civitavecchia R.S. n. 6/06 del 23/03/2006 – Direttore responsabile Stefano Tienforti
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