Il vento asciutto
che spirava da nord aveva donato all’aria
una trasparenza insolita, adamantina.
Le case, i tetti, gli alberi e le foglie sembravano
ridisegnati nei minimi particolari. Così
nette erano anche le loro sagome che improvvisamente
mi apparvero nitide, come non ricordavo di averle
mai viste.
Eppure, la tramontana estiva non è un evento
raro, qui, in terra di maremma.
Quando soffia d’inverno si gela, ma d’estate
stempera i giorni di quell’afa umida e caliginosa
che fa patire e sudare.
Così, sentitomi salvo dall’oppressione
della calura che mal sopporto, approfittando del
deserto delle strade e delle piazze abbandonate
dai molti che preferiscono rosolarsi sulle spiagge
vicine, decisi di uscire per passeggiare senza meta
nel centro storico della Città.
Mentre camminavo, pigramente, in giro per il paese,
mi sorpresi a giocare con lo sguardo a scoprire
vecchie crepe nei muri dei caseggiati o le ombre
dei gerani in fiore sui davanzali ed ancora tutta
una serie di microscopici scorci che, in quella
inusitata luce, mi sembravano del tutto sconosciuti.
Continuando a camminare a caso, seguendo sempre
la pigra spinta della gravità e cercando
perciò un percorso tortuoso, ma rigorosamente
in discesa, giunsi, meditando sui mirabili effetti
ottici di quell’aria limpida, in prossimità
del limite ad ovest del borgo antico.
Alla fine di un vicolo nemmeno ombreggiato, in quella
giovane ed incredibilmente fresca ora pomeridiana,
la grande piazza, dolcemente digradante verso mare,
normalmente affollata di vetture parcheggiate, era
vuota e sembrava un altro miracolo di quella giornata.
“Piazza Belvedere”, indica la lastra
marmorea fissata nel muro di un edificio a lato
dell’ampio spazio ma, tra la gente del borgo,
in pochi saprebbero indicarla con il suo vero nome
a qualche ignaro turista di passaggio che ne chiedesse
l’ubicazione. Infatti, tra gli abitanti della
cittadina, è nota come piazza Sant’Antonio
in riferimento alla chiesa romanica dedicata al
santo abate, ora sconsacrata e diruta, che domina
lo spiazzo da cui rivolge l’austera facciata
al mare.
– Eppure – rimuginando mi chiedevo,
mentre attraversavo il selciato assolato –
Anche da quello che una volta doveva essere il sagrato
della chiesa, lo spettacolo dell’orizzonte
marino, ed i suoi tramonti, dovevano pur aver suggestionato
chi viveva da queste parti. E allora, perché
ha prevalso, nell’immaginario e nelle abitudini
della gente, l’uso di chiamare questo posto
con il nome del santo? – Ed ancora pensavo,
prima di raggiungere il parapetto che limita la
piazza sull’alta rupe che guarda il mare.
Smisi solo quando appoggiai i gomiti sul muro dell’affaccio.
Davanti a me, in quella luce che per un attimo mi
sembrò artificiale, forte di quella trasparenza
che mi aveva indotto alla sortita, si parò
una visione che, ancora oggi, non saprei qualificare
con un aggettivo adeguato.
Il mare, d’un azzurro uniforme, senza sfumature
sino all’orizzonte, sembrava appoggiato ad
un’immensa salita come fosse un trampolino,
da dove navigatori d’altri tempi potevano
lanciarsi verso l’ignoto. Sulla destra, appresso
alla gran massa dell’Argentario, le isole
più meridionali dell’arcipelago toscano
– Giannutri, il Giglio e, tra le due, più
lontana, Montecristo – mi apparivano tanto
vicine che ebbi, addirittura, l’impressione
che si fossero avvicinate alla terraferma. Immerse
in quel nitore pomeridiano, colsi l’opportunità
di poterne apprezzare, senza difficoltà,
i contorni, gli anfratti rocciosi e i verdi passaggi
cromatici della scarsa vegetazione estiva.
Percorsi con lo sguardo la linea della costa e,
nonostante i cinque chilometri di distanza che la
separavano dal mio punto d’osservazione, vidi
con chiarezza e con un’evidenza tutta nuova,
quei bubboni degli aggregati urbani, che già
conoscevo mal costruiti a suon di speculazioni,
proprio lì, allineati in riva al mare, uno
dopo l’altro, ancora più brutti e invadenti
del solito, mordere dal basso verso l’alto
quel mare di cobalto. Alle estremità opposte
della tenue insenatura della costa visibile, due
altissime zanne a strisce bianche e rosse, le ciminiere
delle centrali termoelettriche di Civitavecchia
e Montalto di Castro, consegnavano al vento fresco
vapori giallastri da recapitare, per quel giorno,
al cielo d’oltremare. Mentre ritraevo lo sguardo,
vidi in basso, come se non sapessi della loro esistenza,
i tralicci delle linee elettriche, il nastro grigio
della statale Aurelia, la ferrovia, la distesa di
case, palazzi e capannoni che invadevano con i loro
assurdi e visibilissimi dettagli lo spazio, la terra
e l’aria davanti a me, sino al mare. Mi girai
e m’incamminai verso casa, e capii, finalmente,
perché la gente del posto preferì
rinominare la piazza.
Marco
Vallesi