Mercoledì, 19 Agosto, 2009 23:05

Il vento asciutto che spirava da nord aveva donato all’aria una trasparenza insolita, adamantina.
Le case, i tetti, gli alberi e le foglie sembravano ridisegnati nei minimi particolari. Così nette erano anche le loro sagome che improvvisamente mi apparvero nitide, come non ricordavo di averle mai viste.
Eppure, la tramontana estiva non è un evento raro, qui, in terra di maremma.
Quando soffia d’inverno si gela, ma d’estate stempera i giorni di quell’afa umida e caliginosa che fa patire e sudare.
Così, sentitomi salvo dall’oppressione della calura che mal sopporto, approfittando del deserto delle strade e delle piazze abbandonate dai molti che preferiscono rosolarsi sulle spiagge vicine, decisi di uscire per passeggiare senza meta nel centro storico della Città.
Mentre camminavo, pigramente, in giro per il paese, mi sorpresi a giocare con lo sguardo a scoprire vecchie crepe nei muri dei caseggiati o le ombre dei gerani in fiore sui davanzali ed ancora tutta una serie di microscopici scorci che, in quella inusitata luce, mi sembravano del tutto sconosciuti.
Continuando a camminare a caso, seguendo sempre la pigra spinta della gravità e cercando perciò un percorso tortuoso, ma rigorosamente in discesa, giunsi, meditando sui mirabili effetti ottici di quell’aria limpida, in prossimità del limite ad ovest del borgo antico.
Alla fine di un vicolo nemmeno ombreggiato, in quella giovane ed incredibilmente fresca ora pomeridiana, la grande piazza, dolcemente digradante verso mare, normalmente affollata di vetture parcheggiate, era vuota e sembrava un altro miracolo di quella giornata.
“Piazza Belvedere”, indica la lastra marmorea fissata nel muro di un edificio a lato dell’ampio spazio ma, tra la gente del borgo, in pochi saprebbero indicarla con il suo vero nome a qualche ignaro turista di passaggio che ne chiedesse l’ubicazione. Infatti, tra gli abitanti della cittadina, è nota come piazza Sant’Antonio in riferimento alla chiesa romanica dedicata al santo abate, ora sconsacrata e diruta, che domina lo spiazzo da cui rivolge l’austera facciata al mare.
– Eppure – rimuginando mi chiedevo, mentre attraversavo il selciato assolato – Anche da quello che una volta doveva essere il sagrato della chiesa, lo spettacolo dell’orizzonte marino, ed i suoi tramonti, dovevano pur aver suggestionato chi viveva da queste parti. E allora, perché ha prevalso, nell’immaginario e nelle abitudini della gente, l’uso di chiamare questo posto con il nome del santo? – Ed ancora pensavo, prima di raggiungere il parapetto che limita la piazza sull’alta rupe che guarda il mare. Smisi solo quando appoggiai i gomiti sul muro dell’affaccio.
Davanti a me, in quella luce che per un attimo mi sembrò artificiale, forte di quella trasparenza che mi aveva indotto alla sortita, si parò una visione che, ancora oggi, non saprei qualificare con un aggettivo adeguato.
Il mare, d’un azzurro uniforme, senza sfumature sino all’orizzonte, sembrava appoggiato ad un’immensa salita come fosse un trampolino, da dove navigatori d’altri tempi potevano lanciarsi verso l’ignoto. Sulla destra, appresso alla gran massa dell’Argentario, le isole più meridionali dell’arcipelago toscano – Giannutri, il Giglio e, tra le due, più lontana, Montecristo – mi apparivano tanto vicine che ebbi, addirittura, l’impressione che si fossero avvicinate alla terraferma. Immerse in quel nitore pomeridiano, colsi l’opportunità di poterne apprezzare, senza difficoltà, i contorni, gli anfratti rocciosi e i verdi passaggi cromatici della scarsa vegetazione estiva.
Percorsi con lo sguardo la linea della costa e, nonostante i cinque chilometri di distanza che la separavano dal mio punto d’osservazione, vidi con chiarezza e con un’evidenza tutta nuova, quei bubboni degli aggregati urbani, che già conoscevo mal costruiti a suon di speculazioni, proprio lì, allineati in riva al mare, uno dopo l’altro, ancora più brutti e invadenti del solito, mordere dal basso verso l’alto quel mare di cobalto. Alle estremità opposte della tenue insenatura della costa visibile, due altissime zanne a strisce bianche e rosse, le ciminiere delle centrali termoelettriche di Civitavecchia e Montalto di Castro, consegnavano al vento fresco vapori giallastri da recapitare, per quel giorno, al cielo d’oltremare. Mentre ritraevo lo sguardo, vidi in basso, come se non sapessi della loro esistenza, i tralicci delle linee elettriche, il nastro grigio della statale Aurelia, la ferrovia, la distesa di case, palazzi e capannoni che invadevano con i loro assurdi e visibilissimi dettagli lo spazio, la terra e l’aria davanti a me, sino al mare. Mi girai e m’incamminai verso casa, e capii, finalmente, perché la gente del posto preferì rinominare la piazza.

Marco Vallesi



Supplemento a L’extra – Iscr. Trib. Di Civitavecchia R.S. n. 6/06 del 23/03/2006 – Direttore responsabile Stefano Tienforti
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